I Miserabili di Nizzi e Piffarerio: l'eleganza della sintesi

I Miserabili di Nizzi e Piffarerio: l’eleganza della sintesi

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“I Miserabili” di Victor Hugo, adattati da Claudio Nizzi e Paolo Piffarerio, sono stati recentemente ripubblicati da Allagalla, casa editrice torinese che si sta distinguendo per il recupero delle opere di un maestro come Nizzi e, più specificamente, dei notevoli adattamenti letterari da lui realizzati nel corso degli anni ’80 per Il giornalino delle cattoliche Edizioni Paoline.

Un’intervista introduttiva con Nizzi, a cura di Roberto Guarino, chiarisce bene le difficoltà dell’operazione: i Miserabili è un romanzo di oltre mille pagine, che si deve sintetizzare nelle ottanta del fumetto (il massimo concesso da Il Giornalino dell’epoca per un romanzo a puntate). Nizzi vi riesce, sacrificando ogni digressione e personaggi marginali, e concentrandosi sulla vicenda di Jean Valjean portata quasi alla pura azione.

Per certi versi, in questo caso, siamo nei dintorni dell’operazione che Umberto Eco aveva voluto tentare, per poi rinunciarvi, col “Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas. Come spiega nell’introduzione alla traduzione BUR, Eco era affascinato dal carattere digressivo del feuilletton, che faceva parte del suo fascino: ma voleva provare una traduzione volutamente “infedele” che, mantenendo la storia inalterata, le desse un nuovo ritmo più veloce eliminando le ridondanze. Un esperimento tentato su alcune pagine e poi abbandonato: qui, nel passaggio di media, Nizzi e Piffarerio la provano con successo. I tagli sono consistenti e il cambio di velocità di lettura è radicale: ma, tramite l’eleganza della sintesi fumettistica di Nizzi e il lavoro grafico accurato di Piffarerio, il risultato funziona e restituisce quell’atmosfera.

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Lo stimolo per questo lavoro era venuto da Paolo Piffarerio, nei primi anni ’90, dopo che negli anni ’80 il duo aveva realizzato, per Il giornalino, l’adattamento de “I promessi sposi”. L’opera, come già quella manzoniana, è del resto perfetta per il segno minuzioso, incisorio, che Piffarerio adotta in queste due opere, e che nel bianco e nero scelto da Allagalla per questa riedizione acquisisce ancora più forza, evidenziando maggiormente la ripresa – comunque personalissima – delle incisioni ottocentesche. Si confrontino ad esempio le due tavole che abbiamo qui di seguito allegato, prima in bianco e nero, poi a colori: appare evidente che la colorazione originale (specie in una scelta ancora piuttosto “sgargiante”, non espressiva, emotiva o “d’atmosfera”) risulta in questo caso lievemente falsante rispetto a ciò che si dovrebbe evocare. Oltre al minuzioso dettaglio del segno, il lavoro di Piffarerio – un maestro forse non sufficientemente celebrato del fumetto italiano – si distingue per l’accurato studio di espressione sui personaggi, sulla linea di quello già condotto sul testo del Manzoni. L’espressività della recitazione dei suoi personaggi è davvero affascinante e, assieme alla ricchezza dei particolari, spinge il lettore a soffermarsi a lungo su ogni singola vignetta per assaporarne meglio le sfumature, prolungando il piacere della lettura. Lo stesso vale per le ambientazioni, ricostruite con minuziosità certosina. Potremmo dire che la velocità di lettura data dal brillante adattamento di Nizzi è riequilibrata dal dettaglio del segno di Piffarerio, che invita il lettore a perdersi in ogni singola vignetta, rallentando la pura lettura “avventurosa”.

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Eleonora Brandigi, in “L’archeologia del graphic novel” (2013), evidenzia come i “Promessi Sposi” (1840), pesantemente illustrato con le meravigliose incisioni di Francesco Gonin, formino un antecedente al fumetto in una intersezione testo/disegni che diviene più forte della normale giustapposizione del classico libro illustrato. Questa ricchezza illustrativa contribuirebbe in modo determinante al successo dell’opera, favorendone la diffusione in un ceto più popolare. Lo stesso si può dire, dunque, de “I Miserabili” (1862), di vent’anni successivo alla versione definitiva dei Promessi, con cui Hugo realizza il grande capolavoro del romanticismo francese (come quello di Manzoni era il capolavoro dell’ottocento italiano). Le incisioni di Émile Bayard hanno un ruolo per certi versi simile, divenendo assolutamente iconiche: e come Piffarerio si era basato molto su quelle del Gonin nel rielaborare e rendere vivi i personaggi manzoniani, così avviene per quest’opera.

Enrico Giacovelli, nella sua postfazione, approfondisce bene la fortuna letteraria dell’opera, che ha fin da subito numerose riprese letterarie e filmiche: già nel 1897 i Lumiere realizzano un cortometraggio che presenta i personaggi dei Miserabili.

Per quanto riguarda il fumetto, alle spalle Piffarerio e Nizzi hanno anche una gustosa parodia disneyana, del 1987: Il mistero dei candelabri, del grande Gian Battista Carpi, autore completo, utilizzando i paperi della Disney. Quest’opera va nella direzione simmetrica, ovvero non il libero riutilizzo comico di Carpi (gustosissimo) ma un tentativo di fedeltà filologica.

Tra i precedenti, non manca l’adattamento nella serie dei Classics Illustrated, rifatto più volte nel corso degli anni: una prima edizione è del 1943, poi del 1961.

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Nella seconda metà degli anni ’70, un adattamento di Dermaut in Francia, sulla rivista Djin; nel 1978, come riporta Enrico Giacovelli nella sua postfazione, una prima versione di animazione giapponese, cui seguirà una seconda nel 2007, e altre due nel 2013 e 2014, in manga. La vicenda strappalacrime di Cosette del resto è quasi seminale del romanticismo esasperato tipico dei manga sentimentali.

L’impostazione di tavola adottata, come per tutti questi adattamenti e in genere per i fumetti del Giornalino, è quella della gabbia italiana, con tre strisce di due o tre vignette ciascuna. La prima vignetta di ogni episodio è una quadrupla, che introduce un nuovo scenario o una nuova situazione: per il resto, il montaggio è piuttosto fitto, data anche la sproporzione, come abbiamo detto, tra testo di partenza e fumetto per quanto riguarda le dimensioni.

Concludendo, ci piace sottolineare come questo adattamento dimostri in qualche modo una riconciliazione avvenuta tra il mondo cattolico e Hugo: infatti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la morale di Hugo che emerge dall’opera è stata accolta con diffidenza dalla chiesa del tempo, per quell’eccessiva benevolenza nel credere che un “buon ladrone” si può redimere: e quindi, nel 1864, l’opera fu prontamente messa all’indice dei libri proibiti, suscitando però un certo dibattito perfino nel mondo dei credenti comuni, che in molti casi furono spinti a giudicarla eccessiva (lo stesso Manzoni sfuggì di un soffio la censura sulla sua opera, vent’anni prima, salvato forse dall’immediato, enorme successo che riscontrò). Vi rimase, di fatto, fino al 1965, quando l’Index Librorum Prohibitorum venne sospeso in seguito al Concilio Vaticano II, che rinnovava la chiesa all’indomani dello spartiacque della seconda guerra mondiale. Significativamente, negli stessi anni si rinnovava profondamente il Giornalino dei Paolini, che veniva a raccogliere l’eredità del glorioso Vittorioso (nato nel 1937), predominante tra le testate a fumetti cattoliche degli anni ’50 (il Giornalino, rivolto fino allora a un pubblico più infantile, era comunque precedente, del 1924).

L’opera quindi viene in qualche modo reintegrata in questo canone ideale di grandi romanzi fumettati che il Giornalino crea tra ’80 e ’90, formando i “nostri” Classic Illustrated italiani. E il tutto senza smussare le problematicità dell’opera, che vengono rappresentate in modo complessivamente fedele (e se le rivolte sulle barricate viste con simpatia non creavano più problema, è magistrale come – con un montaggio delicato – Nizzi tratti il tema del suicidio di Javert, senza censurarlo, ma risolvendolo con una closure tra ultima vignetta e ultima didascalia. Per usare un termine che ci è caro, la sua morte avviene nello spazio bianco del fumetto.

Insomma, un altro pregevole volume, come tutti questi di Nizzi per il Giornalino, che si distingue per la – superata – sfida della difficile materia dell’adattamento.