L'arcobaleno del mito di Martina Masaya

L’arcobaleno del mito di Martina Masaya

Nell’ambito degli adattamenti letterari a fumetti, il tema che tratto su questo blog, gli adattamenti dalla mitologia classica costituiscono un caso piuttosto particolare. Non sono mancati naturalmente nel tempo casi di adattamenti delle grandi opere, come l’Iliade e Odissea, a partire dai Comics Illustrated americani per passare a casi italiani come i fumetti di Marcello Toninelli (che non c’entra col ministro delle infrastrutture, sia chiaro), che hanno riletto i classici omerici in forma di strip comiche. Del resto, il mito classico è da sempre ispirazione per quel mito moderno che è il fumetto supereroico americano (come ironizza con raffinatezza, al proposito, l’Hercules della Disney, che ha molte intenzionali corrispondenze col mito di Superman).

 

Tuttavia, non sono moltissimi gli autori che riprendono non un mito preciso, ma “il mondo del mito” come sfondo delle proprie opere. Per questo trovo interessante il lavoro di una giovane fumettista italiana come Martina Masaya, che in Giacinto e Agape aveva iniziato una rilettura dei miti classici ispirandosi alle fonti, ma anche interpretandole in chiave decisamente personale. Il segno presentava in questi lavori (di cui ho parlato qui, specie del secondo) un’influenza evidente ma ben assimilata del manga, e diventava inevitabile un parallelo con Pollon (1977) di Hideo Azuma, molto noto da noi per tramite dell’anime. L’approccio in realtà è diverso, a partire ovviamente dal taglio non umoristico: è comune però l’approccio fortemente interpretativo, che mi era parso l’aspetto più interessante.

In questo recente Arcobaleno, uscito nel 2018 per ManFont, Masaya – qui autrice completa di testi e disegni – fa un passo in più in questa direzione, slegandosi da un mito preciso per crearne uno privo di precisi riferimenti al mondo classico, benché collocato in uno scenario fondamentalmente ellenizzante nell’immaginario degli archetipi (Cielo e Terra sono gli dei supremi: non viene palesata la connessione con Urano e Gea, ma appare abbastanza implicita nella funzione simile). Certo, siamo nella preistoria e non nel mondo classico, ma del resto l’età della cosmogonia è collocata, anche nella mitologia ellenica, in una fase primordiale pre-greca. Il fatto stesso di narrare la nascita di Arcobaleno rende il mito simile al modo di procedere “eziologico” di molti miti delle origini greci, che vanno a giustificare l’apparizione di un dato fenomeno naturale. Ma siamo qui distanti dal mito di Iris, la personificazione dell’arcobaleno greco (una giovane alata), sia nelle origini sia nell’aspetto.

 

Va annotato come, a differenza dei fumetti precedenti, vi sia uno stile che si distacca maggiormente da quello nipponico, pur continuando a riprendere da questo alcuni elementi di sintesi, ma evoluti in una chiave più personale e, per certi versi, più “occidentale”. Il rimando sembra appunto a certo nuovo fumetto (e nuova animazione) occidentale che, mantenendo un segno autonomo, ha recepito sottilmente influssi da anime e manga dal finire degli anni ’90 in poi (appunto, viene in mente il caso di Hercules, nel 1997, trattando di mito).

L’uso dello sfumato e la colorazione dà una particolare potenza evocativa alle immagini, e riesce a suggerire il tono “epico” del racconto, esprimendo la potenza dei personaggi rappresentati – che sono, come si confà al mito, forze naturali personificate – tramite un efficace uso del colore, spesso di forte evidenza simbolica.

Grazie alla gradevolezza visiva la storia è apprezzabile anche da un pubblico adulto, ma pare perfetta per un pubblico infantile, che magari studia il mito alle scuole elementari e chissà, guarda ancora Pollon alla TV se la Mediaset è in particolare carenza di nuovi cartoni. Tra l’altro – non so se volutamente – la storia della nascita di Arcobaleno tratta delicatamente ma senza edulcorazioni di temi difficili come l’accettazione di sé stessi, la difficoltà del non essere riconosciuti, le emozioni negative che questo scatena: e dato che l’Arcobaleno è da sempre la bandiera del movimento di liberazione sessuale, è possibile leggervi anche un (positivo) valore allegorico. Potrebbe essere anche una mia sovrainterpretazione: ma, in ogni caso, sarebbe una buona introduzione al tema (in modo più ampio e generico e non solo connesso all’identità di genere, ovviamente).

Un volume dunque interessante, che mostra la crescita dell’autrice e fa attendere con altrettanta curiosità il prossimo passo del suo percorso autoriale, nell’esplorazione del mito o nelle altre strade che vorrà intraprendere.