La vita di Tolkien a fumetti.

La vita di Tolkien a fumetti.

“Tolkien, éclairer les ténèbres”, sceneggiatura di Willy Duraffourg, disegni di Giancarlo Caracuzzo, colori di Flavia Caracuzzo e Joël Odone (la copertina è invece di Jean-Sébastien Rossbach) è una interessante biografia a fumetti di Tolkien edita nel 2019 in Francia da Editions Soleil. Di recente ne è uscita la traduzione italiana per ReNoir Comics (la traduzione è di Rosanna Brusco, mentre Lettering e impaginazione di Simone Campisano, con supervisione sul volume di Giulia Beffa e Alberto Brambilla) che permette anche al pubblico nostrano di apprezzare la vita fumettata di un autore di primo piano del Novecento, uno dei pochi che possa rivendicare di essere il fondatore riconosciuto di un genere letterario: ovviamente, nel caso di Tolkien, il fantasy modernamente inteso.

Il racconto inizia in medias res, con Tolkien coinvolto nella Grande Guerra che ha una visione dell’Anello, in seguito probabilmente alle ferite riportate in battaglia. Ricoverato in un ospedale da campo, inizia un lungo flashback che rievoca le vicende precedenti. La scelta permette di evidenziare subito un episodio cruciale e molto dinamico, con una bella prova anche per i disegni, efficaci nel rendere la concitazione dell’azione della battaglia. La scelta, sotto questo profilo, si presenta da subito nel senso di un segno realistico, dalla linea chiara, netta e sicura, con dovizia di dettagli che ben ricostruiscono lo scenario d’epoca.

 

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L’episodio della visione nel suo complesso è curioso, perché non manca in Tolkien un certo afflato mistico, e sarebbe interessante capire quanto ci sia di spurio e quanto ci sia qualche aggancio realistico. In prevalenza, si tende ad annotare che l’idea della sua saga nasca in seguito all’esperienza della Battaglia della Somme, ma in modo più razionale e meno iniziatico (vedi ad esempio qua), dunque è probabilmente una licenza poetica dell’opera. La gabbia è, abbastanza logicamente, di tipo francese, con un formato in prevalenza regolare ma talvolta movimentata da qualche incastro un po’ più mosso delle vignette.

Un linguaggio fumettistico comunque in linea di massima piuttosto piano e lineare, che mette al centro l’esigenza narrativa con alcuni legittimi elementi didattici, per quanto ben integrati in un racconto che non mostra mai una eccessiva pesantezza. Un aspetto che tocca i vari componenti: la struttura leggibile della griglia, del disegno e della narrazione, che utilizza spesso le lettere tra i vari personaggi per una sintesi al posto delle classiche didascalie con testo riassuntivo. Il colore appare a volte l’elemento cui spetta maggiormente il piano “interpretativo”: pur fedele a un medio realismo anch’esso, contribuisce molto a dare la nota emotiva delle varie scene.

 

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Comunque sia, torniamo indietro al Sudafrica e all’infanzia tolkeniana: un passaggio segnato da un netto cambiamento luministico nei colori, che hanno una forte importanza evocativa e simbolica in quest’opera (come di consueto, ovviamente), suggerendo anche un certo parallelo, rinforzando testi e disegni, con il mondo tolkeniano. Qui, pur nella differenza oggettiva di ambientazione, sia per maggiore presenza tecnologica, ovviamente, sia per differente contesto geografico, la luce serena dell’infanzia ricorda la felicità della Contea, il mondo quieto degli Hobbit lontano dai travagli del mondo.

Il pregio dell’opera ci pare appunto questo: quello di offrire non solo la piana ricostruzione della biografia tolkeniana, ma dare in corso d’opera dettagli intriganti circa la genesi di diversi aspetti dell’opera. A titolo d’esempio, si mostra – parlando degli anni delle scuole superiori – come l’idea dell’ultima battaglia degli Ent nasca dal finale del Macbeth shakespeariano, dove “la foresta che si muove” della profezia è legata alle frasche usate come mascheramento dai soldati.

Il giovane, ambizioso Tolkien ritiene addirittura, nel mal dissimulato sdegno del docente, di voler superare Shakespeare nell’invenzione fantastica, come poi effettivamente cercherà di fare nella sua opera. E più avanti vedremo gli influssi di Aristofane, e del Kalevala finlandese, presentati in modo non pedante ma ben inseriti nella trama, inframmezzati alle comuni esperienze di crescita del giovane Tolkien. Proseguendo, il percorso di costruzione del suo immaginario si fa più solido e preciso: l’arrivo ad Oxford, gli studi di filologia medioevale sotto l’influsso di Wright, anche la storia d’amore con Ethel, tratteggiata con delicatezza.

 

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Ma a interrompere tutto viene la guerra. L’aspetto interessante, assieme a quelli ovvi, è come la riluttanza di Tolkien metta in evidenza la forte pressione sociale e psicologica all’arruolamento volontario per quello che sarà il grande massacro d’Europa. In parallelo all’avvicinarsi al conflitto, inizia così l’avventura letteraria di Tolkien autore, ormai laureato, e l’intrecciarsi di vita e opere si fa intenso.

Come detto prima, tornati al conflitto è il colore (che si fa cupo e tenebroso) a dare subito il senso della discesa nell’abisso della guerra, passando dai toni allegri e squillanti dei giorni lieti a una progressiva scurezza delle tavole man mano che ci si spinge verso il conflitto. Lo scenario offre il destro anche ai disegni per una maggior variazione, e alcune tavole sono particolarmente d’impatto (come l’ampia splash page dedicata al campo di notte), e naturalmente le scene in trincea.

Un pregio dei disegni è quello dell’accuratezza del dettaglio architettonico, evocando implicitamente l’importanza che il grande gotico europeo ha avuto anche visivamente sull’immaginario tolkeniano. Ma, al di là dello scopo didascalico, qui riuscito nel suo essere perfettamente integrato al racconto, senza enfasi, questa precisione  contribuisce semplicemente anche a una particolare bellezza di molte tavole, impreziosite da questa cura del dettaglio.

 

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Chiuso il capitolo della guerra, il resto della biografia tolkeniana viene presentato riassuntivamente, anche se non sbrigativamente, fino alla pubblicazione delle sue opere e al conseguente successo, e fino ad alcune ultime battute col suo “fratello gemello” di studi, con cui riepiloga il senso della sua esistenza. Una splash page molto bella riassume come i passaggi biografici siano confluiti nelle varie ispirazioni dell’opera, prima di salutare Tolkien definitivamente, nel 1973, sulla sua tomba. Ricollegandosi al titolo, secondo una metafora rievocata ogni tanto nel testo (e resa esplicita, come detto, dalle scelte luministiche della colorazione) il protagonista si interroga se sia riuscito a portare “un po’ di luce nel mondo”: e chiaramente l’opera punta a far propendere il lettore per il sì.

Un’opera dunque interessante, particolarmente consigliata agli appassionati del mondo tolkeniano, per scoprire il dietro le quinte di un grande capolavoro letterario tratteggiato a fumetti, ma con un notevole lavoro di ricerca filologica che rende il testo pienamente valido a comprendere meglio la vita e l’opera dell’autore.