Dotter of her Father’s Eyes è una recente graphic novel realizzata dalla coppia Mary e Bryan Talbot. L’opera è stata oggi tradotta in italiano da Nicola Pesce Editore (vedi qui), e costituisce un lavoro di indubbio, grande interesse.
Mary, studiosa e accademica di livello internazionale qui al suo primo graphic novel, si è occupa del testo, mentre il marito, tra i grandi maestri del fumetto anglosassone, realizza i disegni. Tuttavia la collaborazione in questo caso è stata, ovviamente, molto stretta, come precisato anche dai due autori, vanificando una distinzione così rigida.
L’opera affronta, in una prospettiva particolare, uno degli autori più difficili del “canone occidentale”: James Joyce, qui con rimandi anche al suo Finnegans’ Wake, una delle opere più criptiche del canone. Umberto Eco affermava al proposito essere “un’opera ideale per un lettore affetto da un’insonnia ideale”, con la sua solita ironia: mettendone comunque poi in luce i pregi indiscutibili. Qui la traduttrice Gloria Grieco compie una scelta interessante, lasciando in inglese i rimandi al Finnegans’, proprio per via della loro contorta intraducibilità, e per lasciare la forza evocativa del particolarissimo inglese di Joyce in questa sede.
In Dotter of her Father’s Eyes il punto di vista per affrontare il gigante della letteratura è particolare: Joyce viene infatti letto tramite la storia della figlia Lucia Joyce, del suo desiderio di divenire una ballerina, del rifiuto del padre e della triste fine in seguito all’insorgere di una malattia psichiatrica, che portò all’internamento in manicomio. Forse il rifiuto da parte del padre ebbe un ruolo nel decorso del suo malessere, per l’opposizione da questi opposta alla danza, vista come attività indecorosa.

A volte, acquista il colore un “oggetto della memoria”, che come una madaleine proustiana fornisce la guida per ricordare il passato che emerge nebuloso nei ricordi dell’autrice, come confermato appunto dall’espediente grafico che dona alle immagini un costante segno di indeterminatezza.
Le sequenze legate alla vita di Lucia sono invece in una tonalità blu, e adottano una simile vignettatura evocativa dai contorni sfumati. Inoltre, il montaggio della griglia è leggermente differente. Per quanto molto vario, quello della biografia della Talbot è un montaggio tutto sommato ortogonale; nella biografia di Lucia invece notiamo tavole di impostazione più scalena, con vignette intersecate in modo più insolito. L’effetto è molto interessante, perché evoca l’idea di una ancor maggiore difficoltà di ricostruzione: non quella della lettura del “libro della memoria” dantesco, ma l’indagine sulla storia di uno sconosciuto.
Appare inoltre così, proseguendo la lettura, la duplice, amara ironia del titolo Dotter of her Father’s Eyes, che può riferirsi sia all’autrice, Mary Atherton in Talbot, sia a Lucia. Qui si ricostruisce bene l’ambiguità intraducibile della frase, “figlia degli occhi di suo padre” (Dotter è “figlia” in svedese, e suona omofono con “Daughter”) che rimanderebbe a un rapporto di “pupilla” di papà (che c’è, in ambo i casi, in parte, nella prima infanzia, ma poi si perde in una incomunicabilità dura) ma che nel caso di Lucia – nome che deriva dalla santa protettrice della vista – si carica di significati ancor più complessi. Nella cover originaria gli occhi (di Mary) sono riprodotti inoltre come dei puntini (dot), elemento che si perde nella pur bella cover italiana, ma che resta all’interno dell’opera, ovviamente, per una diffusa convenzione fumettistica. La cosa è coerente con lo stile di Bryan Talbot, ma qui appare più accentuato tale elemento nel rendere, tramite la sintesi, la forza dell’iconicità dello sguardo.
Anche da questo singolo elemento si vede la densità e complessità di questo Dotter of her Father’s Eyes; la Talbot inoltre, in base alla sua formazione accademica, è particolarmente puntuale in riferimenti letterari non così scontati fuori dall’Italia, e tuttavia vitali per comprendere la biografia di un autore, Joyce, segnato dal nostro paese e dal modello dantesco (insieme ad altri riferimenti). “Lucia”, nome italiano, viene così esplicitato come rimando alla mediatrice dantesca tra Beatrice e la Vergine (che è ovviamente Mary, come l’autrice del testo), e anche per il suo richiamo manzoniano, e operistico.
E come si incrina sempre più la felicità di Lucia, così avviene per quella di Mary, nel confronto con un padre studioso joyciano sempre più distante e sgradevole, segnato dalla pervasività aggressiva del suo fumo sotto il piano olfattivo (che condiziona anche lo sfumato delle vignette?), dal martellante “tap, tap, tap” della macchina da scrivere sotto quello uditivo, da una presenza sempre più bolsa e ingombrante sotto quello fisico, e sotto quello testuale da una cultura sardonica e sterile che inibisce, non facilita la comunicazione (persino la voce della Britannica su Joyce, che giunge a scrivere, riconoscimento dell’indubbia abilità di indagine letteraria, verrà in seguito riscritta per l’eccesso di enfasi).
Lucia, invece, cresce circondata dalla ridda di nomi che attorniano il padre (in primis Samuel Beckett, con cui avrà una tormentata relazione sentimentale), il meglio della cultura del Novecento. Ma quando sceglie anch’ella di darsi all’arte tramite la danza – divenendo allieva di Raymond Duncan – la sua libertà espressiva viene invece inibita. Il conflitto col padre si sviluppa in parallelo all’aggravarsi dei notori problemi di vista di Joyce: il ruolo di “luce dei suoi occhi” della figlia implica la rinuncia al di lei successo, quasi questa sua indipendenza sia la causa del vulnus del padre.
I due piani – il passato di Lucia, il passato di Mary – continuano a intrecciarsi fino alle loro differenti conclusioni. Al di là dell’interessante scorcio storico su un capitolo poco noto della vita di Joyce, che aiuta a problematizzare il vissuto del “grande artista”, colpisce in positivo la capacità dei Talbot di non trasformare l’opera in un semplice pamphlet, ma mantenere – in entrambi i casi – un margine di complessità non schematizzabile nelle vicende rappresentate. Al di là dell’interesse “accademico” del tema narrato, Dotter of her Father’s Eyes è un affascinante graphic novel, un romanzo a fumetti che, come molti altri, dimostra la maturità ormai consolidata del medium.
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P.S.: Sullo Joyce a fumetti, rimando anche all’enorme lavoro di Zapico, di cui avevo trattato qui.
https://lospaziobianco.it/dotter-of-her-fathers-eyes-quando-sono-le-figlie-a-uccidere-i-padri/



A proposito della figlia di James Joyce, c’è un elemento che in qualche altro modo lega la sua figura al linguaggio del fumetto. Lucia morì nel 1982 alla clinica per malattie mentali St. Andrew’s Hospital di Northampton, città natale e di residenza di Alan Moore. Il bardo accenna all’argomento nel suo libro “La voce del fuoco” in cui racconta eventi, personaggi e ricorsi storici che si legano e hanno come epicentro quella cittadina britannica.
Vero! Grazie del contributo 🙂
Avevo letto l’opera ma non ricordavo, essendo molto densa e criptica.
In “Dotter…” del resto si accenna come Joyce non fosse del tutto indifferente ai fumetti, e come in casa si leggessero le comic strip. Eco ne “Il ruolo del lettore” sosteneva che Joyce potesse aver – cripticamente – citato Mandrake nel suo Finnegans, inoltre.