Leo e Aliseo. Il fantasy all'italiana alla ricerca del libro perduto.

Leo e Aliseo. Il fantasy all’italiana alla ricerca del libro perduto.

“Leo e Aliseo” di Stefano Voltolini, autore completo, è un fumetto interessante. Uscito tra il 1991 e il 2016, e costituisce un caso piuttosto precoce di fantasy fumettistico nel fumetto realistico italiano.

Nel corso degli anni ’80, infatti, la Bonelli aveva avviato la sua strategia del “genere attraverso i generi”: un giallismo di fondo che però si declinava nel mistery di Mystére, nell’orrore dylaniato, nella fantascienza neveriana apparsa proprio in quel 1991 (oltre che nel giallo di Nick Raider di poco precedente), aggiungendosi al western texiano e all’avventura di Mr. No. Il grande assente era il fantasy, genere di grande successo negli anni ’80, sulla scorta del boom dei giochi di ruolo e dei librogame fantasy, di matrice tolkeniana, e la fortuna cinematografica di Conan il Barbaro, Excalibur, Labyrinth, La storia fantastica (vedi qui per una ricognizione più ampia).

 

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Il Giornalino della Editrice San Paolo, in modo indipendente da Bonelli e nella forma “breve” che lo caratterizzava per la sua dimensione di rivista, aveva già creato molti di questi generi, con successo. Al western di Larry Yuma, pistolero misterioso, e all’avventura di Capitan Erik, si aggiungevano i gialli di Rosco e Sonny (e prima, più seriosi, quelli del Commissario Spada di De Luca), e anche la fantascienza aveva avuto il suo spazio, dagli Astrostoppisti di Castelli a “Due cuori e un’astronave” (1989), ispirati ad Alien.

Il fantasy era ciò che mancava alla scuderia giornalinesca, ma ancora per poco. Stefano Voltolini infatti nel 1987 aveva presentato vari spunti a Gino D’Antonio, allora responsabile dei fumetti della testata. Nel portfolio, Leo e Aliseo erano solo un abbozzo, ma fu quello a colpire D’Antonio che ne chiese uno sviluppo in una storia, che in lavorazione passò da 8 a 20 pagine per consentire un miglior sviluppo dell’ambientazione.

 

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Leo, orfano, si imbatte casualmente in Aliseo cadendo in casa sua (ricorda da vicino l’incontro tra Semola e Merlino ne “La spada nella roccia”…) e viene coinvolto nel suo lavoro al servizio dei Custodi Della Luce, maghi illuminati che preservano il sapere, contrapposti a Scarpia, mago malvagio che lo vuole per sé soltanto (un nome che, stando a Voltolini, non si collega alla Tosca, ma alla rapacità dell’arpia). Il medioevo rappresentato è quello classico, fiabesco, di un eterno 1100 delle crociate e del gotico, anche se ricco di creature fantastiche che fanno della serie un fantasy seriale italiano, per certi versi pionieristico.

 

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Questo volume di Allagalla raccoglie 19 storie del centinaio complessivamente realizzate, e si colloca all’interno del percorso di recupero di quella gloriosa tradizione compiuto dalla casa editrice, a partire dalla ripubblicazione del lavoro di Claudio Nizzi. La stampa in bianco e nero rispetto alle colorazioni originali, spesso non fedeli, rafforza un certo parallelo col fantasy fumettistico, perché il segno pulito, minuzioso, preciso di Voltolini ricorda così ancor di più le illustrazioni di volumi di Dungeons and Dragons e similari, siano manuali, avventure o libri-game, anche se con un segno personale e immediatamente riconoscibile.

 

 

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Nella prefazione, Roberto Guarino e Matteo Pollone hanno modo di sottolineare come si tratti dell’ultima grande saga giornalinesca, prima della fine di quella gloriosa stagione della testata. Significativo anche come Voltolini, in seguito, passi in forze allo Zagor di Burattini, che in qualche modo, prima del Dragonero (2013) bonelliano (e di esperimenti che l’hanno preparato, come il romanzo a fumetti di Dragonero e alcune serie su Zona X, apparse dal 1992 – l’anno dopo “Leo e Aliseo”), era il terreno più fertile, se non per il fantasy, per un “fantastico” non definito intrecciato su uno sfondo western.

Lo stesso Voltolini, in uno dei testi introduttivi al volume, spiega le principali scelte. Leo e Aliseo hanno nomi assonanti per sottolinearne l’affiatamento. L’orecchino e il nome di un vento di Aliseo rimandano a un passato marinaresco. Li assiste Crak, il piccolo rapace di Leo (se vogliamo, sulla scia del gufo Anacleto…), di cui solo noi lettori vediamo i pensieri, sprezzanti verso le follie degli umani, e Cleofante, “donna e cavalier errante”, incrocio di Cleopatra – che ricorda nei capelli – e “fante” (ma assonante anche con Bradamante e certo eco delle donne guerriere dei poemi cavallereschi).

 

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Ci pare però particolarmente significativo quanto evidenzia Clara Allasia: il fumetto è pensato all’indomani del film del “Nome della Rosa” (1986) di Jean Jacques Annaud e ne possiede molti tratti comuni. Il tema di fondo è la contesa, in un periodo di declino della sapienza degli antichi, di volumi rarissimi, in grado di rinnovarne il sapere e dare quindi il potere. Anche qui, i protagonisti sono un anziano sapiente con un giovane discepolo. In Eco abbiamo un Guglielmo da Baskerville holmesiano che, ironicamente, era divenuto lo spionistico Sean Connery, interprete di James Bond di Flaming, nella pellicola; l’Aliseo di Voltolini è al limite leonardesco con la lunga barba bianca e il tema di fondo delle tecnologie perdute (spesso i libri portano a creare marchingegni meccanici), che è presente del resto anche in Eco. Del resto, il nome di “Leo” dato al suo giovane compare favorisce questa identificazione.

 

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Nel romanzo di Eco, del resto, il tema della scienza custodita nei libri torna nelle innumerevoli tecniche apparentemente magiche, ma in realtà scientifiche, che difendono la biblioteca: e anche nella parte di Guglielmo che deriva da Guglielmo da Ockam, e che lo fa parlare spesso delle meravigliose possibili macchine volanti e semoventi, anticipando la modernità ma anche il Rinascimento leonardiano che attende, scavalcato il Trecento, ambientazione dell’opera (scritta da Asdo alla fine del secolo).

La possibile fonte – magari inconscia – di ispirazione è interessante, tanto più che il romanzo di Eco (e ancor più il film di Annaud) non furono accolti con entusiasmo nel mondo cattolico, dato che presentavano la sapida ironia sottilmente anticlericale tipica di Eco (nel film, resa anche in grana più grossa e “hollywoodiana”). Naturalmente, nel medioevo di Leo e Aliseo la religione sparisce: come ogni mondo fantasyco, al limite c’è un blando politeismo sullo sfondo (si parla qualche volta di “dei”, come credenze dei popoli di quelle terre, senza interventi reali). Per contro c’è abbondanza di creature fantastiche, mentre anche la magia è usata con parsimonia.

 

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Un medioevo picaresco, che più bonariamente ricorda quello brancaleonico, dove frequenti sono le citazioni dell’immaginario medievaleggiante più vasto: il Turco rimanda al vero “finto automa” di cui parlò anche Poe, e il libro illustrato del cavaliere valoroso è una citazione metanarrativa del fumetto come medium, che ha il suo antenato nel libro illustrato (come sono quasi sempre quelli che i nostri cercano): Leo si comporta da eroe dei fumetti, quale è, leggendo un libro illustrato in stile proto-fumetto cavalleresco. Anche “Segni e disegni” ha aspetti metanarrativi, con Leo che cade dentro a una sorta di incubo disegnato tra Bosch ed Escher. 

Il segno di Voltolini, minuzioso e preciso, rende molto bene il medioevo “realistico”, reso tale dall’unione tra la cura nelle ambientazioni e nei costumi, credibilmente due-trecenteschi (sia pure un ‘300 fantastico, ovvio) e il realismo dei volti e delle espressioni dei personaggi, più concreti che eroici e idealizzati. Ma il massimo sotto il profilo estetico lo ottiene appunto quando da questo realismo ci si stacca, in scene oniriche che offrono il destro per soluzioni grafiche più arrischiate e seducenti, di effetto proprio per la sobrietà visiva dell’ambientazione reale.

 

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Allasia dà un’altra possibile fonte, di cui abbiamo già accennato: la Spada nella roccia (1963) di Reitherman, film disneyiano liberamente tratto dal ciclo di romanzi del “Re in eterno” (1958) di T.E. White. In effetti sarebbe uno spunto più fumettistico-cartoonesco (al di là, anche qui, di una base letteraria), con l’anziano Merlino che forma il giovane Artù e, nel film disneyano, è ideologicamente più un proto-scienziato razionalista che un mago vero e proprio (pur possedendo indubbi poteri astrali, sia chiaro), e il Leo di questa storia è indubbiamente simile al Semola disneyano.

Scarpia ne è il perfetto antagonista oscuro: se Aliseo, per conto dei Custodi della luce, vuole riportare la scienza antica in vita, Scarpia la vuole solo per sé, per il potere, a volte, ma anche solo per brama personale, collezionistica. Così come involontaria è la citazione di Scarpia, probabilmente anche il fatto di fargli controllare una sorta di Incal (nella sua forma compiuta, l’incal nero e quello luce intersecati) è casuale, ma di sicuro effetto – e rimanda probabilmente alla comune origine del sigillo di Salomone, segno magico per eccellenza.

 

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Un’ultima suggestione è quella del “Un cantico per Leibowitz” (1959) di Walter Miller, ove in un medioevo prossimo venturo coraggiosi monaci recuperano i frammenti del sapere dell’età atomica per consentirne, un domani, una possibile rinascita (difficile un influsso diretto, mentre invece Eco probabilmente lo conosceva, al di là dell’assenza di una citazione diretta).

In generale, però, qui il tema interessante sviluppato – cercatori di libri in un mondo fantasyco – nasce dall’affrontare in modo intelligente i giusti “limiti” imposti dal contesto di una testata cattolica, ove bisognava evitare di problematizzare la religione, limitare il sovrannaturale magico, usare con parsimonia la violenza e tendenzialmente evitare il romance, a meno di coppie sposate (come spiegato da Claudio Nizzi proprio in altre pubblicazioni Allagalla). E da queste limitazioni di committenza (esplicite o implicite che fossero) Voltolini sa creare un contesto narrativo interessante, di cui sarebbe affascinante riscoprire ulteriormente gli sviluppi.

Informazioni editoriali:

“Leo e Aliseo”
Stefano Voltolini
fumetto
192 pagine
€ 25,00
ISBN 978-88-96457-52-8
formato 21×29,7, brossura cartonata

 

 

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Post Scriptum:

Chiudo con una piccola curiosità: da ragazzo mi aveva colpito questa copertina del 1994 dove, pur ovviamente avvenendo tutt’altro, sembra che il giovane Leo sia incoronato pontefice. Mi aveva colpito la scelta per la copertina, che risignificava questa vignetta (di per sé curiosa da valorizzare, perché non legata a un momento d’azione). Mi son sempre domandato se non fosse quasi un inside joke.