Mattatoio N. 5, a fumetti.

Mattatoio N. 5, a fumetti.

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Ultimamente sto cercando di tenere questo blog maggiormente focalizzato sul suo tema di riferimento, il rapporto tra letteratura e il fumetto. Questo comporta anche però una maggiore difficoltà nel reperimento dei temi, anche se cerco ugualmente di mantenere il blog attivo con almeno un post al mese.

Per questo novembre c’è però una segnalazione ottima e abbondante: l’uscita italiana, per Bompiani, nella sua stilosa collana “graphic novel” (non fumetto…) di “Mattatoio N.5” (1969) di Kurt Vonnegut.

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L’opera letteraria originale è uno dei grandi classici della letteratura americana, la più nota dell’eclettico autore, e uno dei testi-manifesto del pacifismo internazionale.

Sotto il profilo didattico che ci è caro, è un’opera molto interessante, e di indubbio valore per la proposta a una classe quinta: la sardonica fantascienza di Vonnegut – anche nell’autoironico alter ego Kilgore Trout – indaga uno degli orrori della seconda guerra mondiale che tendiamo a dimenticare, forse poiché di parte americana: il tremendo bombardamento di Dresda, attuato a soli “fini psicologici” contro il nemico, colpendo obiettivi civili e distruggendo totalmente la “Firenze del Nord”.

 

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Il sottotitolo, “La crociata dei bambini”, stabilisce un parallelo tra la guerra mondiale e la celebre, disastrosa crociata del 1212 (anche su questa è stato realizzato un fumetto notevole, tra l’altro). Un modo per sottolineare la giovane età dei protagonisti, innocenti inviati al massacro spesso appena o non ancora maggiorenni, e anche per evidenziare la dimensione storica dell’orrore bellico.

Il fumetto è, nella sceneggiatura di Ryan North, fedele all’originale, che adatta con le tavole pulite, minuziose di Albert Monteys. Un segno preciso, elegante, blandamente cartoonistico, dalla linea sinuosa e morbida, che contrasta efficacemente con la crudezza dei temi trattati. Esattamente come fa l’ironia svagata, dal retrogusto hippie ma di acuminatezza incredibile, di Vonnegut, tanto più caustica quanto all’apparenza dal tono leggero (in senso calviniano).  Anche un certo retrogusto retrò, quasi anni ’50, del segno lo rende particolarmente efficace per questa storia.

 

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Diverse le soluzioni originali, che mostrano grande consapevolezza del medium, come l’uso della strip per narrare il background dei protagonisti, o (vedi qui sopra) questa tavola che richiama i soldatini di carta da ritagliare, tipicissimi tra l’altro dei vecchi albi a fumetto. O, ancora (vedi più sopra ancora) l’uso sapiente dello spazio bianco in numerose tavole, che fa parlare anche i “silenzi visivi”.

 

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L’altro aspetto molto interessante è il tema della percezione del tempo, tramite la trama degli alieni di Tralfamadore e l’esperienza del protagonista Billy Pilgrim. Interessante in sé, come tema filosofico, che permetterebbe intriganti approfondimenti in un liceo, tra filosofia di Bergson e relatività einsteniana. Ma che ha anche una valenza fumettistica stretta (curiosamente, alcune copertine dell’opera originale la avvicinavano alla pop art di Lichtenstein, già in sé evocante il fumetto).

Infatti – e l’adattamento a fumetti lo rende ancora più vistoso – lo scardinamento della linearità del tempo cui va soggetto Pilgrim (per incontro con la civiltà aliena, o per il trauma bellico? il classico “narratore inattendibile” che ci racconta le sue vicende lascia aperte le due possibilità) è estremamente simile a quella del Dottor Manhattan in “Watchmen” di Alan Moore.

Ci sono altri elementi simili: entrambi i protagonisti svolgono un lavoro altamente simbolico – oculista, il tema dello sguardo, e orologiaio, il tema del tempo che dà il titolo al fumetto e ne è il leitmotiv prevalente. Inoltre, come Pilgrim è un figlio della seconda guerra mondiale, Osterman è il figlio – sotto vari aspetti – della Bomba, il suo prodotto più cupo e duraturo.

 

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Insomma, un’opera potente e avvincente, che consiglio di apprezzare in originale per poi godere del raffronto con questo sapiente adattamento fumettistico.