Pazienza e la letteratura

Ricorre quest’anno il trentennale della morte di uno dei principali fumettisti del canone italiano, Andrea Pazienza (1956-1988). Appare perfino superfluo sottolineare gli enormi meriti di Pazienza come fumettista: da Penthotal alla partecipazione a Cannibale, interpreti entrambi dello spirito del ’77, e alla fondazione con gli altri “cannibali” di Frigidaire (1980), dove crea un personaggio come Zanardi che è forse la migliore interpretazione degli anni ’80 italiani, di cui l’autore voleva “trovare il segno”. Gli ultimi giorni di Pompeo è una delle più terribili e meno retoriche descrizioni del mondo dell’eroina, e innumerevoli sono le opere che si potrebbero citare.

Ma, in questo blog che si occupa di fumetto e letteratura, ci piace evidenziare come il rapporto di Pazienza con l’adattamento letterario fu meno episodico di quanto si potrebbe pensare.

Nel 1987 Pazienza viene a conoscere Campofame, poema di Robinson Jeffers (1887 – 1962), in originale Hungerfield, per la mediazione del poeta Moreno Miorelli. La storia dell’uomo che vince la Morte in una lotta di cupa disperazione e l’orrore conseguente che sussegue sulla Terra, dove la morte non viene più a spezzare il dolore, è l’espressione della filosofia dell’autore americano, che aveva pubblicato l’opera nel 1954 e che si distingueva per il suo “in-umanesimo”, un rifiuto dell’umanità apportatrice di continue sofferenze, non lontano per certi versi dall’esistenzialismo più nichilista di Sartre e soci. Pazienza inoltre realizzò anche dei disegni per il poema “Tre canti” dell’amico Miorelli.

L’opera uscì per Comic Art, per cui Pazienza realizzò anche alcune versioni illustrate dei Proverbi infernali, una sezione di The marriage of Heaven and Hell (1790) di William Blake (1757-1827). Di nuovo, una scelta ricercata e preziosa, quella dell’ultimo Pazienza, in connessione forse anche al taglio giustamente “nobilitante” dei fumetti di una rivista come Comic Art, fin dal titolo.

Ma, tuttavia, il rimando al letterario in Pazienza è forse più profondo quando non è dichiarato. L’opera che più di tutte appare giocare su questo duplice piano è forse Zanardi stesso. Naturalmente, Zanardi rappresenta perfettamente il vuoto degli anni ’80 (e non solo questi, forse, ma in generale la cesura profonda prodotta dalla nuova società edonistica), come esplicitato più volte dallo stesso autore. Ma lo schema delle sue vicende mostra una reminiscenza almeno inconscia di uno schema letterario “nobile”: abbiamo infatti due giovani scapestrati, Zanardi e Colasanti, che oltre a giocare tiri terrificanti a chiunque si ponga sulla loro strada, usano come bersaglio preferito lo sfortunato Petrilli, trascinato nelle loro avventure come un costante punching-box.

Lo schema ricorda da vicino quelli degli unici tre personaggi ricorrenti del Decameron (1353) di Boccaccio: Bruno e Buffalmacco costantemente scherniscono tutti i fiorentini, ma si accaniscono particolarmente sullo sventurato Calandrino, che illudono di essere loro amico per poterlo meglio beffare. Naturalmente, non stiamo – è chiaro – parlando di un adattamento preciso: piuttosto, un influsso vago, magari sulla scorta delle reminiscenze scolastiche, a cui Pazienza non disdegnava del tutto di utilizzare, come per Storia d’Astarte, che narra delle vicende del cane di Annibale (argomento estremamente scolastico, da cui Pazienza traa l’ennesimo capolavoro).

Del resto, nella seconda metà degli anni ’70 il boccaccesco era divenuto un genere cinematografico a sé stante, sulla scorta della trilogia vitalistica di Pasolini (Decameron, Canterbury Tales, Mille e una notte), e tra le avventure del trio vi è anche una celebre incursione in un collegio femminile, situazione boccaccesca per antonomasia (rielaborando una reale esperienza di Pazienza, come rivendicato in altre storie biografiche).

Va sottolineato che Pazienza è sempre, tra le righe, prodigo di citazioni letterarie: Zanardi, all’apparenza incolto, cita “la bocca sollevò dal fiero pasto” (durante la visita in collegio, appunto); in altra occasione, dice dello sventurato Palmiro che “non aveva la statura di un lord Byron”.

Ma il rapporto di Pazienza – e, allargando il discorso, tutto il movimento di Cannibale di cui egli è parte, e in cui andrebbe sempre contestualizzato – con la letteratura va anche nell’altro versante: non ne è solo influenzato, ma la influenza. Consistentemente. Perché è curioso che l’unico movimento letterario degno di un qualche rilievo nato negli anni ’90 sia, appunto, quello della “letteratura cannibale”, definitasi a partire dall’antologia del 1996, Gioventù cannibale.

Cannibale stesso, come rivista di fumetto italiana, ha sullo sfondo una duplice citazione letteraria (e artistica): da un lato, la rivista omonima, ma in francese, edita dal surrealista Picabia nel 1921, e dall’altra il futurismo: i “padri fondatori” di Cannibale si ritraggono infatti, per mano di Pazienza, nella posa della celebre foto dei fondatori del movimento letterario-artistico del 1909.

Il mito di Pazienza è quindi centrale per l’Enrico Brizzi di Jack Frusciante è uscito dal gruppo (1994), e ancor più nel successivo Bastogne (1996), questo sì ricco di rimandi allo spirito cannibale, con in copertina lo Zanardi di Pacco, colto nella vignetta in cui dichiara “Sono un lupo. Non mi si chiami Fido, quindi”, che è in effetti una efficace sintesi del personaggio.

Nelle antologie scolastiche per le superiori più aggiornate qualcosa dei Cannibali sta timidamente arrivando, nonostante la loro apparenza sia “poco scolastica” (l’Inferno di Dante, letteralmente, li divora in quanto a cannibalismo, vero o metaforico, ma la distanza storica è tutto in questi casi). Ecco: sarebbe bellissimo se, nell’integrare giustamente al canone Brizzi e gli altri, si premettesse un riferimento all’avanguardia fumettistica che li ha ispirati e che ha prodotto, nei fatti, prodotti artistici ben più significativi. Pura utopia, per adesso: ma, in un’epoca postmoderna come quella in cui ci troviamo a vivere, bisognerà prima  o poi rendere ragione delle reciproche influenze delle arti. Incluso il fumetto.