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Guareschi, progressista ma non troppo

10 Dicembre 2025
Il nuovo volume di "Don Camillo a fumetti" di ReNoir ci presenta nella maggioranza delle novelle un Guareschi "conservatore progressista". Tranne in una storia...

È uscito per ReNoir il capitolo numero 24 dell’adattamento a fumetti delle avventure di Don Camillo. Questo volume, intitolato “La direttissima”, traspone gli episodi dal 159 al 164 (per l’appunto, quest’ultimo, quello che dà il titolo alla raccolta) dei 346 racconti totali del Mondo Piccolo guareschiano. Siamo quindi ormai vicini alla metà dell’adattamento di una produzione vastissima. Sono tutti racconti del 1952, ancora nel pieno di quei combattuti anni ’50 di guerra fredda globale e italiana. Il governo De Gasperi volge alla fine (e anche la vita dello statista, che scomparirà nel 1954) e si preparano le elezioni del 1953, dove la DC è accusata di preparare una “legge truffa” per ottenere una maggioranza assoluta (il premio di maggioranza poi non scattò).

La destalinizzazione, la distensione, per l’Italia il boom economico, e quindi il cambio di passo in un conflitto che comunque durerà ancora a lungo sono ancora lontani, anche se forse sono anni di stabilizzazione in cui non c’è più la tensione al calor bianco del grande spartiacque del 1948.

Proprio per questo è molto interessante che l’albo raccolga molte storie (con una sola eccezione, di cui diremo nel finale) che mostrano la dimensione di Guareschi come conservatore intelligente e, se ci è concesso, progressista. Non nel senso ovviamente del social-comunismo, che lui riteneva (non a torto, almeno quello staliniano) un regresso totalitario: ma per la sua fiducia e anche entusiasmo verso i progressi del pensiero umano.

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La notevole copertina, di Elena Pianta, raffigura efficacemente l’episodio selezionato per il titolo, con una tavola dal forte ed efficace effetto prospettico che quasi ricorda, per atmosfere, certi dipinti di Edward Hopper, ovviamente nel segno dell’autrice. Non è forse un caso che non si scelga la prima storia per la cover, ma l’ultima, quella in cui appare più netto questo elemento, Don Camillo (e Guareschi) che danno ragione a Peppone contro i conservatori.

Come al solito, la sceneggiatura delle storie è di Davide Barzi, coadiuvato da un nutrito team di disegnatori che vedremo storia per storia, con gli editoriali, contenenti ulteriori notizie e precisazioni, di Maurizio Carnago. La supervisione è di Alberto Guareschi, figlio dell’autore e custode, con la famiglia nel suo insieme, del ricco archivio guareschiano su cui si è basato il progetto editoriale.

Li affiancano dunque un team di disegnatori sempre molto professionali, ormai molto ben amalgamati in uno “stile medio” volutamente ricercato come omogeneo, e realistico in un modo che, pur nella modernità del tratto, richiama un certo neorealismo anni ’50, in un bianco e nero tendenzialmente pulito e rigoroso, con vignette a sviluppo prevalentemente orizzontale su una tavola “alla francese” con quattro strip, quasi ad evocare uno schermo cinematografico su carta. Un rimando che appare una sfida più che un omaggio ai film che hanno reso notissimo, in tutto il mondo, Guareschi: la serie, come noto, pone invece una distanza critica dai film, riusciti ma sicuramente meno fedeli della lettura attenta e precisa di Barzi (che lascia una traccia personale nel racconto, ma mantiene una maggiore adesione alla lettera del testo, come scelta intenzionale).

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La direttissima”, la storia del titolo disegnata da Riccardo Cecchi, mostra bene quindi questo“conservatorismo progressista” di Guareschi: Peppone crea una nuova strada asfaltata, molto più efficiente; il popolo la rifiuta per conservatorismo, ma Don Camillo, alla fine, sceglie la nuova strada per la processione e sdogana il progresso necessario (portato dai “rossi”, ma oggettivamente utile e quindi da appoggiare). L’interpretazione di Cecchi è efficace, con una giusta caricaturalità delle espressioni che accentua l’elemento leggero e umoristico della storia (il becchino che sembra quello dei western di Lucky Luke è spassoso e forse un po’ sopra le righe, ma funziona bene).

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Ma lo spirito è presente anche altrove. Nella sua prefazione Alberto Guareschi spiega come il racconto “Il francese”, che apre la raccolta, è frutto di un reale incontro con un globetrotter, avvenuto nel 1952. Il racconto di Guareschi, dello stesso anno, è illustrato da Werner Maresta nel suo solito segno elegante ed accurato. Il francese giramondo è descritto da Guareschi con indubbia simpatia, richiamando nell’aspetto l’attore Jean Gabin.

Gabin jeune

Il personaggio si inserisce nella solita querelle tra comunisti e clericali, dando origine a un “teatrino” di Peppone particolarmente elaborato e comico. L’aspetto leggero e divertente del racconto è ben reso dal ritmo della storia e dalla recitazione dei personaggi. Anche qui Guareschi, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, mostra appunto una netta simpatia per il furbo giramondo. Un elemento tipico dell’umorismo guareschiano è quello che Eco definirebbe i “personaggi sgangherabili”: Peppone nella storia di copertina è un comunista cocciuto ma intelligente, qui invece non solo si fa ingannare, ma elabora una farsa ridicola nella sua ingenuità. Del resto, è un tratto dell’umorismo che rimanda alla molteplicità irriducibile della persona, teorizzata già da Pirandello, padre di una concezione umoristica che Guareschi conosce e utilizza ai suoi fini.

L’imprevedibilità dell’umano appare anche in una storia a mio avviso meno riuscita (in Guareschi; non nella resa, che è come al solito onesta e professionale). Si tratta de “La medicina”, illustrata da Francesco Petronelli, dove Peppone deturpa col minio il cane di Don Camillo per una sciocca vendetta, ferendo a tal punto il prete che questi si ammala gravemente, venendo poi assistito dal pentito Peppone. Una certa incoerenza del personaggio (che qui scende a una meschinità cattiva e poco giustificata) è parte della sua caratterizzazione guareschiana, tanto che perfino il numero dei figli varia a seconda dell’utilità narrativa. Don Camillo, invece, pur nelle variazioni, mostra una maggiore coerenza caratteriale.

La seconda novella, “Il sangue non è acqua”, disegnata con efficacia da Alberto Locatelli, è invece nel novero di quelle cupe e profonde, un registro che Guareschi alterna a quello più umoristico.

Il rabdomante protagonista ritrova il figlio morto, ucciso dai partigiani, richiamando la vicenda di Carlo Banci, un giovane quindicenne che era stato vittima della strage di Rovetta, dove erano stati uccisi quarantatré militi della repubblica di Salò, tra i quali molti minorenni. Guareschi, anche qui, mostra il suo taglio personale: illustra – in anni in cui la cosa era ancora poco tollerata – i lati oscuri della resistenza, ma al contempo la morale del racconto non è di istigare all’odio ma propugnare una necessaria pacificazione.

Diario clandestino

Va riconosciuto a Guareschi, in generale, una assenza di odio nei suoi scritti (significativa proprio perché, invece, improntati a uno spirito estremamente pugnace e combattivo sotto il profilo politico). Anche nelle vicende più personali di sofferenza, in quelle che trattano l’esperienza del lager come internato militare italiano, appare una visione partecipe ma al tempo stesso quasi distaccata, senza astio. È il caso anche della toccante ultima, breve storia, un racconto del 1949 tratto dal Diario Clandestino, e intitolata Carlotta, sempre ad opera di Barzi come adattamento e coi disegni di Luca Salvagno, in cui Guareschi, nel campo di internamento militare, riceve la visione della nascita della figlia.

RITRATTODELRE

A questa riflessione (e sempre con una originalità narrativa) si può associare anche il più umoristica “Il busto del re”, illustrato da Riccardo Cecchi, va ad affrontare la figura di Vittorio Emanuele III e i sentimenti monarchici dell’autore, con uno sviluppo decisamente più interessante e originale. Qui torna in scena il Guareschi conservatore anomalo e buono scrittore, abile nei colpi di scena: il busto apparentemente indistruttibile del Re viene alla fine affidato dai comunisti a Don Camillo, il quale però ne fonde il bronzo e ne ricava una campana: il modo migliore per rispettare il Re non è venerarlo come una divinità, ora che è morto, ma superarlo (per certi versi Guareschi pare dire che ora la battaglia è la difesa della fede cristiana, non più di una monarchia ormai terminata).

Insomma, a parte forse il meno riuscito e più anonimo “La medicina” (su una produzione sterminata e di solito di altissimo livello, ovviamente) abbiamo in quest’albo una bella selezione di Guareschi “conservator-progressista”. Proprio per questo spicca – ed è a suo modo interessante – l’unica eccezione del volume.

Miss vie nuove

Miss Vie Nuove”, illustrato da Francesco Petronelli, è invece uno di quei racconti guareschiani (non moltissimi, ma nemmeno isolati) in cui emerge una visione inaccettabile (oggi, ma in verità molto discutibile anche nella sensibilità di allora) in cui Guareschi pare davvero legittimare un certo grado di violenza sulle donne ponendola come espressione “romantica”, sia pure nella cornice sempre volutamente esasperata e paradossale della sua narrazione.

Forse è uno dei racconti meno tollerabili su questo piano, probabilmente anche perché, narrativamente, è costruito bene. La punizione di Giulietta, che si vede rasare a zero dal fidanzato per impedirle di partecipare a Miss Vie Nuove, vede una violenza particolarmente accentuata sul livello simbolico. Il comunista Falco sembra addirittura esitare (nel racconto originale come nella trasposizione doverosamente fedele) tra il fucile e le cesoie; ma l’atto di radere a zero rimanda a una punizione diffusa verso le collaborazioniste (reali o presunte tali) da parte della resistenza, accentuando il senso di una punizione particolarmente infamante per una “traditrice”. E non è possibile affermare che in qualche modo Guareschi ponga una condanna del gesto, in quanto questa reazione in fondo compiace Giulietta come prova di vero amore e la fa decidere a sposare Falco (come in fondo in generale in Guareschi, dei comunisti egli condanna l’ideologia e le esagerazioni di violenza, ma una certa rapace spietatezza è in fondo approvata come maschia energia).

Va a onore del merito dell’operazione editoriale, a mio avviso, non aver censurato nemmeno i racconti meno presentabili dell’autore, dato che l’edizione è comunque rivolta a un pubblico maturo. Una sfida interpretativa che viene condotta come al solito con professionalità e rigore, restituendo un ritratto a tutto tondo dell’autore. Da un lato, rispetto al Guareschi “dei film” (e in generale di una certa vulgata superficiale) i fumetti di Barzi e soci ci ridanno un autore più complesso e moderno; ma al tempo stesso, con la loro onestà intellettuale, ci mostrano anche un Guareschi – in storie occasionali, ma presenti – più oscuro e meno accettabile.

Lorenzo Barberis

Lorenzo Barberis

Nato a Mondovì nel 1976, laureato in Lettere a indirizzo artistico presso l’università di Torino (2000), insegna italiano e storia alle superiori. Scrive per Culture Club 51, la rubrica di cultura del settimanale di Mondovì L'unione monregalese. Il suo blog personale è, dal 2008, fumettismi.blogspot.com. Si occupa di arte visiva, letteratura e fumetto e del rapporto tra i tre ambiti; con Wundergammer.com (2010-2012) ha anche partecipato a un esperimento seminale di critica d’arte del videogame. Collabora al progetto CuNeoGotico (2013-2016), dove ha curato i testi del catalogo per la parte relativa al fumetto, e al progetto DKMO della casa editrice Il Girovago, per cui ha realizzato la prefazione alla parte letteraria del volume. Per il blog network de Lo Spazio Bianco cura dal 2016 il blog Come un romanzo, dedicato al rapporto tra fumetto e letteratura.

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