Italo Zero. Filosa e le nuove vie dell'inetto

Italo Zero. Filosa e le nuove vie dell’inetto

Italo di Vincenzo Filosa, sottotitolo Educazione di un reazionario, è indubbiamente un romanzo a fumetti potente. Uscito per Rizzoli Lizard sullo scorcio del 2019, ha tutte le carte in regola per imporsi quale una delle migliori opere per interpretare questa stanca, vecchia nazione all’inizio di questa nuova decade.

L’iconica, minimale copertina introduce due elementi: il Rolex (che avrà importanza intradiegetica) e quelle due righe bianche, bianche come il nome scritto in verticale. Due simboli che rimandano agli ’80, a un’Italia illusoriamente rampante.

Viene alla mente ZeroZeroZero di Roberto Saviano, opera interessante anche se meno fortunata di Gomorra dedicata allo strapotere del mercato della droga in Italia e fuori; e anche se il discorso qui è diverso, mantiene una sua forza per la lucida descrizione che emerge del mondo degli stupefacenti e, per tramite di questo, di tutta una società parimenti sofferente.

“Italo Zero”, dunque, con una facile suggestione di un altro Italo / Zeno, la duplice maschera di Ettore Schmidt, che con la sua Coscienza (1926) ha tracciato un perfetto ritratto dell’Inetto nazionale di un secolo fa. E sicuramente Italo è un inetto efficace specchio di una nazione. Ma andiamo con ordine.

Aprendo l’opera, ci colpiscono immagini eidetiche simili a quella della copertina, che si imprimono con forza nell’osservatore (non ancora lettore) con la loro iconicità visiva, bianchi su un cupo fondo nero. Un flipper degli Illuminati, una siringa, un laccio emostatico, e quindi Milano.

L’ago e il nodo, la scultura di Piazza Cadorna con cui si apre l’opera, diviene subito un ironico rimando a laccio e ago visti prima, e ovviamente all’eroina. “Io non sono fissato con la coca”, ci dice subito, nella seconda tavola – la prima in cui appare – il protagonista nel suo voice over narrante. La linea qui è chiara, il segno, come vedremo meglio proseguendo, influenzato da un certo fumetto nipponico, come si ricostruisce bene qui, con rimando al Manga dell’Io e nomi quali Yoshiharu Tsuge e di Shin’Ichi Abe. Ma indubbiamente la sintesi di Filosa – che si rispecchia abbastanza evidentemente nel suo alter ego fumettistico Italo Filone, il protagonista del romanzo – è giunta anche a un segno compiutamente autonomo (si veda anche qui, dove l’autore spiega di esser giunto con Viaggio a Tokyo del 2015 a una prima sintesi personale del suo segno, con cui quest’opera appare in continuità).

L’incipit appare composto secondo uno schema narrativo veristico, solido ma tutto sommato non così inusuale, giocato su una griglia 2 per 4, usata naturalmente con una certa varietà modulare che può unire due o più delle otto vignette. Tutto ciò fino a una prima spiazzante evoluzione visiva, che da p.26 in poi produce una sempre più straniante frammentazione della tavola, con una progressiva scissione in due delle vignette che si interrompe di colpo in 36, ma che prelude ad altri usi raffinati del modulo introdotto, che acquistano particolare efficacia nel loro alternarsi a una narrazione elegantemente costruita ma meno apertamente sperimentale. Una sequenza di grande impatto, evocata anche dall’ampio servizio di Luca Valtorta su Robinson, dove si scomoda (e non a torto) per l’opera il Pompeo di Andrea Pazienza, accomunato da una analoga sperimentalità nel racconto della dipendenza eroinomane.

Italo

Un nuovo episodio offre lo spunto per un primo rimando fumettistico interno, con il parallelo – non esattamente gradito da Italo… – con Jenus di Don Alemanno. Appare una precisazione di poetica (e di polemica) da un lato abbastanza chiara – il rifiuto del fumetto come intrattenimento “facile”, schiacciato oggi sulla memetica – dall’altro abbastanza preciso nell’obiettivo (Jenus opera una sintesi, obiettivamente più “facile”, di stilemi adattati dal manga al contesto italiano). Si tratta di un secondo tema ricorrente, che tornerà in altri momenti salienti dell’opera.

Dopo un – ennesimo – litigio famigliare, l’incidente in 60-64 rappresenta un nuovo uso interessante della griglia: alla rotazione della macchina corrisponde un analogo movimento della tavola, la cui strutturazione in vignette pare “ruotare”, nel procedere della narrazione, in modo sinergico al protagonista e al suo veicolo.

Dopo un significativo stacco nero, il nuovo capitolo riprende dunque con un nuovo rimando fumettistico, in questo caso però un omaggio che si percepisce intriso di rispetto, pur non senza una ironia metatestuale. Il protagonista, tossico, legge al figlio le avventure di Capitan America: indubbiamente l’eroe all-american per definizione, e modello importante del fumetto supereroico marvelliano. Ma, anche, un tossicodipendente, che necessita il suo supersiero per continuare ad agire.

Segue la prima assunzione di cocaina (che vediamo) del protagonista, seguita (non a caso?) dal ritorno del tema del Rolex, in un nuovo stacco di pagine nere molto efficaci nel contrappuntare la narrazione en ligne claire.

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L’arrivo a Crotone si lega a una presenza insistita delle architetture (fatiscenti strutture anni ’60) contrapposte a quelle più opulente della Milano anche periferica. Viene in mente – in modo però dialettico, perché l’uso è differente – Tramezzino di Bacilieri, con cui Filosa ha lavorato, come si esplica anche all’interno del fumetto. In Bacilieri  la struttura architettonica diveniva guida per la tavola; in Filosa, in parte, solo in 82-83, mentre altrove è sfondo “di scorcio”, spesso però dominante e inquietante. L’orrore kitsch del matrimonio pacchiano culmina nella doppia splash page di 96-97, cui segue il rimando a Mazinga Z e ad i Mecha, pagando un tributo logico anche alla tradizione nipponica.

Sullo sfondo di un altro trionfo del cafonal, quello del peggior turismo balneare, ritorna la connessione tra il tema dell’eroina, della cocaina e del Rolex (che si precisa essere quello del padre) in 125.

Il ritorno di Italo a Milano, con altro stacco al nero, si lega alla celebrazione del “celtico” Asterix (alle Olimpiadi), tributo al fumetto francese. E così le tradizioni americana, nipponica e franco-belga hanno avuto il loro omaggio. Ovviamente anche Asterix, con la sua pozione, è in fondo un tossico di successo. Il tema del Rolex ritorna nel dono che il padre ne ha fatto al figlio: vuol essere un simbolo di fiducia incoraggiante, è in verità la cifra di una continuità nella dipendenza dalla tradizione famigliare (vedi 92-93).

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La sequenza 159-168 introduce una nuova fase nella dipendenza, nel tentativo illusorio di risalire la china. Si accenna qui al lavoro su Dylan Dog, a fianco di Bacilieri, in uno delle più interessanti storie del personaggio degli ultimi anni (qui gli Audaci ricostruiscono in parte il ruolo di Filosa; io avevo scritto dell’opera qui). C’è un rimando anche alla ambivalente ricezione critica della seconda opera (“la più difficile”), probabile riferimento a Figlio Unico, del 2017 (di cui LoSpazioBianco aveva parlato qui).

Il modulo ad otto vignette diviene un alienante scacchiere bianco e nero, dove all’assunzione della bufrenorfina (apparsa iconicamente in 142, e presentata narrativamente in 150) si alternano in modo sempre più ossessivo i quarti di quadrante del Rolex, che si esplica definitamente come metafora del tempo che passa, alienante ticchettare di istanti ormai irrimediabilmente perduti.

Il capitolo finale riprende all’ombra dell’ago e filo di Piazza Cadorna (con la riproposta della scena di tav. 1 in altra prospettiva): metafora, ancora, della dipendenza da eroina, ma stratificatasi di significati più complessi, pare: il tentativo di ricucire gli strappi di una vita che va in pezzi, e forse anche il fumetto come textus (e strumento di questa tessitura). La storia si chiude con un finale aperto e frammentario, che rifiuta il consolatorio ma anche il suo opposto, chiudendo anzi su una nota più di speranza (anche se relativizzata dall’opera nel suo insieme).

Come annota anche Gioacchino Criaco qui, Italo di Filosa è dunque, concludendo, un romanzo potente, che partendo da un’insistita fedeltà al fumetto e da una raffinata padronanza del medium, di cui abbiamo qui accennato, testimonia una capacità di dire qualcosa di autentico del nostro tempo a partire da questa storia fortemente individuale, cartina al tornasole per leggere un disagio italiano che trascende le dipendenze tradizionali e strette: uno sfondo affollato da una società malata, anaffettiva, caotica, rancorosa.