Don Chisciotte, il nerd dei supereroi cavallereschi?

Don Chisciotte, il nerd dei supereroi cavallereschi?

Di recente, Alan Moore è tornato sulle sue affermazioni estremamente critiche sul fumetto e sulle sue evoluzioni più recenti, con contestazioni rivolte al mondo del fumetto supereroico e, in generale, escapista, ma in fondo estendibili a tutto il medium. Al di là dei toni, è innegabile che Moore ha ragione su molti punti: un medium che era concepito per bambini – e in una fascia di intrattenimento infantile “povero” – si è negli ultimi anni trasformato (e, per lui, snaturato) divenendo un prodotto per un pubblico adulto e “borghese” (da intendersi, credo, nel senso di “piccolo borghese”, in quanto alla fine dei conti, salvo casi compulsivi, siamo ancora nell’orizzonte di spesa del ceto medio impoverito). Il pubblico adesso è formato da “hobbisti di mezza età”, e quindi non gli interessa più, non si va più a incidere sull’immaginario collettivo.

Si potrebbe ovviamente eccepire al quadro di Moore in alcuni dettagli, e altri lo faranno meglio di me (ad esempio, se da un lato c’è il fenomeno del “graphic novel” da libreria, dall’altro il fumetto ha una vitalità online, nel webcomic “da social”, simile per certi versi alle strip delle origini). Qui mi interessava però porre una nota a margine, una curiosità forse significativa, forse no, nel senso di questo blog che si occupa di paralleli tra letteratura e fumetto.

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Mi era già capitato di notare, recentemente, come l’archetipo di una certa “nerd culture” contro cui si scaglia Moore si possa rinvenire in una figura insospettabile della letteratura: Don Chisciotte della Mancia, l’immortale eroe di Cervantes.

Infatti, nel primo capitolo dell’opera ci viene spiegato come Don Chisciotte si appassiona smodatamente della letteratura cavalleresca, intaccando anche il proprio magro patrimonio per procurarsene una vasta collezione. Ma quello che lo avvia sulla follia è fissarsi con ragionamenti ormai sterili, su una produzione letteraria che non parla più, ormai, del presente (dalla polvere da sparo in poi, almeno, come tra le righe ammette lo stesso Ariosto nel suo Orlando Furioso).

“Con questi e somiglianti ragionamenti il povero cavaliere usciva del senno. Più non dormiva per condursi a penetrarne il significato, che lo stesso Aristotele non avrebbe mai potuto deciferare, se a tale unico oggetto fosse ritornato tra’ vivi. Non gli andavano gran fatto a sangue le ferite che dava e riceveva don Belianigi, pensando che a buon diritto nella faccia e in tutta la persona avessero ad essergli rimaste impresse e vestigie e cicatrici, per quanto accuratamente foss’egli stato guarito; ma nondimeno lodava altamente l’autore perché chiudeva il suo libro con la promessa di quella interminabile avventura. Fu anche stimolato le molte volte dal desiderio di dar di piglio alla penna per compiere quella promessa; e senz’altro l’avrebbe fatto giungendo allo scopo propostosi dal suo modello, se distratto non l’avessero più gravi ed incessanti divisamenti. Ebbe a quistionare più volte col curato della sua terra (uomo di lettere e addottorato in Siguenza) qual fosse stato miglior cavaliere o Palmerino d’Inghilterra, o Amadigi di Gaula; era peraltro d’avviso mastro Nicolò, barbiere di quel paese, che niun al mondo contender potesse il primato al cavaliere del Febo, e che se qualcuno poteva competer con lui, questi era solo don Galaorre fratello di Amadigi di Gaula, poichè nulla fu mai d’inciampo alle sue ardite imprese; e non era sì permaloso e piagnone come il fratello, a cui poi non cedeva sicuramente in valore.”

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Insomma, Don Chisciotte si interroga, a cinquant’anni (tale è la sua età), sull’annoso dilemma se sia più forte Hulk o la Cosa (o Orlando e Tancredi, che è lo stesso). E da lì nasce la perdita di contatto con la realtà.

“Altro non presentavasi alla sua immaginazione che incantamenti, contese, battaglie, disfide, ferite, concetti affettuosi, amori, affanni ed impossibili avvenimenti: e a tale eccesso pervenne lo stravolgimento della fantasia, che niuna storia del mondo gli pareva più vera di quelle ideate invenzioni che andava leggendo.”

Il sistema degli eroi cavallereschi sembra davvero quello supereroico, in queste ramificazioni e comparazioni che gli suscita (e nei due grandi cicli, arturiano e carolingio, gli eroi sono proprio collegati, come nei due grandi universi Marvel e DC):

“Più gli piaceva Bernardo dal Carpio per aver ucciso in Roncisvalle l’incantato Roldano, valendosi dell’accortezza d’Ercole allorchè soffocò fra le sue braccia Anteo figlio della terra. Celebrava il gigante Morgante perchè discendendo egli da quella gigantesca genìa, che non dà che scostumati e superbi, pure egli solo porgevasi affabile e assai ben creato. Dava però a Rinaldo di Montalbano sopra ad ogn’altro la preferenza, e segnatamente quando lo vedeva uscire dal suo castello, e far man bassa di quanto gli capitava alle mani, derubando in Aglienda quell’idolo di Maometto che era tutto d’oro, secondochè riferisce la sua storia. Avrebbe egli sagrificata la sua serva, e di vantaggio pur la nipote alla smania che tenea d’ammaccare a furia di calci il traditor Ganelone.”

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A questo punto, come vediamo, vuole entrare concretamente nelle sue avventure, e di fatto (ma qui si allargherebbe il discorso) si dà a un cosplay ad immedesimazione totale, imitando nella realtà – fuori ogni tempo massimo – i cavalieri erranti che sono i suoi modelli esistenziali. In fondo, il passo da Don Chisciotte a Kick-Ass è solo una questione di adattamento al diverso periodo storico. Quella di Don Chisciotte è una follia enfatica e a suo modo affascinante, letteraria appunto: in modo più realistico e prosaico, Cervantes avrebbe potuto narrare, ad esempio, un Don Chisciotte che si mette a scriver su carta le sue speculazioni cavalleresche con il curato e con il barbiere (c’è perfino un barbiere, posto ideale per la lettura dei fumetti, un tempo).

Insomma, senza che questo nulla tolga alle riflessioni di Moore, è curioso notare come nel ‘600, in un periodo fortemente trasformativo della letteratura – crisi del poema epico, nascita del romanzo, in parallelo appunto all’affermarsi progressivo della borghesia – vi erano delle riflessioni in fondo simili sul rapporto malsano con l’intrattenimento letterario (che sarebbero perdurate e si sarebbero precisate nell’800, con Madame Bovary e il Bovarismo, ad esempio, come fenomeno di fruizione compulsiva dei romanzi sentimentali). La fine di un mondo, però, allora ne apriva un altro, all’interno del cosmo letterario. Da vedere cosa succederà nell’ambito del fumetto: ma questo certo Cervantes non può dircelo.

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“il sarto del villaggio, e de’ contorni; un uomo che sapeva leggere, che aveva letto in fatti più d’una volta il Leggendario de’ Santi, il Guerrin meschino e i Reali di Francia, e passava, in quelle parti, per un uomo di talento e di scienza: lode però che rifiutava modestamente, dicendo soltanto che aveva sbagliato la vocazione; e che se fosse andato agli studi, in vece di tant’altri…!” (Alessandro Manzoni, Promessi Sposi, Capitolo XIV)