Giacomo Nanni, "Tutto è vero" (se vi pare).

Giacomo Nanni, “Tutto è vero” (se vi pare).

In questi giorni, è uscito per Rizzoli-Lizard Tutto è vero, il nuovo volume a fumetti di Giacomo Nanni (classe 1971), una delle voci più autorevoli del fumetto contemporaneo a livello internazionale. Dopo l’esordio su “Mano” (1996), Nanni entra nel gruppo della rivista Canicola (2004) e nel 2005 vince a Lucca per la migliore storia breve (vedi qui). Del 2006 è il suo blog, ancora attivo (vedi qui), del 2007 Cronachette per Coconino, di cui l’attenta recensione di Guglielmo Nigro su LoSpazioBianco, che coglie il carattere di “manifesto del minimalismo fumettistico”, sulla scia di Raymond Carver in ambito letterario e esperienze fumettistiche internazionali come quella di Tomine, Clowes, Ware.” (qui). Nigro aggiorna il suo parere in occasione di Lara Canepa nel 2010 che si pone come una riflessione dolente sul mito di Elvis Preasley e in generale sulla Pop Culture (qui). Interessante il riscontro nell’intervista di Stivè (qui) in cui l’autore in parte conforta questa lettura – e, in modo sorprendente ma a suo modo provocatoriamente illuminante, anche come segno di una distanza, paragona il culto di Elvis a quello di Pratt, in chiusura. La centralità della sua riflessione viene posta verso l’idea di cunicolo, colta attraverso un personaggio che non è la protagonista titolare, e che rimanda al procedere tipicamente labirintico del postmoderno, secondo la nota definizione di Calvino (naturalmente, la statura – elevata – di Nanni come autore sta nel declinarlo in un modo integralmente suo).

Dal 2010 al 2014 vi sono tra il resto le storie e vignette sul Post, dal 2013 con la sceneggiatura di Raffaele Alberto Ventura (vedi qui), e anche alcuni corti, in cooperazione con Gipi. Tra i romanzi grafici, escono in Francia Le garçon qui cherchait la peur, (Cornelius, 2012), Casanova – Histoire de ma fuite (Olivius, 2013) e Vince Taylor n’existe pas (Olivius, 2014) e, in Italia, “Prima di Adamo” per Canicola, nel 2015.

 

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Si giunge quindi ad Atto di Dio (Rizzoli Lizard, 2018) che dopo un vasto successo di critica e pubblico gli è valso il prestigioso Prix de l’Audace al Festival internazionale di Angoulême e la consacrazione di massa (per LoSpazioBianco ne ha parlato Michele Garofoli qui). In questo caso, tramite la storia del capriolo che fa da fil rouge per molteplici narrazioni che si intrecciano intorno a lui, si parla del rapporto dell’uomo con la natura, all’indomani del tragico terremoto di Amatrice. Ovviamente il titolo pare da leggere in antifrasi, Atto di Dio pare rimandare più alla leopardiana assenza di senso del dolore cosmico. Il capriolo della storia principale, perso nel labirinto della tangenziale, assurge a valore simbolico dell’innocente inconsapevole e vittima della violenza naturale e storica (simboleggiata dalla carabina nella vicenda parallela dell’unicorno). Non a caso, nella cover appare reso cieco dalla maschera, per il suo bene (i soccorritori gli inibiscono la vista per controllarlo e riportarlo in montagna, dove però la sua sopravvivenza sarà difficile).

 

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Da un punto di vista stilistico, già qui appaiono molto ben delineati due meccanismi centrali che ritorneranno in Tutto è vero: la freddezza dello sguardo del narratore resa sul piano visivo da una resa delle immagini tramite una sorta di moderno puntinismo, una sgranatura che fa pensare a una foto pubblicata con bassa qualità di stampa, come quelle di un quotidiano. Una tecnica che rimanda sia a Seurat e i suoi, sia alla pop art di Roy Lichtenstein, che usò lo stesso effetto straniante proprio sulla bassa tecnica di stampa dei fumetti delle origini. L’elemento straniante, voluto, è che si tratta di un elemento oggi assente nella saturazione di immagini che ci circonda, che sono fruite in digitale o in una stampa che tecnicamente è migliorata e non offre più sgranature di quel tipo, almeno nel nuovo millennio. Il tutto contribuisce a creare una distanza, a far sembrare le vicende di cui Nanni ci parla, pur vicine (Amatrice era allora di stretta attualità), come sospese ormai in una distanza siderale.

 

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L’altra tecnica finissima usata dall’autore è, come già detto, usare dei soggetti narranti incongrui, il capriolo o addirittura l’oggetto inanimato, come la carabina. Per quanto dotati del loro punto di vista limitato sul mondo e quindi, di nuovo, straniante e oggettivo, come il frequente espediente dell’alieno che ci osserva (pensiamo ad esempio a L’ultimo terrestre di Gipi, tratto da un fumetto di Giacomo Monti), di matrice illuminista: il Micromegas di Voltaire (1752), e dietro di questi le Lettere Persiane (1721) di Montesquieu, dove lo sguardo dell’Altro è quello dello Straniero. Ma oggetti e animali sono in Nanni ingenui ma accuratissimi nel loro ragionamento, con effetto doppiamente straniante: perché il loro punto di vista è troppo informato per quanto attribuiremmo intuitivamente al loro possessore. Anche Nel mirino (2019), il fumetto successivo, presenta aspetti simili (vedi qui).

 

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In Tutto è vero questi aspetti, già compiuti in Atto di Dio in una ineccepibile perfezione formale, si radicalizzano.
Tutto è vero, il titolo, è di nuovo – ci pare – antifrastico e letterale a un tempo stesso: le varie storie offrono varie verità, in contrasto tra di loro, senza che questo contrasto sia sanato non solo nella storia (che sarebbe consolatorio) ma neanche in un punto di vista implicito fornito al lettore. Le storie semplicemente stanno nella loro irrisolta contraddizione, rifiutando l’opera a tesi.

L’immagine di copertina è più complessa ancora di quella di Atto di Dio. Il simbolismo dell’uccello chiuso in una voliera circondato da un volo libero ci sembra un simbolismo facile di opposizione prigionia / libertà, ma in verità, come è chiarito all’interno della storia dove tale situazione appare, ha un’altra valenza, e si concentra sul tema della violenza, nella natura e nella storia.

 

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Il fumetto infatti affronta un tema centrale nell’immaginario occidentale odierno, e in particolare in quello fumettistico: il più grave attentato contro la libertà di stampa mai avvenuto in Europa, quello che nel 2015 ha sterminato la redazione di Charlie Hebdo. Nanni sceglie di parlare quindi di un tema che si fa leggermente più distante rispetto ad Amatrice nel 2018: ci separano da quel punto della storia sei anni, ma anche ormai un’altra epoca, segnata dallo spartiacque epocale del Covid (magari anche oltre l’intenzione dell’autore).

 

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Lo sguardo assunto per parlare di questo tema parte dalla distanza. Si comincia con Gli uccelli (1963) di Alfred Hitchcock, che è sicuramente un tema in cui si parla della natura “che si ribella”, ma in modo opposto a Leopardi e Nanni: lì la ribellione degli uccelli è inquietante perché misteriosamente senziente, non impersonale come la Natura Matrigna del filosofo di Recanati, presente nelle liriche e, ancor più forse, nelle Operette Morali, come nel celeberrimo dialogo tra la Natura e un Islandese. Ma la violenza impersonale (gli Uccelli che attaccano gli Uomini) qui diviene personale (l’aneddoto, vero o falso non importa, di un singolo uccello, Archie, che attacca un singolo uomo).

 

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La tecnica della sgranatura è quella detta sopra, ma qui il Corvo, nuovo correlativo oggettivo di un’idea che là appariva nel capriolo, contrasta maggiormente con tale scelta: diviene infatti – come anche gli uomini che appaiono – una macchia nera, densa, fitta, la personificazione stessa dell’Ombra (come nel modello di Edgar Allan Poe, e come visivamente avviene nello stesso Hitchcock, eternato nella sua silohuette parimenti simbolo del suo incarnare l’umbratile inquietante dell’umano nei suoi film).

Lo sguardo del capriolo era prigioniero del labirinto: il corvo invece ha in questa prima fase uno sguardo a volo d’uccello sul labirinto: vede le varie pedine ma di fatto non le giudica, il suo sguardo è accortissimo (ci presenta, in luogo delle didascalie dell’autore, elementi fattuali anche minuziosi) ma neutro, opaco. Neutralità nel giudizio, non nell’azione: questo singolo corvo sceglie una vittima (la più emotivamente scatenante: una bambina) e la perseguita beccandola ogni volta che esce.

 

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Appare qui un aspetto innovativo di Nanni rispetto ad Atto di Dio: agire in antifrasi rispetto ai previsti trigger retorici. Là infatti il capriolo era oggetto di simpatia per il lettore, convogliata in modo lineare. Qui verso il corvo ci si suscita al limite ripugnanza prima di evocare la crudeltà dell’uomo (che moltiplica i corvi con la società industriale, e poi uccide spietatamente una parte degli animali urbani in eccesso quando divengono fastidiosi).
Qui scatta un parallelo con gli umani e si esplica la metafora del titolo: l’uccello chiuso nella gabbia/voliera è un’esca: lo stormo non sopporta un estraneo e si reca ad attaccarlo, ma così si intrappola anch’esso.

Nel momento della metafora della violenza centrale nell’opera (è ripresa in cover) il segno nero predomina e tutto è reso con un contrasto nettissimo. Ma volutamente la metafora di Nanni è scalena. Ci tenta a leggerla in modo allegorico: la violenza degli animali sul singolo estraneo al branco è ovviamente un tratto che resta nell’umano. Ma la metafora non si incastra bene con una possibile lettura di un senso, qualsiasi tentiamo di dargli: è come la voliera, ci intrappola sfruttando la nostra naturale ricerca di senso e poi non ci lascia più uscire.
La metafora della gabbia/voliera si estende poi a quella della polizia e del controllo, e qui l’unheimlich diviene davvero sottilmente insopportabile (segno di una magistralità intenzionale di Nanni, ovviamente). Perché a questo punto la storia del corvo si intreccia con quella del “poliziotto buono” che libera lo stormo da una trappola non regolamentare.

 

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Da questo punto in poi le cose procedono verso un finale impeccabilmente costruito, che a differenza di Atto di Dio, dove il finale era più aperto, si chiude come un meccanismo ben oliato dove tutti i meccanismi scattano al momento giusto. Eppure, dove che la trappola si è chiusa, ancora una volta, resta l’insoddisfazione: la chiusura fumettologica non corrisponde a una chiusura di senso, e i dubbi etici restano – volutamente – irrisolti.
La cosa è aumentata dal rafforzarsi dell’uso tecnico del didascalismo in senso proprio: se in Atto di Dio eravamo ancora dalle parti della didascalia, in questo nuovo testo l’ultima parte del volume sfida volutamente i limiti del fumettistico (perfettamente rispettati nelle altre componenti). Immagini nello stile dell’autore vengono alternate a lunghe pagine di testo “a macchina”, che snocciolano precise informazioni. Lo scopo, però, non è “dare un contesto” selezionando in modo necessariamente parziale le informazioni come nel tipico “fumetto divulgativo”: ma la selezione ugualmente parziale va nella creazione di una contraddizione, dove non è “buono” il sistema che crea i suoi stessi avversari ma non sono “buoni” gli oppositori che lo vogliono abbattere. Resta solo la fredda verità della violenza, dato naturale che viene amplificato dalle possibilità della moderna società della tecnica, dove tecnologia e iperconnessione aprono la porta a una distruttività maggiore e ancor più insensata di quella già presente in natura.

Tutto è vero, e a qui conducono le “magnifiche sorti e progressive”, ci pare dire Giacomo Nanni: al freddo iterarsi della violenza, uomini come uccelli in gabbia destinati a sbattere perpetuamente contro le gabbie dell’esistenza