Il giovane fumettoso. Il Leopardi a fumetti di Martone e La Pietra.

Il giovane fumettoso. Il Leopardi a fumetti di Martone e La Pietra.

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“Giacomo Leopardi. L’infinito” è un fumetto dello sceneggiatore Giorgio Martone e della disegnatrice Giovanna La Pietra che va a indagare la figura di Leopardi, colmando un vuoto nel panorama della letteratura italiana trasposta a fumetti.

Leopardi infatti è, indubbiamente, il gigante della letteratura italiana dell’Ottocento, e tra le principali figure della letteratura europea del periodo. Un filosofo della statura di Emanuele Severino ha dimostrato l’importanza dell’autore nello sviluppo del pensiero occidentale moderno, anticipando di fatto la svolta che in seguito sarà impressa da Nietzche.

A duecento anni dall’avvio dell’attività filosofica e letteraria dell’autore, il cinema italiano ha omaggiato il poeta di Recanati con “Il giovane favoloso” (2014) di Mario Martone. L’illustrazione ha celebrato il bicentenario dell’Infinito con la sua notevole versione illustrata da Marco Somà per Einaudi Ragazzi, con cui l’autore ha vinto il Premio Andersen come migliore illustratore italiano del 2019.

Nel fumetto per ragazzi, l’adattamento su Topolino è garbato e interessante, mentre la versione umoristica di Davide La Rosa all’interno della sua “quadrilogia dei letterati” è indubbiamente una rilettura brillante. Per completezza, aggiungiamo anche la vita del poeta a fumetti edita da Eli Publishing, e il Sabato del Villaggio adattato da DiPiù; e certo qualcosa potrebbe sfuggirci. Ma, in generale, anche per la maggior difficoltà di affrontare a fumetti un testo poetico rispetto a uno narrativo, non vi sono nel complesso molti tentativi, al cospetto dell’importanza dell’autore.

La bella copertina di Nino Cammarata evoca subito con efficacia il senso di grandiosità che questa poesia – la più celebre dell’autore – viene ad evocare. Naturalmente, il paesaggio terreno è oscurato dalla siepe, “che dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”: e lo sguardo del poeta e del lettore con lui si proiettano quindi verso il cielo e la sua immensità, in cui però notiamo si può leggere anche il mondo: come se, estraniato nell’infinità nera dello spazio, Leopardi osservasse la terra a distanza, cogliendone così con esattezza il destino. C’è qualcosa, anche, del “Viandante sul mare di nebbia” (1818) di Friedrich: opera che spesso viene associata all’Infinito, anche per la notevole vicinanza temporale di un solo anno tra le due opere (anche se ovviamente ci sono all’interno due poetiche differenti).

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Simmetricamente, la bella splash page di apertura ci mostra la siepe e quello che si vede oltre, e l’incontro di Leopardi col precettore che riflette sul paesaggio e il suo fascino. Il precettore, ovviamente, non coglie l’intuizione leopardiana dell’infinito, che circolarmente si compirà in chiusura dell’opera.

La storia poi si snoda introducendo le note tematiche, ben caratterizzate: lo scontro con il duro padre Monaldo, dove alla contrapposizione personale si sovrappone quella ideologica. La storia si dipana così in sessanta pagine giustamente poco dense, ricche di silenzi, di non detti significativi, con un buon correlativo oggettivo degli “infiniti silenzi” e “profondissima quiete” che vengono evocati.

Il segno di La Pietra è particolarmente adatto a questo taglio asciutto e scabro che Martone ha correttamente adottato: i contorni fini, dal tratto meticolosamente preciso eppure sottilmente nervoso, intagliano le figure in una luce fredda, che ben esprime il gelido clima famigliare e in generale la visione pessimista del poeta stesso. Rafforza questo senso di freddezza asettica l’uso delle retinature e l’essenzialità degli ambienti, ridotti alla scenografia essenziale in modo da far risaltare al massimo, invece, l’espressività dei personaggi.

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In questo, la recitazione pare particolarmente accurata, soprattutto nell’espressività dei volti. C’è attenzione a cogliere la rigidità crudele del rapporto tra Monaldo e Giacomo, senza però fare del primo una macchietta di antagonista. Questo è reso ovviamente nella narrazione: Monaldo contrasta Giacomo in modo passivo-aggressivo, diremmo oggi, più che come un padre-padrone più rozzo quale talvolta lo si è dipinto, per semplificazione: e questo è piuttosto fedele alla ricostruzione moderna del loro rapporto. Tuttavia, anche per l’asciuttezza dei testi, di cui si è detto (che rende appunto l’incomunicabilità reale del rapporto), è fondamentale rendere questo aspetto nella recitazione della figura del padre, cogliendo frequentemente la compresenza, nell’espressione, di durezza ma anche di una forma di intenso affetto per il figlio, seppur deviata dalla mentalità dell’epoca (ancor più nell’aristocrazia reazionaria papalina).

Naturalmente, ancor più centrale è la recitazione dolente di Leopardi: ma anche qui si rinuncia a ogni esagerazione per mostrare un dolore rattenuto, consapevole, inquieto, non privo di esitazioni. In questo senso, spicca la differenza col film, dove la prova d’attore di Elio Germano è indubbiamente altissima, ma – con una scelta interpretativa, legittima, di tutta la pellicola – sottolinea un Leopardi quasi ai confini dello spettro autistico in un certo parossismo della gamma delle emozioni (emozionante sotto il profilo drammatico). In certi punti – p.30 – si legge in controluce l’eterna lezione di Gianni De Luca (altro autore che NPE sta meritoriamente provvedendo a valorizzare).

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La durezza del segno di contorno, sottile e affilato, rende più spettacolare anche la resa della scena di perdita di coscienza, resa con l’effetto appunto di eliminare il contorno, evocando lo sfocarsi della coscienza. Le linee frequentemente ortogonali degli spazi, specie delle scene di interno, si armonizzano invece con la griglia (rinforzata da un riquadro che la contorna), rafforzando l’impressione della casa paterna – ma, in fondo, del mondo – come gabbia per il protagonista e, nella sua visione, per tutti noi.

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Proprio per questo è piuttosto efficace il momento in cui la gabbia si spezza significativamente, con un montaggio circolare ed eclettico piuttosto raro nel fumetto occidentale (con soluzioni simili al linguaggio del manga, ma qui ben armonizzate a un segno invece classicamente italiano-europeo) per rappresentare il contatto con l’Assoluto. Lo spazio bianco che spezza le vignette penetra nel disegno, minimale e astratto, al punto che (volutamente) non si può cogliere se sia spazio di demarcazione o elemento astratto di un mondo “altro”, in cui il poeta tocca per un istante gli abissi dell’Infinito, prima del ritorno alla realtà naturale da cui, appunto, riparte la sua composizione.

Un omaggio a Leopardi efficace, che merita di essere riletto e assaporato. Tornando, magari, anche alle parole originali, al punto zero dell’Infinito.

Infinito