Servillo, non è il numero perfetto

Servillo, non è il numero perfetto

Come noto ai lettori di questo blog, su “Come un romanzo” mi occupo del rapporto tra letteratura e fumetto. Adattamenti di opere letterarie in fumetto, ma anche tutto il difficile rapporto tra i due media. Una questione che mi interessa per ragioni professionali – da insegnante di lettere alle superiori – ma anche perché ritengo sia una delle questioni cruciali di questa fase storica del medium fumetto.

Il fumetto infatti ha subito inizialmente una considerazione bassa da parte dalla cultura accademica e in senso lato “ufficiale”, culminante con la caccia alle streghe degli anni ’50 (vedi qui la mia lettura di Wertham) con ampia eco anche in Italia (vedi qui). In seguito, è iniziata una parziale legittimazione che – non solo per l’Italia – ha avuto una tappa importante nella fondazione di Linus (1965) che è proseguita negli anni successivi, senza mai giungere però a un pieno riconoscimento, paragonabile a quello ottenuto dal “gemello diverso”, il cinema, divenuto in tempi molto più brevi un pilastro della cultura contemporanea. Dagli anni 2000, complice una trasformazione del mercato con un graduale passaggio dal prevalere dell’edicola all’affermarsi della libreria (ovviamente molto più complesso, ma non è questo il punto dell’articolo in senso stretto), questo procedimento ha avuto una accelerazione, con la scelta dell’ambivalente etichetta di “graphic novel”.

Un termine imposto, legittimamente, nel 1978 da un maestro quale Will Eisner, per segnalare una specificità di “Un contratto con Dio” rispetto ai fumetti da edicola americani: un romanzo a fumetti, appunto, chiuso in sé stesso, non seriale (per molti versi, l’antesignano è “Una ballata del mare salato” di Hugo Pratt, nel 1967: per quanto il personaggio abbia avuto dei ritorni, non si tratta di una serialità “stretta”, da edicola, ma simile all’eroe di un romanzo di successo, come Holmes o D’Artagnan).

*

Edit: mi fa notare Andrea Tosti, autore di un saggio fondamentale al proposito (“Graphic novel. Storia e teoria del romanzo a fumetti e del rapporto fra parola e immagine”) che vi sono molteplici usi precedenti, “”novela gráfica” in Spagna, già attestato all’inizio del ‘900, e poi varie altre occorrenze, fino all’uso di “graphic novel” nel 1964, quando Losfeld pubblica in volume la Barbarella (1962) di Forest, da parte del critico anglosassone Richard Kyle (cito qui invece Boris Battaglia, altro critico che ha scritto sul tema, come in “E chiamale, se vuoi, graphic novel” – vedi qui). Insomma, in modo carsico il concetto esisterebbe praticamente dall’inizio del medium, anche se in generale si associa l’affermazione della terminologia a Eisner stesso.

*

Ora: graphic novel è, indubbiamente, legittimo se ha il senso preciso che ha in Eisner (anche se preferirò sempre il termine italiano “romanzo a fumetti” all’originale americano, o all’adattamento ambiguo “romanzo grafico”); meno, se vuole segnare una perniciosa distanza del “nuovo fumetto” rispetto alla sua tradizione.

Oggi, l’adattamento al cinema di uno dei principali romanzi a fumetti italiani del nuovo millennio, “5 è il numero perfetto” (2002) di Igort (qui la recensione de Lo Spazio Bianco, qui un’intervista, qui un ampio approfondimento di Davide Occhicone), per la regia del suo stesso autore (che, tra l’altro, è anche il direttore del nuovo Linus, la rivista che come dicevamo più di tutte ha contribuito ad avviare il riconoscimento dei comics), di cui lo Spazio Bianco ha parlato qui. Il film insomma può essere un nuovo passo nella legittimazione del medium, contribuendo ad allargare il suo riconoscimento e aprendo la strada a ulteriori adattamenti italiani (è già in corso un analogo lavoro su “Diabolik”).

Produce quindi un’innegabile tristezza (ma non, purtroppo, una radicale sorpresa) notare come nella fase di promozione si ponga una netta cesura del film – e dell’opera di provenienza – rispetto al fumetto in generale, sfera da cui proviene.

Ciò avviene in un’intervista a Toni Servillo, celebre e giustamente celebrato attore che interpreta il protagonista, su Repubblica (vedi qui). In tutta l’intervista, Servillo non parla mai di fumetto in relazione all’opera, ma sempre di “graphic novel”; cosa in sé legittima, dato che l’opera di Igort lo è. Specifica però apertamente che la “graphic novel” sarebbe “un genere che si affranca dalla riduttività del termine fumetto e va verso un’ambizione ormai conclamata di vera e propria letteratura”.  Si propone così l’accostamento alla letteratura scritta del graphic novel come “nobilitazione” rispetto a un fumetto “riduttivo” (La graphic novel, va detto, è piuttosto una forma, come il romanzo, e non un genere).

Servillo rimarca che non si è mai avuta la sensazione di dover passare dalla bidimensionalità alla tridimensionalità (e, dato che in senso letterale l’opera di Igort, ovviamente, è bidimensionale, la cosa assume una valenza simbolica frequentemente attribuita al termine, nel senso di essere un’opera “di spessore” contrapposta implicitamente al resto del fumetto), e che il fumetto, anzi, la “graphic novel”, continua Servillo, è stata facile da adattare dato il “taglio di natura cinematografica”.

Ora: se da un lato è vero che Igort – come molti altri autori – adotta soluzioni riprese dal cinema, cosa resa ancora più ovvia dall’adozione del genere (questo sì, un genere) del noir in “5 è il numero perfetto”, paradossalmente non risulterebbe un grande complimento dire che l’opera non ha “specifico fumettistico”. Esiste una concezione del fumetto come “cinema su carta”: ma implica, solitamente, l’adozione di una griglia regolare, che rende minimo il “montaggio” fumettistico (soluzione legittima, adottata spesso da Pratt, e nel fumetto popolare da Julia). Non è il caso dell’opera di Igort.

5 è il numero perfetto

La chiosa di Servillo, che ricalca frequenti dichiarazioni politiche che usano il fumetto disneyano in chiave perlomeno riduttiva, è “Sia detto col massimo rispetto, nessuno di noi ha mai pensato di fare Topolino o Paperino al cinema”. Si obietta spesso che tale parere non è così automaticamente negativo (“Il tal politico ha studiato su Topolino” e può essere difeso nel senso: “si è limitato a una – in sé ottima – lettura per bambini”) ma il concetto appare comunque poco encomiastico. Chiaramente, non si sarebbe certo detto “non pensiamo certo di fare Fedro / Esopo al cinema” o, al contrario, si direbbe con senso di umiltà. E, di nuovo, tralasciando che al cinema (di animazione) Topolino ci sia ovviamente nato, nel 1928, con “Steamboat Willie”. Quanto a Paperino, la Disney ha detto la sua sul rapporto con il cinema in Autograph Hound (vedi qui).

Da un lato, si capisce come questa presa di distanza sia utile ai fini della promozione del film presso un “pubblico colto” (quello che venera, non a torto, Servillo quale attore iconico del “buon cinema” italiano) che potrebbe ritenere un fattore dequalificante la provenienza dal fumetto. Produce un certo scoramento notare come questo avvenga non limitandosi a parlare in positivo del film e della “graphic novel”, ma anche, nemmeno troppo tra le righe, parlando in negativo del “riduttivo” fumetto.

*

EDIT. Va detto che Igort ha dichiarato che si tratta di “affermazioni personali” di Servillo, e non manca naturalmente chi osserva che si tratta di dichiarazioni di non addetti ai lavori, cui non bisognerebbe prestare attenzione: tuttavia, l’autorevolezza di Servillo è innegabile e le sue parole sono segno di un clima condiviso ancora presente attorno al fumetto, almeno in parte, nel mondo della “cultura alta”. Per parte mia, mi interessava osservarne l’esistenza e segnalare garbatamente che – pur interessandomi delle liasons tra letteratura e fumetto – non condivido il parere riduttivo sul secondo.

*

Concludendo, insomma, sembrano sia ancora vere le considerazioni fatte da Sienkiewicz nei tardi anni ’80 (vedi qui); e la cosa risulta un po’ demoralizzante per chi ama il fumetto come forma di espressione artistica e spererebbe di vederla pienamente legittimata. Speriamo che il film contribuisca comunque in questo senso: tuttavia quello di Servillo, questa volta, non è stato “un numero perfetto”.

Edit del 2 settembre 2019: dopo le reazioni del mondo del fumetto, Servillo ha rettificato le sue dichiarazioni di cui si è parlato nel presente articolo (vedi qui).