Palloni VS. Verga: La lupa, ieri e oggi

Palloni VS. Verga: La lupa, ieri e oggi

Lorenzo Palloni è uno dei più interessanti nuovi autori emersi in questa seconda metà degli anni ’10 (qui un’intervista interessante). E, sicuramente, uno dei più sperimentali. Oggi il suo percorso viene giustamente riconosciuto con una duplice vittoria al Gran Guinigi di Lucca e al Boscarato di Treviso, che va a premiare, anche, La lupa, una delle sue opere più potenti e significative, riedito quest’anno da Saldapress.

Il fumetto nasce come webcomics nel 2015, su Mammaiuto, sito di webcomics di cui Palloni è tra i fondatori. La versione odierna riprende quella struttura, aggiungendoci l’elemento del colore. Il titolo originario, Esatto, con cui l’opera è ancora leggibile online, era parimenti interessante. La polisemia del termine infatti rifletteva sul ruolo di esattrice di un usuraio della protagonista Ginger (ogni capitolo della storia raccontava appunto di una sua spietata esazione nei confronti di qualche sventurato indebitato col suo misterioso boss) ma rimandava anche all’esattezza narrativa della tavola.

La Lupa di Palloni

La griglia adottata è infatti rigorosamente squadrata. Una soluzione narrativa diffusa, che radicalizza la “chiusura” della gabbia italiana accentuandone il senso claustrofobico – che, ben manovrato, è uno strumento potente. Si tratta di una soluzione diffusa nel principale noir bonelliano, Julia di Berardi, su una griglia 2X3; qui invece la striscia è di tre vignette, creando un potenziale quadrato regolare 3X3. L’esattezza non è chiaramente solo formale, di tavola: ma – qui sta la brillantezza della sperimentazione mai gratuita di Palloni – rispecchia una esattezza geometrica, ragionieristica (nella ragioneria spietata dell’usuraio) della trama. Un rimando all’ineluttabilità dei migliori noir: anche se questa categoria, giustamente adottata (la forma è rispettata pienamente, anzi, con scrupolo di precisione filologica, appunto), è solo una parte dell’opera.

E l’altra parte è quella evidenziata dal nuovo titolo, “La Lupa”, scelto per l’edizione Saldapress. Che a uno storico professore di lettere come me, soprattutto su un blog come questo (che indaga il rapporto tra letteratura e fumetto) non può non ricordare uno dei più noti capolavori di Verga. La novella, inclusa nella raccolta seminale di “Vita dei campi” (1880) che, assieme ai Malavoglia, fonda il verismo, usa l’epiteto per una figura femminile che pare essere perfettamente speculare nella situazione a quella del fumetto di Palloni.

Non credo che ci sia una derivazione intenzionale, come invece quella di altre opere che ho indagato (Approfitto per citare una buona lettura di Verga in senso proprio, su Rosso Malpelo, di cui mi era capitato di trattare con una recensione e un’intervista: quella di Palarchi e Melis); ma la simmetria è suggestiva.

La Lupa di Verga è animata da una ossessione sessuale, che le fa rinunciare ad ogni suo bene (e questo è, in Verga, il sintomo più netto della follia e della condanna alla distruzione: il distacco dalla “roba”). La Lupa di Palloni, anche se cerca di negarlo, è animata da una ossessione per il denaro parimenti erotizzata, che la conduce a un parallelo percorso autodistruttivo. La simmetria è anche curiosamente perfetta sotto il piano fisico: sensuale e corvina la Lupa verghiana, asciutta, muscolare, mascolina e bionda (fin dal nome, Ginger) quella di Palloni. Epitome del mondo rurale la prima, del nostro mondo industriale e urbano (in declino) l’altra.

Esatto di Palloni

 

Ma resta comune un taglio verista, che Verga fonda e Palloni, anche involontariamente, per i meccanismi della ricezione, riprende. Infatti, quello che segna il valore delle due opere è incentrarsi personaggi che appaiono rappresentare una follia individuale, quando esprimono invece una follia sociale, più pura in loro fino a diventarne manifesto e stigma.

Se vogliamo, la simmetria appare anche nella polisemia del nome: la Lupa di Verga è sicuramente (per il villaggio e la sua cupa e ipocrita morale farisaica) “lupa” nel senso proprio dell’etimologia latina, cioè “prostituta”; la Lupa di Palloni lo è invece nel senso dell’aggressività spietata.

La Lupa di Verga svela l’ipocrisia di una società formalmente bacchettona, ma in realtà perversa e avida. La Lupa di Palloni svela l’ossessione assoluta per il denaro di quella odierna: se quella ottocentesca era l’ossessione per una “roba” concreta, l’ossessione moderna è per l’illusione generata dal debito, sia quello ricavato da strozzini dichiaratamente delinquenziali e mafiosi, ingrassando così la criminalità organizzata che strangola il paese, sia quello contratto con finanziarie dall’aspetto più pulito, che però formano un’analoga scala sdrucciolevole lastricata di buone intenzioni.

Un contrasto interessante, dunque, quello formato dalle due opere. Solo una suggestione, ripetiamo, quella prodotta dal titolo: ma una suggestione che spesso può condurre a paralleli interessanti (sarebbe un ben confronto da proporre in una classe quinta delle superiori, per dire, anche per rivivificare lo studio verghiano, spesso reso opaco da una ripetizione scolastica più stanca).