Radical Shock Comics: Ventura e il fumetto, ancora.

Radical Shock Comics: Ventura e il fumetto, ancora.

In questa rubrica che si occupa delle intersezioni tra fumetto e letteratura mi aveva divertito, un paio d’anni fa, esaminare anche il rilievo avuto dal fumetto nella seconda opera di Raffaele Alberto Ventura (noto online come RAV, e ancor più con la sua maschera di Eschaton), “La guerra di tutti”, che pescava in modo ampio dalla cultura dei supereroi – e in modo non episodico e superficiale – esattamente come nell’opera di esordio, dedicata alla Classe Disagiata (concetto ormai passato nel mainstream culturale del paese) erano abbondanti le annotazioni letterarie.

All’uscita della sua terza opera, “Radical Choc” – che segna il passaggio da Minimum Fax a Einaudi – mi ha incuriosito verificare in che misura resta confermato questo rimando fumettistico (in senso lato). Certamente la cover è divenuta più cartoonistica, con un’immagine che ben riassume il senso del volume, presentato già dal sottotitolo che fa eco a Gibbon: Ascesa e caduta dei competenti.

 

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Come già ho spiegato nell’articolo precedente, la cosa mi pare rilevante per l’importanza di Ventura, forse il principale homo novus del dibattito culturale odierno (anche per le posizioni scalene rispetto ad una netta adesione agli assi tradizionali del quadrante politico). In quella sede, tra l’altro, ricostruivo la competenza di Ventura in ambito fumettistico stretto, anche per discendenza famigliare: Giulio Cesare Ventura fu uno dei pionieri del fumetto italiano, e forse il papabile inventore del termine “romanzo a fumetti”. Di recente è stato riscoperto un suo romanzo grafico, appunto, disegnato da Lina Buffolente (ritenuta la prima fumettista professionista europea), di cui dovrò tornare a parlare.

Ma veniamo a RAV e al Radical Choc. Il primo capitolo parte, inevitabilmente, dal “virus nella macchina”, il Covid che ha inceppato il nostro sistema. RAV riprende un autore da lui riscoperto, almeno nel dibattito italiano, l’arabo Ibn Khaldun, tra i primi a dare una lettura laica delle epidemie medioevali basata sull’affollamento delle città. Una teoria che, ampliata, diviene vera anche oggi,  su cui RAV imbastisce i suoi ragionamenti. Ma poi, con voluto effetto choc, giunto a metà del capitolo, introduce quello che è apparentemente un bathos nelle citazioni coltissime affastellate: il noto finale de “La spada nella roccia” (1965), l’ultimo capolavoro della Disney con Walt ancora in vita. Merlino, come noto, vince lo scontro con Madame Mim che si trasforma in un drago tramutandosi in un virus. L’effetto è inevitabile: la citazione è “pop, molto pop, pure troppo” (come diceva un noto comico sul pulp), ma è perfettamente rispondente alla sintesi del tema, e quindi doppiamente efficace.

 

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Una funzione simile – ma qui, di nuovo, con il gusto della riscoperta di qualcosa di ormai dimenticato – è la citazione di Lino Aldani, padre di una “fantascienza umanistica” che nei suoi racconti aveva in effetti ipotizzato una distopia medica nel futuro (ricordo che ai tempi universitari, ebbri del cyberpunk, molti schernivano Aldani rispetto ai più ganzi autori d’oltralpe. E invece).

Il primo capitolo (dopo un “capitolo zero” sulla Covid Age), “Flashback”, torna a indagare “le basi” della crisi, le precondizioni che l’hanno resa possibile. E, di nuovo, si parte con l’ambito fumettistico. Qui la citazione, da “The Killing Joke” di Moore e Bolland, costituisce se vogliamo un caso intermedio tra l’oscuro Aldani e il notissimo film disneyano: è un caposaldo del fumetto americano (che torna dalla “Civil War” di tutti) che travalica il nerdom ma che può risultare una citazione nuova al pubblico più agé. Di nuovo, la cosa interessante è la pregnanza: non è un orpello occasionale, ma Ventura coglie bene come il mito di Joker, consolidatosi a partire da quest’opera (Miller ancora ne fa una figura puramente esecrabile nel suo monumentale Dark Knight Returns: eppure anche lì inizia a tralucere la fascinazione di un certo pubblico per Joker, che il Miller del 1985 condanna con forza).

 

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La cosa ammirevole – agli occhi di un appassionato di fumetti, in particolare – di Ventura è il suo unire una competenza alta nel fumetto a una ancor più forte in ambito socio-economico: un altro economista potrebbe usare l’esempio per il puro intrattenimento del pubblico (un effetto “first reaction: shock!” a cui nemmeno Ventura rinuncia del tutto nella sua abile, scafata retorica), abbandonandone poi le implicazioni. Un fumettologo bravo, viceversa, potrebbe far trasparire la rilevanza sociologica del culto del Joker, ma non indagarla in modo così strutturale senza competenze economiche specifiche. Qui invece il tema è ripreso costantemente in una trattazione più “specialistica” (pur in un taglio divulgativo), con rimandi anche, ovviamente, al Dark Knight di Nolan che questi temi ha ripreso e diffuso nel mainstream, e ovviamente al Joker di Phoenix, ultima incarnazione di questo mito del vendicatore del “popolo” contro la presunta dittatura dei competenti.

Anche il secondo capitolo, che va indagare “le ragioni dei competenti”, parte dal fumettistico: “Snowpiercer”, infatti, recente film di successo (e poi anche serie Netflix meno riuscita) nasce dal fumetto, prima di essere ripresa da Bong Joon-ho. Il regista è stato reso ulteriormente celebre, di recente, da “Parasite”, primo film coreano a vincere a Cannes e agli Oscar, che ha tra l’altro un tema per certi versi simile, nel rapporto tra i competenti (che si arrogano, in entrambe le opere, tutti i diritti) e i privi di competenze spendibili, da tenere ai margini con disprezzo se non da eliminare.

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Ovviamente la validità del testo di Ventura sta nel decostruire il semplicismo della lettura di primo livello (lettura che è più problematica in Parasite che in Snowpiercer: se il film fantascientifico può essere letto semplicemente come j’accuse contro le élite, Parasite crea un gioco di specchi non risolto su chi è il “vero parassita”): ma questo sta nel discorso propriamente socioeconomico dell’opera. Quello che resta qui interessante è l’uso non solo di un testo fumettistico, ma uno il cui successo sia stato certificato dalla trasposizione in un film in grado di perforare, come il treno Bucaneve in questione, il ghiaccio spesso dell’immaginario collettivo, sempre più solido dopo ogni nuova stratificazione di opere dalla sempre più difficile originalità.

Il terzo capitolo, sulla “Burocratizzazione del mondo”, che sviscera il tema un certo sclerotizzarsi dei competenti in casta, vede la citazione fumettistica al fondo, “I robot si ribellano” di Tom e Jerry (con una nuova variazione stilistica: la chicca esoterica di un prodotto pop notissimo), che a suo modo viene colto come una brillante spia dell’alienazione prodotta dalla meccanizzazione robotica del lavoro (e quasi prefigura l’attuale consolidarsi del “lavoro a distanza”, che ormai viene dato per certo anche nella lontana ipotesi dell’attenuarsi della minaccia pandemica, dopo l’abbrivio iniziale che questa gli ha dato).

 

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Il rimando fumettistico non è unico: il quarto capitolo ad esempio ricorre più a Conan e alla sua Iperborea, a Mad Max, al postapocalittico, in un’altra chiave (la società della sorveglianza) a Minority Report: ma il tema del fumetto torna nel quinto, con la ripresa iniziale di Mazinga, dove il Mecha componibile diviene un correlativo oggettivo del Leviathan hobbesiano. Volendo, potremmo vedere quasi un collegamento con i Tom e Jerry citati prima: se là l’episodio “irregolare” di fantascienza mostra la crisi di un cartoon che diviene sempre più antiquato nei suoi modi, i “nuovi cartoon” giapponesi si basano invece su questo tema, che dai ’70 in poi, con la terza rivoluzione industriale, si percepiscono quasi inconsciamente, forse, come centrali (a margine, la geremiade dei “bei cartoni” soppiantati dai “cartoni violenti giapponesi” da parte dei genitori è un classico dell’infanzia anni ’80: e a me lasciava perplesso, perché percepivo sottilmente più inquietante la violenza compiaciuta di un Tom e Jerry classico che quella sofferta degli anime nipponici).

Sul finale, il riferimento al fumetto diviene meno stringente: sia perché RAV vuole stringere il discorso verso una fase conclusiva, chiudendo la sua “trilogia del Collasso” (come ha definito il suo trittico lo stesso autore), sia per allargare, per contro, la rete citazionistica pop ad altri ambiti, da Fantozzi al Western, sempre secondo le movenze che abbiamo delineato, incentrate nel suo primo libro sul letterario, e nel secondo specificamente sul fumettistico. Tornano alcuni rimandi: ad esempio nel settimo capitolo, si tratta en passant di “Watchmen”, per parlare di Rorschach (che è pazzo, ma ha ragione: una diversa maschera, meno cool del Joker ma per paradosso più a fuoco nelle sue folli ossessioni complottiste). Ma il discorso è meno sistematico.

 

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Naturalmente, il senso del volume è nel suo focus socio-economico, nella crisi di una “società dei competenti” che Ventura delinea con precisione (da docente di scuola superiore, mi viene da riflettere su come questo metta in crisi, potenzialmente, anche la “didattica delle competenze” che si è imposta con forza dopo la crisi delle ideologie novecentesche). Sui temi specifici del volume, un buon punto di partenza ci pare la lunga intervista di Rolling Stone all’autore, qui. In questa sede, ci premeva sottolineare che, tra i punti di forza dell’autore, continua ad esservi un costante rimando alla cultura pop, che riconosce una valenza spesso fondante del fumetto (solitamente non riconosciuta, specie al di là del discorso specificamente culturale, dove ha inciso di più la lezione di Umberto Eco dagli “Apocalittici” in poi).

 

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In qualche modo, il “Radical Choc” è certo quello che sta colpendo una classe di “competenti” e “radical chic”, a vari livelli, ma è anche – come ho cercato di argomentare – il metodo retorico di Ventura, che riesce a colpire l’attenzione del lettore con un discorso saggistico spesso ad effetto (per quanto raffinato, anzi: proprio per l’irrompere nel pop in un discorso colto e specialistico) ma altrettanto azzeccato nelle sue intersezioni all’apparenza improbabili. Un po’ come i bistrattati, ma poi rivalutati fumetti della EC Comics, le “Tales to offend” care un tempo a Frank Miller, che da una narrazione dal finale shockante sapevano talvolta trasmettere un messaggio originale al lettore (tra queste testate, esiste proprio uno Shock). Uno stilema che, raffinato e reso più complesso e contradditorio, sarà poi proprio dei migliori underground comix. Dal radical horror di Shock a Radical Choc, da RAW a RAV il passo è breve, insomma.

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Una prospettiva fumettistica, insomma, quella di  Ventura, che può offrire uno spunto non banale anche alla critica fumettistica, precisando meglio temi diffusi che inevitabilmente passano nella produzione dell’immaginario.