Landolfi, Scozzari e il Mar delle Blatte

Landolfi, Scozzari e il Mar delle Blatte

“Il mar delle blatte e altre storie” è la seconda raccolta di racconti di Tommaso Landolfi (1908-1979), pubblicata nel 1939 a Roma. Landolfi è indubbiamente una figura importante e singolare del nostro panorama letterario (apprezzato anche da Harold Bloom, il maestro critico del Canone Occidentale): in Italia infatti, come noto, il fantastico non ha mai attecchito storicamente nella tradizione ottocentesca, sulla scorta del parere negativo del Manzoni che ha avuto un notevole influsso sulla nascente letteratura del neonato stato nazionale, orientatosi maggiormente al realismo storico e sociale sulla sua lezione. La fronda antimanzoniana degli scapigliati, a fine ‘800, rimase un esperimento interessante ma minoritario, anche in virtù delle loro scelte linguistiche, antitetiche anch’esse a quelle di Don Lisander, con la scelta di una lingua nata dalla mescolanza di dialettismi, neologismi, termini colti che li condannarono a una minor rilevanza in una sfera letteraria italiana forgiata di fondo dalle scelte del Manzoni.

Tommaso Landolfi costituisce, in modo quasi isolato, una seconda navigazione italica nei territori del fantastico, ormai in pieno Novecento. Nato nel 1908, laureatosi nel 1932 in letteratura russa, nel 1937 aveva pubblicato la sua prima opera, “Dialogo dei massimi sistemi”, che sotto il titolo galileiano raccoglieva racconti usciti su varie riviste dell’epoca dal finire degli anni ’20 (Maria Giuseppa, del 1929, è quello che per Italo Calvino segna il successo di Landolfi nella scena italiana). Su tutti aleggiava il tema dell’inquietudine e della paranoia espresso spesso, anche se non sempre, tramite elementi che lambiscono lo spettrale e il fantastico, che sarà la marca del narratore. Landolfi si pone così come un erede italiano della tradizione dell’angoscioso fantastico, che parte da Poe ed Hoffman e, nel Novecento, ha tra i suoi massimi interpreti Kafka. Nel periodo, inevitabile fu un certo avvicinamento dei suoi lavori al Surrealismo, che è però almeno in parte una forzatura: Landolfi si nutre piuttosto del comune retroterra di cui si è detto.

 

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Coconino Press ristampa oggi l’adattamento di questo fumetto realizzato da un maestro del fumetto italiano del calibro di Filippo Scozzari. Scozzari non ha, credo, bisogno di particolari presentazioni: si tratta del fondatore, assieme a Pazienza, Tamburini, Liberatore e Mattioli, della rivista “Cannibale” (1977-1979), che costituisce un punto di svolta senza pari nella storia del fumetto italiano, cui segue nel 1980, con l’incontro tra i Cannibali e Vincenzo Sparagna, la rivista “Frigidaire“.

L’adattamento del “Mar delle Blatte” nasce nel 1983, all’interno appunto dell’esperienza di Frigidaire. Nell’introduzione “Un fiume di blatte”, che ricorda nello stile caustico e brillante “Prima pagare, poi ricordare” (1997), in cui Scozzari aveva ricostruito le vicende dei Cannibali dalla sua prospettiva, lo stesso autore ripercorre l’avvicinamento al testo di Landolfi: prima la proposta di un adattamento di “Cancroregina”, l’esperimento di “fantascienza” sui generis realizzato da Landolfi nel 1950, che viene scartato da Scozzari: ma sul Mar delle Blatte scatta invece una immedesimazione forte, che si traduce nelle 38 magnifiche tavole che compongono la versione a fumetti.

Scozzari rivendica sia l’immedesimazione nell’opera di Landolfi, sia la capacità di non sovrapporre inutilmente la propria voce autoriale a quella di Landolfi stesso. Ed entrambe le rivendicazioni appaiono legittime: in effetti, questo adattamento di Landolfi si colloca bene in un certo corrosivo fantastico scozzariano (e, in senso più lato, “cannibale”): pensiamo, a puro titolo d’esempio, alle disavventure del demone burocrate Dottor Jack. D’altro canto, Scozzari in effetti usa la sua arte per far emergere visivamente la forza ai più ignota del racconto landolfiano, senza inutili orpelli e chiose.

 

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Ne emergono dunque quattro puntate su “Frigidaire”, senza pagare, stando alla ricostruzione scozzariana, i diritti alla famiglia dell’autore. La riedizione francese su L’Echo des Savanes cambiò per tal ragione il titolo in “Un amant pour Lucrezia”, così come su “Blue” apparve come “Lucrezia tra vermi e pirati”. Scozzari ricostruisce poi, col solito ineffabile stile al vetriolo, le vicende (con protagonisti dai nomi blandamente dissimulati) di come le magnifiche tavole originali siano andate perdute. Scozzari lamenta anche la mancata ricezione dell’opera, che è in effetti di enorme potenza e merita indubbiamente un posto nel canone cannibale, lacuna che questa riedizione di Coconino permette di colmare.

Le tavole adottano una griglia abbastanza regolare, in prevalenza su tre strip, pur con occasionali variazioni. Ciò che colpisce più, a un primo acchito, nel segno scozzariano di questo fumetto è la forza nell’uso del colore, i cui toni squillanti esaltano perfettamente la voluta assurdità della vicenda. Colori quasi acidi nella loro potenza, dove non emerge un tono cromatico predominante, ma i vari colori contrastano perfettamente tra loro. Notevole è anche la grande cura del tratto, precisissimo nel definire con eleganza le varie figure dei personaggi così come gli sfondi dettagliati, in una linea chiara tipica del segno di Scozzari che esalta ancor di più questa febbrile discesa agli inferi nella follia landolfiana. Accurato anche lo studio d’espressione, soprattutto nei volti stralunati e caricaturali dei principali personaggi, contribuisce alla creazione dell’atmosfera.

Il segno di Scozzari interpreta mirabilmente Landolfi restando pienamente sé stesso, con la sua consueta affilata caricaturalità in una linea però morbida e suadente. Nella figurazione del Verme, ad esempio, è perfettamente riuscita la figurazione quasi disneyana (come tutto l’underground, anche la scena cannibale opera, magari marginalmente come in Scozzari, oppure centralmente come in Pazienza e ancor più Mattioli, una certa sulfurea decostruzione del segno disneyano) che contrasta intenzionalmente con l’erotismo decadente delle scene in cui il verme stesso risulta protagonista. Ma è, al tempo stesso, una soluzione perfettamente coerente allo stile precedente dell’autore. Insomma, Scozzari riesce a infondere il giusto grado di crudele surrealtà nell’opera di Landolfi senza mai travalicare quella già presente nell’opera originaria, andando in un sovraccarico che sarebbe una scelta ingenua ed erronea. E questo anche grazie alla particolare congenialità che scorre sottrotraccia tra i due autori, e che questo incontro ha finito per rivelare.

 

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Chiude il volume, prima di una scheda biografica di Landolfi stesso, un intervento del figlio Landolfo Landolfi (n. 1961), “La cultura pop e Tommaso Landolfi”, che ricostruisce il contesto di una più ampia fascinazione della cultura pop per il padre. La versione scozzariana, a quattro anni dalla morte dell’autore, è il primo episodio di questa ricezione pop, a cui segue “Mesopotamia” di Franco Battiato, nella sua raccolta “Giubbe Rosse” (1989). Si cita poi Anna Marchesini e il suo adattamento teatrale de “Le due zittelle” (con due “t” nell’originale), dal 2004 al 2006, portata negli stessi anni in scena anche da Emma Dante col titolo “La scimia”. L’opera, che incontrò gli strali anche del cardinal Bertone, pare, riportava alla luce un testo di feroce ed ermetica satira anticlericale, che curiosamente pare riprendere alcuni elementi, shakerandoli, de “I delitti della Rue Morgue”. Anche Enrico Ghezzi e Morgan sono annoverati tra i cultori di Landolfi: qui il consiglio di lettura morganiano, che evidenzia la natura colta del personaggio, a volte un po’ troppo schiacciato nella ricezione pop dalla sua natura “memetica” (anche perché lo scazzo con Bugo fu, in effetti, l’ultimo prima della coltre mortifera del Coronavirus). Possiamo aggiungere, volendo, che anche Andrea Pazienza realizzò un omaggio alla figura di Landolfi, cogliendone con efficace sintesi la natura di giocatore.

 

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(Il Landolfi di Pazienza)

 

Landolfo Landolfi trae da questo elemento per una più ampia riflessione, che trascende la stessa figura del padre, sulla valenza che la cultura popolare, di cui la cultura pop è una incarnazione nell’età dell’industria culturale, ha avuto nelle sue intersezioni con la presunta cultura alta, in una compenetrazione che viene scissa prevalentemente nel discorso delle classi dominanti, per sterilizzare le spinte popolaresche che non possono pienamente controllare. Oggi sono dunque per paradosso alcuni esponenti colti del pop a riprendere con forza gli stimoli landolfiani, marginalizzato nel canone dominante dal permanere del flusso realistico gramsciano con la sua vulgata totalizzante Manzoni-Verga-(Lungo)Neorealismo.

Aggiungo che, a mio avviso, anche la giusta ricezione del fumetto come arte può risultare corroborata da una giusta rivalutazione del Controcanone fantastico e gotico che percorre come un fiume carsico il Canone letterario ufficiale, ormai polveroso nella sua preoccupante assenza di vere revisioni. Ecco che restituire a Landolfi (e Nievo, Boito, Fogazzaro, Regazzoni, Buzzati, il Calvino fantastico, etc.) il ruolo di primo piano che gli spetta permetterebbe di apprezzare pienamente anche un magistrale e potente adattamento come questo, che ne costituisce il perfetto corrispettivo nel panorama fumettistico.

 

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