Monteverdi a fumetti, le magie del Genius Loci.

Monteverdi a fumetti, le magie del Genius Loci.

Fino al 18 maggio è ancora disponibile in lettura gratuita il fumetto di Michele Ginevra e Francesca Follini realizzato per Kleiner Flug e dedicato a Claudio Monteverdi (1567-1643), genio della musica italiana e cremonese, che si può vedere qui. Il fumetto è la seconda parte di una trilogia, “Genius loci”, dedicata all’incredibile sequenza di eccellenze musicali di Cremona. La prima parte, anch’essa disponibile, è relativa alla figura di Antonio Stradivari (1644-1737), di cui si trova qui il fumetto online, e la serie, una trilogia, si chiuderà con un terzo capitolo dedicato ad Amilcare Ponchielli (1834-1886), ancora da pubblicare. Consiglio, naturalmente, una lettura diretta di queste due opere prima del commento, che potrebbe contenere degli inevitabili spoiler, benché non si ripercorra la trama nel dettaglio. Aggiungo un consiglio forse scontato: l’ideale è leggere l’opera soffermandosi di volta in volta ad ascoltare le opere musicali citate, rinvenibili – in assenza di meglio, è chiaro – facilmente su Youtube. La “colonna sonora implicita”, classico espediente per arricchire il fumetto (di cui Sclavi, ad esempio, è un maestro) qui è imprescindibile. Se poi di Stradivari, connesso solo alla musica, avevo scritto sul mio blog personale Barberist (dove parlo di fumetto con sfumature esoteriche: come in questo caso), Monteverdi ha, come diremo, tangenze anche col canone letterario italiano, e ne scrivo dunque qui, dove raccolgo i miei contributi sul rapporto tra letteratura e fumetto.

Partiamo dal titolo della trilogia. Il genius loci, propriamente, è una divinità minore, tipica del culto romano (in cui ha un ruolo assimilabile agli dei lari, che sono però associati alla casa), che si associa a un preciso spazio geografico. Uno “spirito del luogo” con cui i mortali devono imparare a relazionarsi correttamente, pena incorrere nelle sue ire; e che viceversa, se rispettato, può essere loro benevolmente propizio. Il concetto è passato in architettura, a indicare la necessità di una armonizzazione dello spazio artificiale dell’uomo con quello naturale, sia sotto il profilo della sicurezza idrogeologica nell’utilizzo del suolo, ma anche sotto il profilo estetico.

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Qui Ginevra non usa il concetto solo nel senso simbolico estensivo (Cremona come “la città della musica” per eccellenza), ma in forma propria, con una storia che ha anche un addentellato sottilmente esoterico, come avevo già indicato in questa recensione sul mio blog personale, su Stradivari (vedi qui). La circostanza singolare che forse ha ispirato tale scelta è il fatto che queste tre vette dell’arte musicale cremonese sono disposte in sequenza, e nel caso di Monteverdi e Stradivari vi è un passaggio di testimone estremamente emblematico, dato che il primo muore un anno prima della data di nascita dell’altro.

Si è cominciato, giustamente, col secondo, Stradivari, il cui nome è iconico a livello mondiale a indicare un violino d’eccellenza, ampliando quindi la trilogia con questo che è, a suo modo, una sorta di prequel. Il tema resta il conflitto tra due fazioni esoteriche, una di conservatori, intenzionati a spegnere l’impulso innovatore che può provenire dalla musica, e una di illuminati, che intendono invece favorire l’emerge del sovrannaturale “genius loci” nella storia tramite gli individui eletti a incarnarlo. Tale contrapposizione è trasversale ai principali schieramenti delle “guerre ermetiche” che, sotterraneamente, hanno in effetti percorso la storia d’Europa (ovviamente, nella fiction ermetica si gioca – forse – a sopravvalutarne il ruolo): da un lato l’esoterismo “rosicruciano”, pre-massonico, comunque laico, e dall’altro primariamente l’ordine gesuita. Una contrapposizione che troviamo anche nel pilastro della letteratura ermetica moderna, “Il Pendolo di Foucault” (1988) di Umberto Eco. Il fatto di non identificare un singolo schieramento con il “male” e uno con il “bene” nasce in parte, forse, anche dalla volontà di non scrivere un’opera nettamente anticlericale (o, all’opposto, fideistica, se il bene fossero tout court i gesuiti), ma tenersi più su toni sfumati e misteriosi che si confanno a questo tipo di racconti.

Interessante notare che l’enfasi posta sul potere della musica di istigare un cambiamento più ampio col cambio di sonorità non è affatto una pura invenzione di Ginevra, ma si ricollega a una ampia tradizione iniziatica che risale agli antichi greci, in cui si va a evidenziare il potere ipnagogico della musica, in grado di condizionare profondamente gli stati d’animo degli ascoltatori. Una tendenza che affonda le sue radici nel movimento dell’Orfismo, che ha il suo mitico fondatore in Orfeo: e proprio il mito di Orfeo viene ripreso da Monteverdi in musica, fondando il melodramma su testi dello Striggio, con cui l’autore collaborava intensamente, sul modello dei classici ma anche della Favola d’Orfeo (1480 c.) di Angelo Poliziano, capolavoro letterario della Firenze iniziatica di Lorenzo de’ Medici, prima culla del Rinascimento ermetico.

In Poliziano, l’Orfeo esprime l’idea che la poesia – simboleggiata da Orfeo – è destinata a prevalere sugli istinti bassi della violenza anche quando questa appare prevalere; in Monteverdi, questa metafora è mantenuta e, ovviamente, integrata con la potenza della Musica. La cosa significativa è che, se nella cerchia dei Medici si riscopriva, come è noto, il Corpus Hermeticum tramite l’opera di Marsilio Ficino, anche Monteverdi era interessato all’esoterismo, e in particolare all’Alchimia (qui un pezzo interessante che approfondisce il rapporto del musicista con l’Ars Regia è qui).

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I disegni di Francesca Follini si accompagnano bene alla storia, con un segno leggermente più realistico della media di Kleiner Flug, e colori tendenzialmente cupi, terrosi, che riflettono bene il senso di mistero che avvolge la narrazione. Da notare che il primo incontro iniziatico del piccolo Monteverdi con la favola d’Orfeo avviene tramite un cantastorie (un mago itinerante, all’apparenza un prestigiatore di basso rango che però, in verità, è uno dei principali player esoterici sulla scena: il tema tarologico del Bagatto…), il quale la narra servendosi delle immagini del suo mantello (vedi sopra), che diviene ipso facto la tavola susseguente.

Un rimando all’uso, tipico dei cantastorie popolari, di vagare con cartelloni istoriati con i racconti da loro condotti, appunto in forma di tavola da fumetto, da loro usati per accompagnare visivamente il loro canto/narrazione/recitazione (un’usanza mutuata dall’uso, da parte della chiesa, degli affreschi spesso sequenziali delle vite dei santi e di Cristo come guida visiva durante la predicazione e la celebrazione, quale “biblia pauperum”: o, per meglio dire, le due forme probabilmente si intrecciarono tra loro). In modo sottile, dunque, fumetto e musica, narrazione visuale e narrazione sonora sono avvicinati nell’esordio della storia.

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Particolarmente belle, e segno di una notevole padronanza tecnica, sono poi alcune tavole “speciali” ben dosate: nella prima, la scrittura di Monteverdi (vignette in alto) si fa musica (parte centrale) che poi si dissolve (andando verso destra) in narrazione musicata (parte in basso). Una soluzione non del tutto infrequente nella rappresentazione visuale della musica, ma qui condotta con particolare eleganza (notare come lo staccato musicale viene fatto corrispondere allo staccato tra vignette…).

 

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Altrettanto notevole l’inserto dell’Orfeo all’interno dell’opera stessa, verso la conclusione. Usualmente si ricorre a qualche espediente per segnare il diverso piano del racconto, che diviene di secondo livello (guardiamo i personaggio che guardano una rappresentazione…), ma di solito ci si limita a una diversa contornatura delle vignette (che spesso, è chiaro, può essere la soluzione giusta, se idonea alla storia). Qui invece, come possiamo notare sopra – ma la sequenza è più vasta – ci troviamo di fronte a una struttura complessa, che varia la disposizione della tavola col variare degli atti.

Insomma, per chiudere, come al solito, con una notazione “didattica”, un fumetto che potrebbe essere utile per parlare di Monteverdi: cosa che consentirebbe, nell’ambito del nostro rinascimento letterario, un accenno anche (che sarebbe indispensabile) alla sua parte musicale: l’eredità del melodramma è sicuramente più rilevante, oggi, degli esiti del marinismo, ad esempio. Inoltre, la citata connessione all’Orfeo di Poliziano si presterebbe all’aggancio con un autore che è utile perlomeno accennare (specie in ambito liceale), pur non essendo nei pilastri consolidati del canone.