Di Virgilio, Santoni e la Sindrome di Shelley

Di Virgilio, Santoni e la Sindrome di Shelley

Mary Shelley

Mary Shelley

Questo recente “Mary Shelley – L’eterno sogno” dello sceneggiatore Alessandro Di Virgilio per i disegni di Manuela Santoni, edito da Beccogiallo, è decisamente un’opera interessante, che nasce da una proposta di Di Virgilio ma si inserisce nel solco di un lavoro di Manuela Santoni autrice unica, che in due opere precedenti, dedicate rispettivamente a Jane Austen e alle sorelle Brontë, aveva già affrontato questo tema della letteratura al femminile (ma con una importanza centrale, e a volte rimossa, nel canone letterario). Ne avevamo parlato qui. Questo nuovo caso è decisamente interessante, da un lato simile, dall’altro profondamente diverso. Là, infatti, avevamo autrici che, fino ad ora almeno, erano rimaste abbastanza ai margini nel discorso del fumetto. Con la Shelley e Frankenstein, invece, si affronta un archetipo seminale della letteratura fantastica, della fantascienza, ma anche del cinema e del fumetto. Ci pare dunque utile un piccolo, ovviamente non esaustivo, excursus sulla fortuna dell’opera.

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Il mito di Frankenstein nel fumetto

Uno dei padri nobili della fantascienza, Isaac Asimov, se la prendeva con la “sindrome di Frankenstein” che a suo avviso affliggeva la fantascienza: ovvero la raffigurazione del robot, della macchina, della intelligenza artificiale o frutto di qualche mutazione genetica come intrinsecamente malvagia e pericolosa. Non del tutto a torto faceva discendere tale tendenza dall’opera seminale, quella di Mary Shelley, che è al centro anche di questa pregnante trasposizione fumettistica.

Non del tutto a torto: ma non tanto per via del testo originale, molto citato ma poco letto. Ma per via della sua ricezione tramite i vari media. La Shelley stessa fece in tempo a vedere la sua opera a teatro, nel 1823, e con la nascita del cinema è Edison, modello di un certo tipo di scienziato-genio novecentesco, a produrne un adattamento già nel 1910. Dopo una edizione filmica perduta nel 1915, è l’italiano Testa a trasporre l’opera nel 1920, ma la versione più celebre è quella Universal del 1931, di James Whale, che consolida l’archetipo del Mostro (che si sovrappone nell’immaginario al nome del suo creatore).

Ed è questo Frankenstein anni ’30 a penetrare anche nell’immaginario fumettistico: se si eccettua il fotoromanzo DC Comics del 1939, fortemente influenzato dai film, la prima ripresa disegnata è quella di Dick Briefer nel 1940, all’interno della moda nascente degli horror comics: qui declinato però in chiave umoristica. Abbastanza precoce l’adattamento dei Classics Illustrated, che iniziano nel 1941: il Frankenstein di Shelley è adattato, con pretese di fedeltà, già al numero 26 (come osservava esterrefatto Wertham, la testata non si lasciava sfuggire nessuna possibilità di sembrare divulgativa titillando al tempo stesso il fascino per l’orrore e la violenza). Seguiranno quello della DC dal 1948 in poi, quello della Marvel dal 1953, quello della Dell Comics (1967).

Uno spartiacque può essere formato dal Frankenstein di Wright, con una notevole versione illustrata del 1982, cui fece seguito una rielaborazione fumettistica nel 2012, di cui ho trattato qui. Nel fumetto europeo, un valore particolare ha il Frankenstein di Guido Crepax, che da Valentina in poi (1965) riscrive con movenze erotiche più o meno accentuate i grandi miti del gothico occidentale: la sua revisione giunge a Frankenstein relativamente tardi, nel 1999 (vedi qui), in un’opera che ha valenza di testamento artistico, essendo l’ultima sua pubblicata.

Inoltre, si cimenteranno con la decostruzione di questo archetipo testate ed autori rilevanti: abbiamo un elseworld Batman/Frankenstein nel 1994, uno con Superman nel 1999. Le sorelle Wachowski reinterpreteranno il mito col loro Doc Frankenstein (2004), mentre Embalming (2007) è una lettura nipponica, all’interno del manga. Jeff Lemire lo mescola con Holmes, in un classico mash-up (vedi qui), c’è la lettura di Espinosa (qui), quella della Dark Side (2007, vedi qui), quella di Gualtieri e De Siena tra gli italiani (nel 2015: vedi qui). “I, Frankenstein”, che guarda nel titolo all'”I, Robot” di Asimov, divenne addirittura un film nel 2014. Non manca una riscrittura disneyana (sempre italica), nel 2016, con Duckenstein (vedi qui).

Vediamo dunque una grande ricchezza di interventi: ma, curiosamente (o nemmeno troppo), quasi nessuno – salvo quello delle sorelle Wachowski – che abbia coinvolto una reinterpretazione almeno in parte al femminile, come in questo caso. E, salvo gli addetti ai lavori letterari, non saprei nemmeno quanto sia nota l’autrice, in proporzione al successo della sua opera. Una “sindrome di Shelley”, potremmo dire, parafrasando Asimov, che colpisce spesso i nomi femminili del canone occidentale.

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La rilettura di Di Virgilio-Santoni.

La lettura che viene fatta del mito parte qui ovviamente da un punto di vista specifico, ovvero quello della sua autrice. La notevole copertina chiarisce già questo rapporto particolare: Mary è al centro, e fissa con sguardo magnetico il lettore. I suoi capelli ricordano quasi la “Sposa di Frankenstein” (1931) di Whale, ovvero quel mito di riscrittura cinemica, ma la frezza nera di capelli al centro diviene anche (in modo quasi subliminale), in alto, il volto del Mostro, in modo più fedele alle incisioni originali.

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L’attenzione al simbolismo percorre in modo sottile e raffinato tutta l’opera: ogni capitolo ha un frontespizio che richiama illustrazioni, opere d’arte e incisioni d’epoca, specialmente d’ambito preraffaelita, al cui interno vi erano fermenti vicini al romanticismo gotico della Shelley. Ad esempio troviamo in un frontespizio una Shelley colta come una delle “donne scarlatte” di Dante Gabriel Rossetti, una anti-Beatrix che invece di stringere il Graal porta con sé il veleno, mentre molti altri sono di forma romboidale, con un assemblaggio di simboli vicino al gusto dell’epoca (se non con rimando a possibili fonti precise).

Questa cornice preziosa, e di gusto chiaramente ottocentesco, è importante nel rafforzare il gusto gotico che pervade tutta la biografia dell’autrice (fino all’incontro-creazione col suo Mostro, dove il racconto si interrompe, giunto al momento apicale), che viene però nella narrazione raffigurato senza enfasi, ma con una notevole fedeltà al dato storico. Il gusto gotico si accompagna così a un’indagine psicologica raffinata sull’autrice, che coglie nelle spesso difficili relazioni interpersonali che la circondano gli stimoli per quella che diverrà la sua Grande Opera. Anche qui, l’aspetto meritorio è evitare un eccessivo determinismo: si accenna, si suggerisce, più che evidenziare. Un voice over discreto, spesso drammatico ma senza soverchia enfasi, scandisce le tappe dell’esistenza della Shelley dal margine degli spazi bianchi fra le vignette, fino alla rivelazione finale della sua natura. La sua presenza permette a Di Virgilio di asciugare efficacemente i testi, sottraendo loro esigenze didascaliche e focalizzandoli sull’espressività dei singoli personaggi, con uno stile essenziale, secco, che lascia molto spazio al silenzio e alla narrazione del disegno.

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Lo stile di Manuela Santoni è ovviamente congeniale per questa narrazione, in continuità coi due lavori precedenti ma con un forte specifico. Il segno denso, nervoso, con le campiture nere volutamente “imprecise”, il bordo spesso e ondulato delle vignette, i tratteggi vibranti: tutto contribuisce a questo clima di tesa inquietudine che pervade l’opera. Le ambientazioni sono ridotte all’essenziale, con uno stile incisorio da xilografia: sono efficaci, come a p.53 o 14-15, ma evocative, senza diventare una presenza di primo piano. Fa eccezione invece l’ambiente naturale, che diviene spesso un correlativo oggettivo degli stati d’animo (come tipico, da Petrarca in poi…), mescolandosi con la loro rappresentazione grafica, come nella notevole sequenza di p.111-117.

Ma la centralità dello scavo segnico dell’autrice ci pare riservato – come già nelle altre due biografie – negli studi d’espressione, nella recitazione dei personaggi, ben colta nei suoi momenti drammatici con pochissimi accenni. Un “segno d’arte” particolarmente espressivo, nei volti ma anche nella presenza scenica dei corpi in generale (il dettaglio delle mani a p.25, ad esempio), che ricorda da vicino certe sperimentazioni incisorie di Munch, a fine ‘800, e simili esperienze dell’espressionismo nordico, perfettamente assimilate nel suo stile.

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Il rosso – sangue, passione, dolore, morte – interviene spesso a punteggiare i momenti determinanti della narrazione, inserendosi nel netto contrasto di bianco e nero spesso a marcare quasi una tensione fatalistica verso il sovrannaturale (che sfocia appunto nel finale).

Una rilettura riuscita e potente, quindi, di una autrice che merita riscoprire anche nel suo tratto biografico, in una riscrittura del canone che oggi appare ineludibile per dare il giusto spazio a voci femminili spesso centrali ma spesso marginalizzate (nel caso della Shelley, “fagocitata” dalla sua creatura). Se pensiamo, anche fumettisticamente, all’ampia ricezione del mito di Poe e di Lovecraft (come autori propriamente, non solo tramite la loro opera), vediamo che questo lavoro – insieme ad altri simili, per ora ancora abbastanza rari, però – ha una sua importanza, da valorizzare.

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Sitografia essenziale
https://en.wikipedia.org/wiki/Frankenstein_(comics)
https://en.wikipedia.org/wiki/Frankenstein_in_popular_culture#Comics