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Sualzo, “Dove c’è più luce”

14 Luglio 2024
  Ho recuperato con un certo ritardo rispetto all’uscita il recente romanzo a fumetti di Sualzo, “Dove c’è più luce” (Tunué, 2023), che ho molto apprezzato. Come spiega l’autore in esergo all’opera, si tratta di un lavoro di lunga lavorazione – dal 2010, oltre dieci anni – e di grande impegno, atteso con interesse nel mondo degli appassionati di fumetto.  Non si tratta di un adattamento letterario, naturalmente, ma è comunque un fumetto in cui ci sono molti rimandi letterari (soprattutto all’oggetto libro, in verità, come diremo), e quindi mi pare interessante parlarne qui, in questo blog, dove mi occupo

Cover

 

Ho recuperato con un certo ritardo rispetto all’uscita il recente romanzo a fumetti di Sualzo, “Dove c’è più luce” (Tunué, 2023), che ho molto apprezzato. Come spiega l’autore in esergo all’opera, si tratta di un lavoro di lunga lavorazione – dal 2010, oltre dieci anni – e di grande impegno, atteso con interesse nel mondo degli appassionati di fumetto. 

Non si tratta di un adattamento letterario, naturalmente, ma è comunque un fumetto in cui ci sono molti rimandi letterari (soprattutto all’oggetto libro, in verità, come diremo), e quindi mi pare interessante parlarne qui, in questo blog, dove mi occupo del rapporto tra fumetto e letteratura, e dove spesso mi piace trattare anche di questi rapporti meno diretti tra i due ambiti rispetto alla pura trasposizione fumettistica e alla biografia d’autore letterario, le due modalità più frequenti.

Nel testo che segue non mi soffermo più di tanto sulla trama in sé, ma comunque consiglio vivamente la lettura del volume, che merita sicuramente, e di leggere in seguito queste note.

 

Notiamo fin da subito nella bella cover che il protagonista, con un ragazzino al seguito (il nipotino, scopriremo) si allontana da un banchetto di libri, che è in ombra, per andare verso la luce. Le figure sono a colori, ma lo sfondo è giocato sul contrasto di luce/bianco e ombra/blu: e all’interno troveremo questa contrapposizione (senza più utilizzo del colore).

 

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A parte una breve sequenza muta iniziale di prologo, che ci conferma che il protagonista è un uomo tormentato (frequenti sono i silenzi all’interno di questo fumetto, anche se, chiarisce Sualzo nella postfazione e con un elemento diegetico, possiamo immaginare una colonna sonora implicita di Paolo Conte), la parte prima ci fa subito capire che il protagonista è un libraio antiquario, cosa che mi ha affascinato personalmente anche perché, ultimamente, sto affiancando (e forse sostituendo, in parte) il mio interesse per il fumetto a quello per il libro antico – pur non potendomi certo permettere volumi di particolare costo o pregio.

Non conosco ovviamente bene questo ambiente, essendomi avvicinato da poco: ma in linea di massima ho trovato che Sualzo, al di là dell’ovvia cura del lavoro di documentazione per un autore del suo calibro, riesce a restituire bene le atmosfere di quel mondo senza dover eccedere in riferimenti eruditi, ma più cogliendone l’impressione d’insieme (un esempio minimo sul lessico: “quanto intende realizzare?” su un volume, invece di espressioni più dirette come “quanto vuole?” e simili).

Sotto il profilo visivo, il fumetto si distingue per un segno sottile, molto accurato, in vignette smarginate impostate, tendenzialmente, su una griglia piuttosto classica all’italiana, su tre strisce. Nella prima sequenza (3-6) la sofferenza del protagonista è espressa con un tratteggio particolarmente intenso, mentre nelle scene successive, di giorno, abbiamo tendenzialmente un segno minuzioso ma meno nervoso. Si nota, come del resto è logico, una particolare attenzione al gioco di luce e ombre, anche se non sempre, necessariamente, caricato in senso simbolico evidente. La sintesi dei personaggi, come tipico di Sualzo, è essenziale, in linea col segno dell’autore, che a me ricorda una declinazione personale, non derivativa, di certa linea chiara francese da Hergé in poi. Per quanto i temi siano “maturi”, mi piace che il segno sia vistosamente “fumettistico”.

 

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Come al solito, poi, si coglie quella che i rinascimentali avrebbero definito “sprezzatura”: il fumetto fluisce in modo scorrevole (anche se, ovviamente, le sue sfumature possono essere colte molto meglio da una lettura accorta) ma l’occhio del lettore può percepire bene la raffinatezza stilistica non solo, come detto, dalla ricchezza del dettaglio delle ambientazioni, ma anche dalla attenzione alle inquadrature, alle luci, alla recitazione dei personaggi nella sintesi che abbiamo detto.

Avviandoci nella lettura, capiamo subito che, oltre che libraio e persona tormentata, scopriamo subito che il protagonista è una persona sgradevole. C’è un elemento che ho trovato curioso, poiché mi è parso ricorrente nel volume: la caratterizzazione avviene con una scelta all’apparenza eccessiva, una licenza irrealistica che può essere accettata nella fiction; poi la trama la ridimensiona a una versione più veristica (il protagonista, nella fattispecie, ordina di mandare al macero il grosso di una collezione acquisita per ferire l’anziana vedova che gliela ha venduta; in seguito, si rimangia l’ordine che, anche se il valore dei volumi, comunque antichi, fosse relativamente esiguo, sarebbe privo di senso economico per un mercante accorto).

 

 

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Le azioni del protagonista sono infatti oggettivamente sgradevoli, ma contrasta con una sua rappresentazione grafica che non lo rende caricaturalmente sprezzante nell’espressione, ma più stranito, sperso, come scopriremo nel corso della trama essere.

 

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Il nome, Voynich, è una citazione interessante, perché rimanda a un celebre manoscritto indecifrabile (manoscritto, inoltre, che vede una compresenza di testo e immagine), di cui il protagonista parlerà: manoscritto illustrato, inoltre, che presenta una botanica fantastica. E anche lui è una figura volutamente indecifrabile.

 

Il secondo episodio che ci conferma il suo cinismo è interessante, poiché si lega al rifiuto strategico, per ribassare il prezzo, di una “Stultifera Navis”, un pregiato incunabolo del 1494. Emerge un aspetto che sarà cruciale del protagonista (e della sua tramutazione) ovvero il concentrarsi sull’esteriorità dell’oggetto libro e non sul suo contenuto. La Nave dei Folli infatti è una satira della follia sociale, non molto distante da quell’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam che segna la consapevolezza moderna. Il protagonista è in parte consapevole della propria voluta discesa psicologica nell’abisso, ma non sa trarre dalla letteratura gli strumenti per capirla e affrontarla, pur vivendo circondato da essa, per paradosso.

 

Download

 

 

Non so, e in fondo non credo, che Sualzo abbia messo ogni elemento che appare come un’allegoria da decifrare, ma tuttavia è suggestivo: “Lo spirito delle leggi” di Montesquieu sembra contrastare col protagonista, che mantiene la sua abiezione (da lui vista così) all’interno della “forma delle leggi”: è spietato, ma non oltrepassa il limite della legalità. “La tempesta” di Giorgione sullo sfondo dello studio è meno perspicuo, se non in senso generico.

La beffa dell’In Folio di Shakespeare richiama quella che è al centro di un’altra storia bibliofila, quella de “La misteriosa fiamma della regina Loana” di Eco (romanzo che prende nome, tra l’altro, da un fumetto di Cino e Franco, e che Eco definì “romanzo illustrato”; Sualzo in postfazione omaggia Eco e il suo culto della bibliofilia). Lì il protagonista è un libraio antiquario, gradevole come persona, che mette anch’egli un rarissimo in folio di Shakespeare nei suoi cataloghi (il fatto è determinante poi nella trama). Là era un elemento di bizzarria, qui la conferma dello spirito caustico di Voynich, che si esercita anche sulla famiglia, con la sola eccezione del nipote (la potenziale guida verso la luce, appunto).

 

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Anche la scelta di uno psicologo dell’ASL lascia perplessi (il reddito del protagonista dev’essere più che buono) ma vi è subito un elemento che lo giustifica: una motivazione dichiarata che, sotto traccia, ci fa percepire altre motivazioni più profonde, man mano che emerge il trauma che condiziona il protagonista, legato alla Memoria (il titolo della prima parte, sottolineato da una citazione di Paul Valery). Curiosamente, il tema della memoria era centrale anche nel romanzo di Eco prima citato, ma in modo inverso (affliggeva il protagonista, non un altro), e come già detto lo sviluppo è totalmente autonomo.

Il trauma viene rievocato con immagini del passato che, oltre ai consueti bordi smussati (come convenzione minore del fumetto in genere) sono marcate da un bianco e nero netto, senza la sfumatura dell’azzurro che permea tutta l’opera. La scelta è graficamente molto efficace perché, senza dove ricorrere a un espressionismo estremo né nei disegni né nel testo, la netta prevalenza del nero, del buio totale invece che dell’ombra, sottolinea la drammaticità di quanto accade.

Interessante l’uso grafico di questi due modi lievemente differenti per sottolineare il prevalere della “tenebra” nel racconto: il buio nero nel passato, e un’ombra più forte, la notte, nel presente, come ad esempio nella splash page (l’unica, e perciò più forte) nel finale, resa con un tratteggio finissimo. Tra tanti libri che vengono come visto citati, acquista valenza l’unico di cui per ora la storia non ci parla, quello comprato alla bancarella che appare in copertina, e che infatti sarà cruciale nella storia.

 

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La parte seconda, “Nomi”, parte da una nota affermazione propria della cultura classica, “Nomina sunt consequentia rerum”, presente nelle Istitutiones di Giustiniano. Anche qui, una citazione intrigante, perché in Giustiniano ha valenza di principio giuridico del diritto romano che, come concetto, dovrebbe aver valenza anche oggi (qui esco molto dalla mia area di confort): ovvero l’idea che il nome di qualcosa non deve essere ingannevole, ad esempio in un contratto. Dante riprende tale concetto nella Vita Nova, fondando la letteratura italiana ed europea, e vi dà il significato allegorico letterario che troviamo ad esempio nel nome di Beatrice (vicino in questo al concetto di “Nomen Omen” parimenti caro ai romani). È un principio frequente da allora in poi nella letteratura, nel cinema e nel fumetto, non solo quello più chiaramente simbolico (Dante lo riprende, evolvendolo, dal senhal tipico della lirica cortese) ma anche quello realistico-naturalistico, come è il caso del presente romanzo a fumetti di Sualzo, dove è chiaro (e dichiarato), per dire, che Voynich non è un nome casuale. A un terzo livello, però, quello filosofico, cui Dante aderisce (i nomi sono rivelatori del reale), tale dottrina è falsa o comunque oggetto di adesione fideistica, cosa che aggiunge complessità alla cosa (in base anche agli sviluppi narrativi, che mettono in parte in discussione l’assunto, come vedremo).

Il capitolo si apre con la scena significativa di Voynich che per la prima volta legge un libro antico per interesse e non calcolo, e infatti si taglia col libro, in senso reale e figurato.

Più avanti si coglierà che è una novità abbastanza assoluta, non solo relativa (verrebbe da pensare: non legge dopo il trauma che ha subito) per “freddezza professionale” che maschera una certa vuotezza umana (non solo quindi causata dal trauma), come quando dichiara di ignorare orgogliosamente Tolstoj, più avanti.

L’atto di ferirsi rimanda alla fanciulla apparsa sul finale della parte precedente, che si morde il labbro per stizza in una scena che viene qui rievocata come un ricordo “bianco”, in opposizione con quelli “neri” del passato. Il volume sulle orazioni per la Vergine (1527) offerto dalla fanciulla in vendita rimanda al tema del femminile. La ragazza, si vedrà in seguito, porta impressa su un braccio una corona di spine (elemento vegetale e religioso a un tempo, che in entrambi i casi rimanda al ferirsi, come una sorta di cilicio tatuato).

Il libro acquistato da Voynich è, altro aspetto significativo, un volume che parla di piante, ovvero l’origine fisica del libro (accurato anche farne un libro senza valore, dal suo punto di vista, ma comunque una settecentina, sospesa in quello status di libro indubbiamente antico ma senza particolare valore salvo casi particolari). Il tema delle piante è del resto ormai emerso come un altro leitmotiv ricorrente nel volume, dalla tisana di tiglio dell’assistente al soffione, e sarà sempre più centrale nel prosieguo della storia, tramite appunto la figura della ragazza e il terzo capitolo, intitolato appunto “Piante”. Ma questa anticipazione sottolinea come questo interesse personale per i volumi di botanica non nasca in conseguenza dell’incontro con la ragazza, come potrebbe apparire a un primo livello, ma è in qualche modo preesistente (e quindi di più forte rilievo psicologico e simbolico per Voynich).

 

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Interessante invece che il volume preferito di Voynich, espresso razionalmente, e quindi afferente al puro valore librario, sia il Kunstbuchlein di Jost Amman, un “libretto d’arte” del 1599 (un’ultima cinquecentina) di elementi decorativi slegati. È quindi un volume puramente d’arte, privo di significato (come – in modo lievemente diverso – il manoscritto Voynich si lega a un significato indecifrabile): un volume di immagini, che però non producono un senso sequenziale.

Man mano che la trama procede però si coglie come questo intreccio simbolico si fa piuttosto denso e complesso, non so se per pianificazione accurata o per intuizione dell’autore. Quasi ogni battuta, specie a una seconda lettura, appare dare o confermare una sfumatura di senso simbolico, oltre a portare avanti la storia (che, ripeto, scorre bene anche su un primo livello puramente narrativo). Un intreccio che connette il tema delle piante, quello della memoria, quello dei libri e quello del collezionismo.

La terza parte, “Piante”, si apre con una citazione ciceroniana celebre, “Si hortum in bibliotheca habes, deerit nihil”, che collega i due poli semantici sopra detti, le piante (anche nel senso, mi pare, nel libro, del mondo reale, fisico) e i libri (nel senso, nel libro, dei loro contenuti, del mondo simbolico).

I vari nodi vengono al pettine in “Sbagliare”, con citazione di Beckett, la penultima sezione (curiosamente, con un verbo e non un sostantivo, forse a segnare anche uno scarto rispetto alle parti precedenti: l’ultima, Shakespeare-In-Folio, è un epilogo che precisa il senso del titolo del volume), che risolve in parte le varie trame intrecciate proponendo alcune ulteriori esplicazioni, come la storia e l’interpretazione del manoscritto Voynich. Viene anche rivelato il nome del protagonista, Serse (il crudele imperatore persiano?), unito al fatto che Voynich è un nome che si è dato da sé, vezzo letterario (pensiamo a un D’Annunzio) che quindi denota, a un doppio livello – il manoscritto Voynich è un falso; il nome Voynich è un falso – che il Nomen Omen centrale del romanzo è fallace, come del resto la dottrina stessa (a un livello filosofico, se applicata al mondo reale).

La rivelazione del titolo nell’ultima breve sezione inoltre richiama “Il nome della Rosa” di Umberto Eco, similmente fondato sulla bibliofilia e al problema del Nominalismo filosofico, che anche qui in parte viene accennato (o, se vogliamo, su un livello più popolare ma non banale, è la struttura anche di un film come “C’era un cinese in coma” di Verdone, che come questo fumetto di Sualzo si chiude con una freddura che però acquisisce un senso melanconico).

Al primo livello di narrazione quindi si ha una chiusura soddisfacente, non troppo consolatoria, non troppo pessimistica, sufficientemente aperta. La chiusura non trasforma i personaggi in pure funzioni narrative, e ne mantiene la complessità presente in tutto l’albo. In particolare si conferma la complessità del protagonista, personaggio freddo e cinico ma singolarmente disarmato di fronte al suo problema personale.

Se la trama sotto il profilo narrativo viene chiusa in modo soddisfacente, l’aspetto interpretativo – pur in presenza di alcune chiavi di lettura fornite dai personaggi – mi sembri resti parimenti proficuamente aperto: l’opera interroga sul senso della vita, senza retorica ma anche senza infingimenti, ma lascia sufficientemente margine alle interpretazioni per essere più uno stimolo a ulteriori riflessioni senza cadere in posizioni assolute.

 

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Si tratta quindi di un volume raffinato, complesso, che mostra ancora una volta le potenzialità espressive del fumetto al livello della letteratura (con cui oggettivamente, come mostrato, l’opera istituisce un dialogo), del cinema e di altre arti. Lo fa, meritoriamente, restando del tutto fumetto: il segno e il montaggio sono quelli di un linguaggio fumettistico, a un primo livello, piano e accessibile, anche se usati magistralmente per intarsiarvi la complessità di cui sopra abbiamo dato un accenno. Interessante come in chiusura il protagonista trovi una chiave di accesso al senso tramite i volumi di botanica per cui ha sviluppato una fascinazione (sul cui valore simbolico interno all’opera non torniamo): e si tratta, ovviamente, di volumi illustrati, dove il testo e l’immagine si intersecano naturalmente. Esattamente come avviene nel fumetto.

Lorenzo Barberis

Lorenzo Barberis

Nato a Mondovì nel 1976, laureato in Lettere a indirizzo artistico presso l’università di Torino (2000), insegna italiano e storia alle superiori. Scrive per Culture Club 51, la rubrica di cultura del settimanale di Mondovì L'unione monregalese. Il suo blog personale è, dal 2008, fumettismi.blogspot.com. Si occupa di arte visiva, letteratura e fumetto e del rapporto tra i tre ambiti; con Wundergammer.com (2010-2012) ha anche partecipato a un esperimento seminale di critica d’arte del videogame. Collabora al progetto CuNeoGotico (2013-2016), dove ha curato i testi del catalogo per la parte relativa al fumetto, e al progetto DKMO della casa editrice Il Girovago, per cui ha realizzato la prefazione alla parte letteraria del volume. Per il blog network de Lo Spazio Bianco cura dal 2016 il blog Come un romanzo, dedicato al rapporto tra fumetto e letteratura.

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