Pinocchio di Bilotta-Mammuccari, e di altri burattini

Pinocchio di Bilotta-Mammuccari, e di altri burattini

Povero Pinocchio

Povero Pinocchio di Alessandro Bilotta ed Emiliano Mammuccari è una delle tante reinterpretazioni del mito pinocchiesco. Realizzata nel 1999, e oggi riedita da Star Comics in occasione del ventennale, è indubbiamente una reinterpretazione interessante di tale mito. Si tratta di una delle opere di esordio per gli autori,  oggi tra i nomi più importanti del nostro fumetto. Entrambi uscivano dalla Scuola Romana dei Fumetti; assieme a Mauro Uzzeo, Marco Marini e Franco Urru fondavano la Montego (1999). Questa loro opera ne è una delle prime pubblicazioni. Il nome dell’editrice evoca la città caraibica mito piratesco come immagine di libertà: Pinocchio ne era quindi una delle interpretazioni migliori.

Il fumetto opera una interessante e originale decostruzione del Pinocchio di Collodi. Innanzitutto per la forte selezione che opera del suo contenuto, ma anche per la forte impronta interpretativa che gli impone. A partire da quella stupenda citazione iniziale, dal Cesare Pavese de La luna e i falò, che istituisce un parallelo tra le colline toscane che fanno da sfondo ideale a Pinocchio e le “mie” langhe cuneesi. Ma, soprattutto, tra la povertà spesso dimenticata che traluce dal Pinocchio originale, che si riverbera in quella narrata dal neorealismo. In questo, aleggia sull’opera (che ne è invece lontana sul piano strettamente visivo) il Pinocchio filmico, appunto neorealistico, di Comencini, del 1972.

Si inizia in medias res, con lo spettacolo di burattini, uno dei momenti più metaletterari. Non vediamo Pinocchio in scena: osserviamo il teatrino dal suo punto di vista, come mescolati alla folla che osserva. Il punto di vista, immaginario, del ragazzino protagonista, alter ego pinocchiesco introdotto dagli autori. Con Pinocchio nella testa e nel cuore, il ragazzino evade da una oppressiva scuola tardo-ottocentesca, dove un Perboni esagitato esalta le imprese sanguinarie di Carlo Magno. Forse il sovrano è scelto anche perché le sue gesta sono tema di rielaborazione nel teatro dei pupi? In ogni caso, rappresenta l’oppressione tetra della scuola dell’obbligo (in più sensi), da cui è necessario fuggire.

Povero Pinocchio

 

I disegni di Mammuccari accompagnano perfettamente questo taglio dato da Bilotta alla storia. Disegni fiabeschi, sognanti, dal tratto infantile, con colori pastello dal tratteggio arioso. Seguendo il trasognare del fanciullo, dopo l’evasione coloratissima delle marionette troviamo la cupa notte dell’impiccagione. Ovviamente, il taglio dato alla storia arricchisce e precisa il senso della citazione: i briganti incappucciati che vogliono sottrarre l’oro dalla bocca di Pinocchio diviene una scuola che vuole privare gli studenti del “loro” oro in bocca, le loro Parole, da sostituire con altre, imposte dall’alto del nozionismo imperante.

L’Abbecedario che inizia con l’A di Asino è altro simbolo forte di questa scuola castrante. Potente anche il fatto che la P di Pinocchio sia istoriata con le nuvolette del balloon, che identificano e danno il nome al fumetto (16.vi). Ed è questa visione che spinge il ragazzino alla ribellione decisiva, alla rottura che gli permette di restare “burattino per sempre”. Qui si può riscontrare un parallelo con un altro importante Pinocchio extra-fumettistico: quello di Edoardo Bennato, del suo “Burattino senza fili” (1977), seminale concept album del rock italiano. Ma, indubbiamente, molto è autonomo, e si sente la forte impronta autoriale e personale dei due autori. In particolare, è suggestivo come il tema della scuola come totalitarismo richiami in parte il suo sviluppo ne La dottrina, opera fondamentale di Bilotta.

L’archetipo di Pinocchio alle radici del fumetto.

Pinocchio

Pinocchio è un archetipo potente e, in qualche modo, rimosso della nostra cultura. Fumettistica e non. Italiana e non solo. Come arcinoto, nasce nel 1881 dalla penna di Carlo Lorenzini, detto Collodi. Aldo Mola, lo storico più autorevole della massoneria italiana, ne dà per certa la sua iniziazione. Mazziniano sfegatato, partecipante ai moti risorgimentali, fondatore nel 1848 di un giornale dal titolo “Il lampione”, con l’intento illuministico di portare luce nelle tenebre, Collodi scrive probabilmente in Pinocchio una favola perlomeno iniziatica, se non massonica (vedi qui). Il rischio di sovra-interpretare è sempre alto, chiaramente: ma almeno la tramutazione in asino, pur pedagogica, rimanda chiaramente alle Metamorfosi di Apuleio, che informa di sé la metafora del burattino che deve divenire bambino vero. Allo stesso modo, la conclusione nel ventre della Balena rimanda al mito biblico di Giona, e questo getta la luce di una singolare, ovviamente appena accennata (se presente) cristologia.

 

Pinocchio visivamente appare nel 1882, per mano di un illustratore anonimo (l’attribuzione è a Ugo Fleres), nella scena in cui è impiccato dai due incappucciati prima di essere salvato dalla Fata Turchina. Una morte-risurrezione, a suo modo: e se nell’originale è appeso a una quercia, nel disegno è appeso a un Lampione in forma di croce tau (è un capolettera T). Un rimando possibile al “Lampione” massonico di Collodi? Suggestivo pensarlo.

 

Nel 1883 abbiamo il primo illustratore ufficiale, Enrico Mazzanti, che tornerà sul soggetto nel 1884 affiancato da Giuseppe Magni. Seguì nel 1901 il lavoro liberty, raffinatissimo, di Carlo Chiostri, finché nel 1910-1911 non fu il turno di Attilio Mussino. Mussino, ritenuto il secondo padre di Pinocchio dopo Collodi (morto nel 1890), diede l’interpretazione-chiave del burattino. Mussino è anche il padre del fumetto italiano, col suo Bilbolbul (1908) – figura non aproblematica, del resto.

Pinocchio

 

 

 

Con Mussino, si crea così il rapporto seminale – per l’Italia – tra fumetto e letteratura, tramite appunto Pinocchio. Non a caso, il burattino ha in seguito un rilievo particolare nel fumetto italico. Ne diede infatti una lettura (1921) anche Sto, Sergio Tofano, il principale nome del fumetto italiano prima del ’45, con il suo Signor Bonaventura (1917).

Il fascismo fu pronto a impadronirsi di Pinocchio. Già nel 1922 Giuseppe Petrai crea un Pinocchio fascista. L’ipercinetismo libero del burattino viene (falsamente) sovrapposta alla truce, beffarda violenza squadrista. Un processo che dovrebbe portare anche al primo cartone animato italiano, dedicato al burattino, avviato nel 1935-36 e poi sospeso. Nel 1937-1938 ne viene creata una prima versione a fumetti italiana, sui testi di Collodi Nipote, Pietro Lorenzini.

Ma nel 1940, per il mezzo secolo di Collodi (e lo scadere dei diritti d’autore), giunge una celebrazione – e appropriazione – mondiale. Quella, ovviamente, di Walt Disney, che sceglie il Pinocchio per il suo secondo lungometraggio animato. In un calvo Mangiafuoco, reso perfido e rinominato Stromboli, come il vulcano, potremmo quasi riconoscere una caricatura propagandistica di Mussolini (così come l’algida bellezza della Regina Uta, venerata dai nazisti come simbolo di purezza ariana, era stata rovesciata nella beltà malvagia della Regina di Biancaneve, nel 1938).

Pinocchio

Una nuova riscrittura italiana, autorevolissima, è però quella di Benito Jacovitti, che nel 1942-43 inizia a lavorare a un “suo” Pinocchio su cui tornò più volte, fino all’edizione definitiva del 1964, più volte ristampata. La ipercinetica legnosità pinocchiesca si incarna perfettamente nel tratto di Jacovitti (la cui importanza nel fumetto italiano, forse fin poco coltivata, è centrale).

Fuori dall’Italia, il tema pinocchiesco – in senso lato, ma forse anche in un influsso del Pinocchio disneyano – torna nell’Atomu (Astroboy) di Osamu Tezuka, del 1952. Il fondamento del manga e dell’anime mecha, che costituisce come noto il principale filone del fumetto nipponico. Un apporto ben più rilevante che non la serie animata del 1972, di Tatsuo Yoshida, che comunque lo omaggia con lo spirito cupo degli anime di quei tempi. La riscoperta nipponica e quella di Comencini, nello stesso anno, stimola anche il Pinocchio delle Edizioni Bianconi, a suo modo di una certa longevità, dal 1974 al 1980. Ne abbiamo parlato qui. Decisamente di alto livello anche la lettura di Luciano Bottaro, sul Giornalino, nel 1981, nei pressi del centenario.

Si giunge così alle letture moderne, “decostruzionistiche”, di cui la lezione di Bilotta e Mammuccari (1999) è fra gli esempi più alti: in anni, oltre il resto, che vedono anche l’uscita della lettura di Stanley Kubrick, rimaneggiata da Spielberg, in A.I. (2001), ultimo film dell’autore. Trasposizione, di nuovo, robotica del mito: ma con titolo di lavorazione “Pinocchio”.Nel 2006, un’altra inversione di grande importanza è quella operata col “Pinocchio di carne” messo in scena da Ausonia. Qui la recensione e qui una interessante intervista. Ma anche il Pinocchio di metallo kubrickiano e quello organico di Ausonia sono sempre un modo per parlare, nuovamente in modo allegorico, della iniziazione dell’infanzia, da prospettive diverse.

L’ultima grande lettura italiana è, a mio avviso, quella di Marco Corona (2015), di cui ho parlato ampiamente qui. A margine, possiamo citare la versione di Chauvel nel 2011 (vedi qui), quella di Winschluss nel 2014 (vedi qui), questa – italiana – per Fernandel nel 2011, l’animazione di Enzo D’Alò nel 2012. Oggi il live action Disney, in lavorazione, e quello di Guillermo del Toro – che va a scavare sul rapporto col fascismo – solo le ultime propaggini di un mito che non accenna a perdere forza simbolica.