Il protofumetto, la Manta e il Roman de Fauvel

Il protofumetto, la Manta e il Roman de Fauvel

Dialogando online con altri appassionati di fumetto, emerge talvolta il tema delle radici del medium, da indagare nell’ambito del protofumetto. Di recente, la pubblicazione anche in Italia dell’opera di Thierry Smolderen, “Le origini del fumetto”, ha indubbiamente fornito agli interessati uno strumento prezioso, che va a indagare in particolare le radici del medium fumettistico nell’opera di William Hogarth, il quale a sua volta, ne “La carriera di una libertina”, prima sua opera proto-fumettistica nei primi anni ’30 del ‘700, riprendeva un’opera anonima (e di molto minore qualità nella fattura) veneziana di metà ‘600.  Il concetto importante di Smolderen è forse quello di superare l’idea di “vere origini” del fumetto, vedendo lo stesso come un qualcosa che nasce in una continuità che prevede anche una costante trasformazione, dall’età antica in poi (e, in questo, si supera quindi anche il rischio opposto, quello di iniziare dai graffiti preistorici presentandoli come “dei veri e propri fumetti”).

Lo studio del medium si dovrebbe quindi evolvere, in futuro, tenendo conto di questa continuità, e le radici del fumetto andrebbero forse collegate a un percorso più ampio dell’arte sequenziale. In questo articolo evidenziavo come l’italiano stesso nasce con un proto-fumetto; ed è facile – e spesso effettuato – indagare le radici profonde della sequenzialità andando indietro fino alle pitture egizie (se non a quelle preistoriche). Una retrodatazione che alcuni amano e altri meno, ma che viene fatto solitamente solo a titolo di nobilitazione del medium, senza indagare a fondo i passaggi intermedi e spesso senza esaminare davvero tali opere, ma limitandosi all’evocazione.

Senza sistematicità, in questo blog di letteratura e fumetto cercherò quindi di analizzare talvolta in futuro alcuni di questi casi, cercando di vederne l’importanza e anche la differenza col medium fumettistico moderno. Uno spartiacque fondamentale è indubbiamente la stampa, che crea la riproducibilità delle opere e la loro diffusione, come stabilito nel suo arcinoto saggio da Walter Benjamin, “L’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica”.

Nella fase precedente, inoltre, vi sono due filoni – in parte intrecciati, e progressivamente più distanti dal fumetto moderno: il libro illustrato (dove, come diremo, talvolta l’illustrazione non ha puro carattere esornativo, come sarà poi tipico nella concezione moderna, ma si può intersecare al testo creando quindi, di fatto, un “romanzo grafico”) e l‘arte parietale.

Un tema trasversale ai due ambiti, che solitamente non viene toccato, è quello dell’evoluzione contenutistica. Nell’età classica mi sembrano preminenti – almeno considerando solo le radici greco-romane – un’alternanza di temi mitologici (le metope del Partenone, per dire) e storici (la colonna Traiana). Dall’alto medioevo, prima nei libri illustrati e miniati, poi anche nell’arte sacra con sempre maggior rilievo, divengono centrali, se non a lungo esclusivi, i temi dell’arte sacra cristiana, tra antico e nuovo testamento e le vite dei Santi, fino alla ripresa di temi laici col Basso Medioevo (a partire, direi, dall’Arazzo di Bayeux, verso il 1070-80), prevalentemente nel libro illustrato, fino alla piena ripresa col Rinascimento, quando tali temi passano anche nell’arte parietale.

A tale proposito, probabilmente, uno dei primi cicli pittorici laici, con elementi sequenziali, si trova non lontano dalla mia Mondovì, presso il marchesato di Saluzzo, dove nel Castello della Manta viene realizzato, verso il 1420, il ciclo della Fontana della Giovinezza per mano di un maestro anonimo, variamente identificato. Tale ciclo è forse il primo a tema laico, almeno con tale ampiezza, almeno di tipo sequenziale. A margine, l’importanza della Saluzzo dell’epoca è marcata anche da una prestigiosa posizione nel canone letterarario: è infatti ambientato a Saluzzo il cruciale ultimo racconto del Decameron, quello di Griselda, sposa appunto di un crudele Marchese di Saluzzo: storia che sarà poi ripresa, in parte, da Shakespeare nella “Bisbetica domata”.

La sequenzialità dell’opera non appare da una scansione in “vignette”, già adottate al tempo sia nei libri illustrati che nell’arte parietale, ma è comunque suggerita dalla movenza delle figure, tra le quali come vedremo ce ne sono anche alcune ricorrenti. L’assenza di vignette e la costruzione di un flusso omogeneo che però introduce una narrazione e non un momento singolo, fissato come in fotografia, è direi una caratteristica della pittura sequenziale rinascimentale (in compresenza col perdurare delle sequenze scandite da vignette).

Si tratta di una soluzione poi ripresa – tra gli altri – dal nostro Gianni De Luca, nel suo adattamento di Shakespeare (ne avevo scritto qui).

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2 - Copia

I vecchi nobili (tra cui un cardinale) arrivano, si spogliano, si avvicinano alla fontana, vi entrano, vi ringiovaniscono, vi si danno all’amore rinvigoriti nel fisico e nei desideri: ne escono, si rivestono, e ripartono o si abbandonano ulteriormente alla passione amorosa. La natura proto-fumettistica di quest’opera è annotata da molti siti d’arte (vedi qui, a puro titolo d’esempio), mentre è, come dicevo, poco colta da siti fumettistici, lacuna che qui si vuole appunto colmare.

 

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A marcare la sequenzialità dell’affresco, la presenza di questi due personaggi ricorrenti: un vecchio trainato dalla servitrice prima, con cui si lamenta bizzoso perché faccia più in fretta, che ritorna dopo il ringiovanimento, e spicca poiché è l’unico che, anche uscito dalla vasca salvifica, si vuole soffermare nei piaceri amorosi in un vicino boschetto. Le due scene sono sottolineate dalla presenza di testi, senza cartigli, ma direttamente associati ai due personaggi. In questo pezzo avevo annotato come il passaggio dal cartiglio al testo direttamente avvicinato al parlante avvenga verso il 1345-60, in un dipinto dell’Orcagna (vedi qui) mentre ancora nel 1340 si adottava, in un’opera sempre fiorentina di Buffalmacco, il cartiglio. Per quanto poi si affermi col tempo l’ectoplasme francese (in cui il testo è racchiuso in una sorta di “fantasmino”) o il balloon inglese (in cui il palloncino del testo è come agganciato con un filo al parlante), direi entrambi da, circa, il ‘600 in poi (ma dovrei approfondire), ancora oggi la soluzione del mero avvicinamento è praticata (anzi spesso è un segno di certo fumetto “autoriale”: spesso vi ricorre Pratt, ad esempio, in Corto Maltese e altrove). La scena apertamente sequenziale e “fumettata” di Manta è ad esempio commentata qui.

 

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Mi piace annotare come il tema della Fontana della Giovinezza divenne poi un tema apertamente Alchemico, legata alla Fonte Mercuriale che favorisce la Coniunctio dei due principi opposti, maschile e femminile (se ne tratta bene qui). Ma è interessante anche esaminare la fonte (pun not intended…) da cui deriva l’affresco sequenziale saluzzese. Ovvero, il Roman de Fauvel.

Composto nel 1310-14 sotto il regno di Filippo il Bello (nel momento delicatissimo del discusso processo ai templari), Fauvel diviene un simbolo della corruzione del mondo nobiliare ed ecclesiastico. Siamo nell’ambito della tradizione del romanzo allegorico con animali antropomorfi: Fauvel è infatti un cavallo umanizzato, calzato e vestito. Già verso il 1100 era nato, come parodia del poema cavalleresco e su influsso della fiaba con animali antropomorfi (già tradizione greco-romana con Esopo e Fedro), il Roman de Renard, la volpe intelligente ed astuta che torna, tra l’altro, anche nella moderna animazione, nel “Robin Hood” (1973) disneyano che ad essa è fortemente ispirato.

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Fauvel è un nome altamente simbolico: il “fulvo”, letteralmente, dal colore castano del pelo, ma anche “bestia”, per estensione dal colore del manto (ricordiamo i “Fauves” dell’arte di fine ‘800, gli espressionisti francesi) e “faux veil”, “falso velo”, con rimando alla ipocrisia del personaggio. Inoltre FAVVEL diviene anche la sigla di sei peccati:

F comme Flatterie

A comme Avarice,

U comme Vilenie

V comme Variété 

E comme Envie

L comme Lâcheté

Adulatore, Avido, Vile, Mutevole d’animo, Invidioso e Lussurioso: ma ha anche dei difetti, verrebbe da dire.

 

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Queste qualità infatti forniscono a Fauvel il favore della Fortuna: egli viene venerato da laici e uomini di chiesa che lo venerano per la sua eccezionalità. Questo lo spinge ad ardire di recarsi da Donna Fortuna e chiederla in moglie: ma ella lo respinge per la sua hybris, e gli accomoda invece un matrimonio con la Vanagloria, che egli accetta di buon grado. In questo contesto avviene il rituale della Fontana della Giovinezza, con cui i due sposi sono rinnovati, e Fortuna chiude la cerimonia in modo piuttosto inquietante, annunciando a Fauvel che da lui discenderà l’Anticristo. (vedi qui per una più ampia sintesi dell’opera). Come vediamo, l’immagine è associata anche a della musica, che viene integrata al testo dandone una dimensione anche “musicale”.

Il tema della fonte della giovinezza era presente fin dall’antichità classica: ne accenna Erodoto (V secolo a.C.), che la colloca in Mesopotamia presso il popolo dei Macrobioti, ovvero che si cibano solo di pesce. Nel romanzo di Alessandro (300 d.C. circa), vicenda romanzatissima della vita del grande condottiero, questi trova tale fonte nelle sue avventure. Il tema era tornato di moda con l’epopea crociata, nel corso dell’XI secolo, dove la fonte della giovinezza era talora collocata nel mitico Regno del Prete Gianni.

Tornando a Fauvel, il cavallo antropomorfo potrebbe essere uno specchio della vana arroganza di Filippo il Bello, che sottomette alla sua smania di potere lo stato ma anche la chiesa nella Cattività Avignonese: ma è anche in generale lo stupido arrogante baciato dalla fortuna, che resterà con noi fino alla fine dei tempi.

 

Charivari

 

Il testo, che ci è giunto in una dozzina di trascrizioni (indice di un alto successo per l’epoca) presenta delle scene anche sequenziali che non sono pure illustrazioni, ma si intersecano alla narrazione e la completano. Non è ovviamente in modo integrale un fumetto o un caso di arte sequenziale, ma non siamo neanche nel caso dell’illustrazione modernamente intesa, pura aggiunta al testo che magari lo illustra ma non aggiunge nulla al medesimo. Non manca chi considera già questo testo un antesignano della Bande Dessinée, non a torto (vedi qui).

 

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Oltretutto, nel 1326 venne realizzato il Dit de Fauvain, che è un vero proto-fumetto tratto dall’opera (vedi qui), e si tratta di uno dei primi veri proto-fumetti laici (tralasciando il testo del Roman de Renard, anteriore, su cui dovremo tornare, che ha simili caratteristiche di “testo illustrato interconnesso”).

E viene la tentazione di collegare il Roman de Fauvel a un recente capolavoro dell’animazione, anche in questo caso un’opera fondante che segna il passaggio a un’animazione esplicitamente rivolta a un pubblico maturo: BoJack Horseman.

 

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Difficile dire se la citazione è voluta oppure no: ma siamo di fronte a un cavallo dotato di tutti i difetti di Fauvel, come lui dal pelo fulvo, come lui contraddistinto dal successo (diverso in base alle diverse società rappresentate), che replicherebbe l’operazione condotta dalla Disney sul Roman de Renard: un protofumetto trasformato in un cartoon.

Ecco, forse BoJack Horseman non è l’Anticristo. Ma questo, in fondo non si può mai dire…