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RSDIVG: il muro del pianto di Recchioni

7 Ottobre 2019
RSDIVG di Roberto Recchioni è un canto dolente alla romanità, sospeso tra un ritmo ultramoderno e più letteratura di quanto possa apparire.

RSDIVG

RSDIVG di Roberto Recchioni è un canto dolente alla romanità, sospeso tra un ritmo ultramoderno e più letteratura di quanto possa apparire.

S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo
S’i’ fosse vento, lo tempesterei
S’i’ fosse acqua, ì’ l’annegherei
S’i’ fosse Dio, mandereil ‘en profondo.

S’i’ fosse papa, sarè allor giocondo
Che tutt’i cristiani imbrigherei
S’i’ fosse ‘mperator, sa che farei?
A tutti mozzerei lo capo a tondo.

S’i’ fosse morte, andarei da mio padre
S’i’ fosse vita, fuggirei da lui
Similmente faria da mi’ madre.

S’i’ fosse Cecco, come sono e fui
Torrei le donne giovani e leggiadre
E vecchie e laide lassarei altrui.

(Cecco Angiolieri)

Su questo blog de Lo Spazio Bianco mi occupo del rapporto tra fumetto e letteratura: dopo una prima fase dedicata al tema più ovvio degli adattamenti letterari a fumetto, mi sono concentrato su casi più particolari di questo rapporto. Un esempio era stato, appunto, l’uscita di un primo romanzo a fumetti di Roberto Recchioni a inaugurare la collana Feltrinelli Comics, La fine della ragione: con la nuova collana si era, oltre il resto, consolidata la scelta ormai evidente degli editori tradizionali in favore di una sempre maggiore presenza del fumetto in libreria.

Il trend è proseguito e ora Recchioni pubblica un nuovo romanzo a fumetti, “Roma sarà distrutta in un giorno” o in sigla RSDIVG (con tanto di carattere romano per la U maiuscola), che rovescia il noto detto americano divenuto anche una canzone pop di qualche anno fa, Rome wasn’t built in a day.

Il precedente romanzo dell’autore romano era, come avevo scritto, un tentativo azzeccato di adattare lo stile del pamphlet illuministico alla nuova epoca e al medium fumettistico. Qui l’operazione è diversa, e per molti versi più complessa.

Il muro del canto

Come evidenziato fin dai credits di copertina, l’opera nasce da una collaborazione con Il muro del canto, gruppo musicale romano nato nel 2010 che fonde la tradizione dei canti popolari con influssi moderni di tipo rock. Nell’opera, sono presenti i testi di tre loro canzoni, fuse in modo armonico con il testo dell’opera: Roma Maledetta in apertura del primo capitolo, Domenica a pranzo da tu madre al centro, al quarto, So’ morto per sbajo in chiusura dell’ottavo, l’ultimo. L’effetto non è quello di un riferimento musicale magari azzeccato ma comunque elemento “esterno” all’opera, nella forma della citazione o della “colonna sonora implicita” secondo le modalità, ad esempio di Sclavi. No, le liriche delle canzoni si fondono nell’opera divenendone una efficace didascalia, dando particolare rilievo alla valenza poetica del gruppo cantautorale. La prima è una sintesi del complesso alternarsi di splendore e degrado della Roma maledetta prima della catartica distruzione: la seconda diviene una delle vicende degli abitanti tramite cui è letta la distruzione del mostro, l’ultima può essere un efficace epitaffio per tutti loro.

La collaborazione è certo cercata da Recchioni per tangenze forti, in certi punti fino all’idem sentire, sull’identità romana: ma anche il nome del gruppo risuona perfettamente il senso dell’opera: tutto il fumetto è infatti un “muro del pianto”, un canto funebre per il “tempio” di Roma distrutto oltre ogni possibilità di edificazione (almeno apparentemente: ridotta a rovina, Roma è però in sé stessa rovina e vestigia, e quindi destinata a sopravvivere ad ogni destino avverso).

La cover, efficacemente iconica, associa il Colosseo (anch’esso parzialmente già una rovina, del resto) e il mostruoso Kaiju giunto a distruggere la città (non a caso, Nerone: e il Colosseo – landmark di Roma – prendeva il nome dalla statua colossale dell’imperatore ritenuto l’anticristo, il 666, dall’Apocalisse cristiana).

Un demone cornuto dall’ossea parvenza di morte, per una storia cupissima e in fondo – al primo livello – semplice, lineare e ineluttabile. Come da tradizione nipponica, un Kajiu giunge a Roma, e la distrugge, complice l’inefficienza del governo italiano (come, similmente, nella tradizione giapponese l’avvento dei mostruosi Oni mette in luce l’incapacità del ceto dirigente nipponico: zelante ma burocratico fino al bizantinismo questo, delirante nella sua inettitudine da bassissimo impero quello italiano nella visione di Recchioni – ardua da contestare, del resto).

Il Colosseo è anche figurato – con una delle immagini più potenti – come una macabra corona in testa a un teschio, nuova connessione al mortifero Nerone, e simbolo di una Roma preda, dopo la fine della sua età aurea, delle voglie di un potere avido e stolido al tempo stesso, che la brama ma non sa capirla e reggerne il peso.

Pasolini

La efficace premessa storica sui testi della canzone Roma Maledetta porta a un omaggio obliquo, sotto il profilo letterario, a Pasolini. Un nume tutelare importante per tutta la letteratura romana (e non solo), ma anche per Recchioni, che ha fatto scontrare il suo Pietro Battaglia (altra indagine sull’anima nera di una nazione, ma con un particolare sguardo alle cose romane) con l’autore, in Ragazzi di morte. Battaglia, del resto, fu il mentore dei “Mostri di Roma” di Caput Mundi, che continua ancor oggi la sua avventura editoriale.

Fin da subito Recchioni dichiara un segno visivo improntato a un fortissimo impatto visivo: la splash page costituisce non la parca eccezione, come nel fumetto italiano (e il più recente!), ma la norma, la struttura base del narrare. Il formato, in ogni caso, è quello della griglia larga del pocket italiano (omaggiato anche in una serie di Battaglia, prima del ritorno al formato quaderno), non a caso quello del noir erotico e poliziesco, un fumetto ritenuto sordido nei ’60 che furono la sua era di gloria, ma in grado di scavare a fondo le contraddizioni dell’Italia nell’esplosione del boom (cui seguirono presto altre bombe). Una griglia a quattro vignette massimo, 2X2, ma più usualmente due o tre vignette, secondo una semplificazione dello schema “a mattoncino” codificato dalla Bonelli sul 2×3.

Recchioni si è impadronito bene del formato (su cui, oltre Battaglia – come curatore – ha ragionato proprio ne “La fine della ragione”, in modo meno esplicito) e, complice un formato librario più ampio del fumetto tascabile, oltre al colore (impensabile nei neri da edicola sixties-style), l’alta qualità della carta e della stampa, raggiunge l’apice dell’effetto studiato, che crediamo intenzionale. L’opera è “autoriale”, nell’adozione di un segno iconico, asciutto ma anche pittorico negli efficaci effetti sfumati: ma anche popolare nella suggestione del formato e del ritmo.

Bulgakov

La cartina di Roma scandisce il progredire del mostro, con ineluttabile luttuosità. Dopo il rimando pasoliniano già insito nel testo musicale citato, la citazione letteraria più evidente, nel terzo capitolo, è quella fornita in anteprima su Fumettologica (vedi qui). Il romanzo letto dalla protagonista del capitolo non è certo casuale: “Il maestro e Margherita” di Bulgakov è il romanzo maledetto del sistema sovietico, composto tra il 1928 e il 1940, anno della morte dell’autore, e non pubblicato fino alla sua fortunosa esportazione in Occidente nel 1967.

L’explicit del romanzo, citato come chiusura del capitolo, sottolinea il parallelismo con quanto Recchioni va narrando: come quell’opera prefigura la crisi del sistema sovietico allora all’apice della sua insorgente potenza, disegnando la crepa lungo cui la maceria si ritaglierà, quest’opera di Recchioni mostra “la conclusione dell’opera”: ovvero il franare dei tronconi ormai sul punto di sfracellarsi al suolo nell’edificio della Civitas (in ampio senso) italica in questo momento storico. L’insistita e quasi didascalica sottolineatura dell’amore di Lucia per i grandi romanzi dell’Ottocento, se conosciamo un certo gusto beffardo dell’autore, è anche una sottile provocazione verso suoi eventuali detrattori, quasi a rendere ancor più potenzialmente blasfema la citazione (e il parallelo, di per sé corretto, che istituisce).

A margine, appare curioso come un epifenomeno dell’era di decadenza che Recchioni coglie con precisione sia il fatto che la sua opera sia divenuta superata – nelle sue parti di satira politica – nel momento stesso in cui viene pubblicata, nonostante il fiuto usuale dell’autore per la componente di instant book: non tanto negli sfottò, ormai marginali, alla Raggi (apparsi in parte anche online) o all’uso di Mentana come sintetico anchorman al modo di Frank Miller: ma nella parte dedicata a un Salvini già autodistruttosi con una rapidità tale da superare il più vorace dei Kaiju. Un segno, appunto, del declino della classe politica (un autocannibalismo da cui, come noto, non è esente nemmeno la nuova maggioranza, tra l’altro): la satira al veleno sul Divo Giulio poteva durare mezzo secolo, come i migliori imperatori (magari malvagissimi) della classicità aurea; ora la calata dei barbari offre una teoria desolante di Odoacre qualsiasi, pronti a fracassarsi virtualmente il cranio nel rapido giro di un valzer di sondaggi e decisioni avventate.

Un cupo romanticismo

E quindi l’alternanza di parti cartoonesche (ma, da notare, con uno stile sempre sottilmente diverso, a cogliere il meglio del rapido squarcio di quotidianità melanconica sul procinto di squarciarsi in tragedia) e di parti epiche, in un trionfo di rossi e neri di infernale possanza pittorica, funziona meglio quando si allontana dalla satira, anche sociale, e diviene ipostasi di un attimo, con esattezza. Riuscito è infatti il ritratto papale, che ha un sottile debito a Pazienza (sviluppato in piena autonomia) e che non cerca la velenosità del pamphlet, riuscendo quindi più icastico e distruttivo.

Se nella Fine della Ragione Recchioni argomentava con polemico illuminismo, questa è un’opera di esattezza dei sensi e “de core”, un cupo e carnale romanticismo recchioniano, un sofferto, sprezzante, sarcastico inno d’amore ed odio alla sua città. E anche la causticachiosa finale, che riesce a dare uno slancio di speranza fuso col massimo del cinismo (nel più pieno della tradizione romana) rimanda, a molti livelli, a una visione viscerale, oltre il puro ragionamento. La distruzione analizzata con freddezza, e in modo più universale, nell’opera precedente, qui appare nel suo puro manifestarsi.

“Ciò che non strozza ingrassa” era anche sapienza romana evocata da Mercurio Loi, opera che – sottilmente, indirettamente – ha un suo rapporto quasi simmetrico con questa. Il raffinato labirinto di Bilotta e il “taglio al nodo di Gordio” di Recchioni, ai due estremi dello specchio, mostrano al lettore uno scorcio di quella Roma che chi non è romano sente usualmente di non poter mai comprendere davvero, tagliato fuori in fondo dal mito vivente che sta al cuore della storia.

rsdivg

Ma la vecchiezza è una Roma
senza burle e senza ciance
che non prove esige dall’attore
ma una completa autentica rovina.

(Boris Pasternak su Majakowskij nel 1932, Carmelo Bene nel 1980, Andrea Pazienza nel 1987)

Lorenzo Barberis

Lorenzo Barberis

Nato a Mondovì nel 1976, laureato in Lettere a indirizzo artistico presso l’università di Torino (2000), insegna italiano e storia alle superiori. Scrive per Culture Club 51, la rubrica di cultura del settimanale di Mondovì L'unione monregalese. Il suo blog personale è, dal 2008, fumettismi.blogspot.com. Si occupa di arte visiva, letteratura e fumetto e del rapporto tra i tre ambiti; con Wundergammer.com (2010-2012) ha anche partecipato a un esperimento seminale di critica d’arte del videogame. Collabora al progetto CuNeoGotico (2013-2016), dove ha curato i testi del catalogo per la parte relativa al fumetto, e al progetto DKMO della casa editrice Il Girovago, per cui ha realizzato la prefazione alla parte letteraria del volume. Per il blog network de Lo Spazio Bianco cura dal 2016 il blog Come un romanzo, dedicato al rapporto tra fumetto e letteratura.

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