Rita Petruccioli, "Ti chiamo domani" e Buzzati.

Rita Petruccioli, “Ti chiamo domani” e Buzzati.

Rita Petruccioli, Ti chiamo domani, copertina.

Ti chiamo domani è l’opera d’esordio come autrice completa di Rita Petruccioli. L’illustratrice romana (qui una sua intervista su Lo Spazio Bianco) non è del tutto nuova al fumetto, avendo realizzato in questo ambito Frantumi, su sceneggiatura di Giovanni Masi (qui la recensione dello Spazio Bianco, qui una intervista sull’opera). La bella recensione di Ti chiamo domani da parte de Lo Spazio Bianco, ad opera di Claudia Grieco, si trova invece qui.

Su questo blog, come noto ai suoi lettori abituali, mi occupo del rapporto tra fumetto e letteratura: adattamenti letterari ma soprattutto, negli ultimi tempi, di opere che abbiano un rapporto più sottile col letterario rispetto alla trasposizione pura e semplice. E questo romanzo a fumetti di Rita Petruccioli è uno di questi casi.

Come evidente fin dalla copertina, siamo nell’ambito di una storia on the road; e come è spesso consuetudine in questi casi, i due protagonisti hanno storie profondamente diverse, che si scoprono man mano che il viaggio introduce una maggiore confidenza. Un genere, tra l’altro, introdotto dall’omonimo romanzo di Jack Kerouac, On the road (1957): ma non è questo il rapporto interessante, e il capolavoro della Beat Generation qui serve solo alla definizione del genere.

Rita Petruccioli, Ti chiamo domani, Chiara e DanieleIl punto di forza di quest’opera della Petruccioli è la particolare delicatezza con cui l’autrice sa trattare personaggi e situazioni potenzialmente scabrose, senza scadere in facili manicheismi che presentano personaggi stereotipi, facili da codificare per il lettore (anche se – proprio per questo, potremmo dire – il discorso etico che emerge sui comportamenti è molto preciso, molto netto). Una delicatezza che passa anche attraverso la scrittura delle scene e dei dialoghi, ma – come è più facile in un autore completo – beneficia della perfetta integrazione col disegno.

Un segno minimale, essenziale, quello della Petruccioli, quasi zen nel giocare sull’assenza, sul levare, e che corrisponde bene a una narrazione che si gioca molto sulle ellissi e sulle reticenze: per esigenze di realismo e sensibilità (di fronte a traumi di varia entità, ma comunque profondi, personaggi didascalicamente loquaci risulterebbero poco credibili) sia per costruzione di una efficace suspense drammatica. Naturalmente, ciò avviene nei modi simmetrici della loquace studentessa d’arte e del laconico autista: ma in entrambi i casi il loro discorso – fino alla liberazione finale – si fonda sul non detto.

E qui viene in aiuto l’inserimento letterario di cui avevamo accennato in origine: Il deserto dei tartari di Dino Buzzati. Di Buzzati – autore che ha un profondo e fondante rapporto col fumetto – avevamo già parlato qui. Nel caso della Petruccioli, l’opera appare direttamente nella narrazione: Chiara, la protagonista femminile, sta leggendo l’opera la notte in cui la vicenda inizia, e si riporta anche l’adattamento di un passaggio dell’opera (come si può vedere nell’anteprima del fumetto). E proprio la lettura del passo – naturalmente non casuale – mette in moto qualcosa di sospeso in Chiara, spingendola a un viaggio che fin da subito suscita delle domande nel lettore.

Rita Petruccioli, Ti chiamo domani, Chiara

A una seconda rilettura dell’opera, molti tasselli vanno al loro posto: anche la precisione accurata della citazione. Ma la citazione è appropriata perché significativa di tutta l’opera, che esprime un malessere esistenziale volutamente, necessariamente fuori fuoco in Buzzati. L’autore, va detto, ha sempre rifiutato letture apertamente allegoriche del romanzo: ma è innegabile che, essendo scritto nel 1940, la suggestione è inevitabile. Il tenente Drogo si trova bloccato nella Fortezza Bastiani, dove “da vent’anni” si attende l’arrivo di uno scontro coi Tartari che sarà l’occasione di gloria, ma con la percezione di aspettare invece una Apocalisse di quel mondo inquietante e sospeso. L’idea che si parli – anche – del fascismo alle soglie della guerra mondiale è inevitabile (ne ho scritto qui): la volontà di Buzzati di non “chiudere” l’interpretazione, tuttavia, va nel senso di un messaggio universale, che trascenda la mera fase storica, e diviene la riflessione più ampia, romanzesca, sul tema che poi l’autore sviscerò nei suoi incredibili racconti: l’Occasione Perduta.

Ecco: senza – di nuovo – una corrispondenza puntuale, “didattica”, che sarebbe forzata, la metafora di fondo del Deserto dei Tartari inserita dalla Petruccioli funziona bene nell’opera perché diventa una buona rappresentazione della situazione di Chiara e Daniele, entrambi imprigionati in una “fortezza” da cui non hanno – almeno nella situazione iniziale – la forza di uscire. La differenza – altrettanto significativa – è che il romanzo di Buzzati (e la sua opera in generale) è il romanzo di una solitudine: il protagonista non trova mai la forza di reagire perché di fatto solo di fronte al mondo, privo di rapporti autentici. L’incontro qui diviene la possibilità di una dinamica esistenziale, al di fuori (forse) dalla Fortezza. Di non restare inchiodati alla perdita delle occasioni, un tema personale dei due protagonisti ma anche un riflesso di analoghe prigionie delle rispettive generazioni, delle rispettive classi sociali.

E il tutto diviene anche un modo di mantenere la vitalità della nostra tradizione letteraria, intersecandola nel fumetto come è ormai normale fare in ambito infra-letterario (o cinematografico).