Il viaggio di Tito: Rossi e Carta adattano Angelucci.

Il viaggio di Tito: Rossi e Carta adattano Angelucci.

Il viaggio di Tito copertina - Copia

 

 

Il viaggio di Tito è l’adattamento fumettistico, ad opera di Filippo Rossi e Giorgio Carta, di un interessante romanzo storico dallo stesso titolo, l’opera di esordio del giovanissimo Emiliano Angelucci. Su “Lo Spazio Bianco” ne abbiamo dato notizia qua. Il romanzo originario di Angelucci era stato edito da Nuove Tendenze, e aveva vinto nel 2016 il premio letterario “Carlo Piaggia”. Il fumetto nasce quindi ad opera dell’editrice fumettistica Double Shot, ma in collaborazione con l’editore letterario originale, garantendo così una buona fedeltà – pur nella legittima natura interpretativa di ogni adattamento – dell’opera.

Il Tito in questione è il buon ladrone crocifisso a fianco di Gesù: una figura che ha affascinato molti: ne “La buona novella” (1970), ad esempio, è Fabrizio De André a indagare anche tale figura, specialmente nella canzone “Il testamento di Tito”, a lui dedicata. Emiliano Angelucci (Rieti, 1997) ha composto questo romanzo durante l’ultimo anno di liceo, seguendo la sua fascinazione per l’epoca romana. Il breve romanzo è molto denso di eventi avventurosi, e utilizza l’ignota biografia del buon ladrone – ignota, è chiaro, prima del suo tragico epilogo – per farlo muovere su un ampio scenario che coinvolge tutto il mondo antico sotto i vessilli di Roma.

 

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(il romanzo originario)

 

La vicenda è narrata per tramite di Terenzio, colto, giovane ufficiale proveniente da una famiglia romana di alto rango, che oltre a fungere da narratore per le vicende del ladrone, ne prosegue in qualche modo le imprese avventurose, collegandosi a Giuseppe D’Arimatea e alle leggende graaliane che si sviluppano a partire da questa figura realmente presente nei vangeli.  Il nome di questo narratore interno alla storia può richiamare quello del secondo più celebre autore teatrale latino, Publio Terenzio Afro, attivo nel II secolo a.C..

A differenza di Plauto, più legato a una comicità più popolaresca, brillantissima ma volutamente priva di eccessivi approfondimenti psicologici, il Terenzio commediografo si avvicina maggiormente al modello greco di Menandro, che usa la situazione umoristica per l’approfondimento psicologico, più che come fine a sé stessa. Anche il Terenzio del romanzo e del fumetto, infatti, è ormai un romano “problematico”, dell’età della decadenza: non nel senso di condividere il degrado dei costumi (anzi, affascinato dal rigore morale dei cristiani) ma ormai insofferente verso la forza – degenerata in violenza – imperialistica di Roma.

Il viaggio di Tito 1

 

Tale aspetto dualistico, che è funzionale a un brioso entrelacement delle vicende e le rende drammaticamente più movimentate, viene mantenuto nel fumetto, e anzi evocato fin dalla copertina –  cura di Giorgio Carta, che disegna e colora l’albo – dove un Terenzio in primo piano (la mediazione tra Tito e il lettore) osserva perplesso un malinconico Tito sullo sfondo, al centro di una scena di battaglia contro i romani ormai terminata (una delle tante del romanzo, fumettistico e non). Sullo sfondo, una nave richiama sottilmente i numerosi spostamenti sul bacino del Mare Nostrum, che è il fulcro dell’Impero e dell’azione delle due opere. Interessante cogliere il fatto che, in un romanzo – come vedremo – ricchissimo di azione, si sia voluto scegliere per la efficace copertina un momento simbolico e quieto, sottolineando un momento riflessivo e quindi la volontà di studio psicologico sui due protagonisti.

Dunque, il rapporto tra Tito e Terenzio è centrale nelle due opere. C’è però un parziale cambiamento di prospettiva: l’incontro tra i due, che è l’avvio della vicenda nel romanzo, viene nel fumetto posta a conclusione e quasi suggello della storia, anche se viene comunque implicata fin dalle prime pagine, quando vediamo Terenzio scrivere delle vicende di Tito. La cosa è significativa:  la tecnica fumettistica in sé porta a far sì che, nella parte delle vicende narrate su Tito, il ladrone sia molto più protagonista in prima persona, mentre ovviamente nel romanzo noi le conosciamo solo tramite il punto di vista di Terenzio, che ne scrive dal suo profilo di romano colto, sempre quindi frapponendo una lieve distanza da quanto raccontato. Quello che è lo spunto di partenza del romanzo, qui diviene il punto di arrivo, e la scrittura di Terenzio, pur fedele, si sovrappone meno alla voce di Tito. Per certi versi, questa specificità del fumetto fa sì che emerga in modo ancor più evidente (aiutato anche dal disegno dei vari personaggi, che lo accentua) la distanza tra i due eroi, il colto romano dell’élite dirigente e l’astutissimo ladrone emerso dalle classi dominate.

Il viaggio di Tito 3

 

Vi sono anche altri cambiamenti nel passaggio da romanzo a graphic novel, a “romanzo a fumetti”, che vanno nel senso di una semplificazione di alcuni passaggi della trama: ad esempio la figura di Lunaria è introdotta in modo più diretto, senza l’incontro con il contesto famigliare da cui proviene, che è invece descritto nel romanzo. Una asciugatura che è funzionale a riuscire a trasporre, in una graphic novel di media lungezza (126 pagine complessive) il romanzo breve a cui si ispira: in una pagina di romanzo, è evidente, è molto più facile condensare molte informazioni, e in questo caso, anche per via della forma di romanzo storico, il testo di partenza è particolarmente denso e ricco di personaggi minori. Per contro, però, la sua ricchezza di azione lo rende perfettamente adatto alla trasposizione in fumetto: se la “graphic novel”, come forma, ci ha comunque abituato, e da tempo, a storie meno ricche di eventi avventurosi, in questo caso le vicende concitate e eccezionali dei due protagonisti sono perfettamente adatte a quel clima di “avventura” che ha caratterizzato oggettivamente la grande tradizione del medium (pur essendo, naturalmente, perfettamente in grado il fumetto di esprimere ogni tipo di narrazione).

Lo stesso Angelucci, qui, ha in ogni caso espresso apprezzamento per il risultato, evidenziando anch’egli l’arricchimento dell’azione e il lieve cambio di prospettiva, in una complessiva fedeltà all’originale: «A mio parere è stato fatto un ottimo lavoro, forse ancora più coinvolgente e ricco d’azione, con anche qualche sano tocco splatter nelle scene di combattimento. Anche il punto di vista da cui sono riproposti gli eventi è diverso rispetto all’originale».

Il viaggio di Tito 2

 

Il progetto, come chiarito dal frontespizio, vede poi numerosi contributi, come ormai tipico di lavori fumettistici professionali come questo: l’ideazione e l’editing è a opera di Oriana Rispoli, Antonio Nannipieri coordina il progetto, Emiliano Ciaralli fornisce una consulenza storica. Tra i ringraziamenti, Alessio D’Uva, Nino Mastruzzo, Lorenzo Corti, Marco Cei e Dan Cutali.  I due autori, lo sceneggiatore Filippo Rossi e il disegnatore Giorgio Carta restano chiaramente i veri protagonisti dell’adattamento, e sono in effetti congeniali al progetto. Filippo Rossi (Siena, 1982) si è distinto per diversi graphic novel di ambito letterario per Kleiner Flug, casa editrice fiorentina particolarmente attenta a questo aspetto. Dei primi due, in particolare, abbiamo già avuto modo di parlare su questo blog fumettistico-letterario Francesco Petrarca (2014), Dante Alighieri, Amor mi mosse (2014) e Benvenuto Cellini (2016). Giorgio Carta (Cagliari 1988) ha realizzato invece già altre due opere di Kleiner Flug: Renato Serra (2015), di cui avevo scritto qui, e Caterina da Siena (2016).

L’incipit della narrazione, in modo come detto diverso dal romanzo, mette subito l’accento sul tema centrale, la crudele dominazione romana che opprime la Palestina e, in vario grado, i territori dominati. La scelta è per una tavola italiana nel complesso tradizionale, su tre strip, ma gestita in modo arioso, con frequenti quadruple (come la tavola d’esordio, con l’imponente portale di Gerusalemme) o di composizione più libera (p.11, ad esempio). Le vignette appaiono tutte smarginate, contribuendo a dare respiro alla narrazione, ed esaltando il sapiente uso dei colori (Carta si occupa sia del disegno che della colorazione, efficacemente acquerellata). Il segno di Carta si contraddistingue per la linea sottile, chiara, dettagliata nel ricostruire con precisione essenziale ma fedelissima gli aspetti dell’ambientazione, ma con un certo grado di sintesi specie nei volti dei personaggi, che ne accentua l’iconica efficacia espressiva.

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La colorazione, pur non rinunciando a un certo naturalismo, dimostra una attenzione accuratissima alla resa luministica della pagina, accompagnando in modo mai “gridato” ma sempre sapiente il tono emotivo delle scene. Si comincia nei toni del giallo sabbioso che evocano l’Israele del periodo, per poi passare ai delicati toni violacei della notte fatidica da cui prende avvio l’avventura di Terenzio, nel suo incontro con Longino e Giuseppe d’Arimatea. I toni continuano a variare, e ad esempio l’ingresso in campo degli Zeloti si accompagna a contrasti più netti tra sfondi in giallo chiaro e figure verdi, un contrasto visuale che sottolinea l’efficacia delle scene d’azione. Il cambio cromatico – sempre sottile, mai troppo accentuato – aiuta anche a segnare gli stacchi tra le varie scene.

La scrittura di Rossi si rivela invece particolarmente abile a trasporre un romanzo denso di azione e con una scrittura a tratti volutamente arcaicheggiante e altisonante (per rendere l’idea dell’ipotetico stile del colto e raffinato Terenzio) in un linguaggio fumettistico, che necessita di numerosi dialoghi – in parte già presenti nell’originale: ma qui la componente va ovviamente rafforzata – più che di didascalie, comunque utilizzate con il giusto dosaggio, soprattutto per il raccordo tra le due narrazioni principali o per sintetizzare alcune sequenze di narrazione romanzesca che non vengono pienamente sviluppate.

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Questo calcolato equilibrio tra componenti opposte, tra Tito e Terenzio, tra azione e riflessione, tra romanzo e fumetto, tra disegno e scrittura, tra colore e disegno, riesce a portare a termine in modo particolarmente riuscito un adattamento letterario più delicato di quanto potrebbe sembrare a un primo acchito, anche per le ragioni che abbiamo evidenziato (in sintesi, la ricchezza, densità e forte letterarietà del testo di partenza). Un’opera “dualistica” inoltre si esponeva maggiormente al rischio di sbilanciamenti, ma condotta in modo ben ponderato esalta la natura duplice del fumetto stesso.

Ne risulta un graphic novel poetico, pienamente “fumettistico” nella sua parte avventurosa e, potenzialmente, anche utile come spunto di partenza per un approfondimento storico e/o didattico (scolastico o magari, chissà, catechistico…) sul periodo storico in questione, anche – naturalmente – con un raffronto al romanzo originale. Ma, d’altro canto, innervato di una certa tensione mistica e religiosa in grado di interrogare in modo autentico, con una lettura “laterale”, sul grande mistero posto al cristianesimo Storia: “E voi, chi dite che io sia?”.

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