David Murphy 911

David Murphy 911

Con l’occasione del ritorno in edicola del David Murphy di Roberto Recchioni ho avuto modo di riscoprire la prima stagione di quattro numeri in formato bonellide, e finalmente scriverne qualche riga. Avevo immaginato di scriverne sul mio blog personale, Barberist, dato che qui tratto di interrelazioni tra fumetto e letteratura: ma stendendo la recensione mi sono accorto che, se all’apparenza David Murphy è un fumetto ed un eroe di pura azione, sotto questa patina c’è non solo una struttura piuttosto intricata, ma rimandi precisi a testi anche piuttosto complessi.

Il David Murphy del titolo rimanda, come abbastanza noto, alla legge di Murphy, quella teorizzata, pare, da Edward Aloysius Murphy, e poi raccolta da Arthur Bloch in un aureo libretto del 1977 (con vari seguiti) che raccoglie numerose leggi simili, basate su un certo umorismo aziendale ispirato a un realistico pessimismo.

Il protagonista è colpito da una ambigua maledizione cinese, “possa tu vivere in tempi interessanti”, che lo mette al centro di ogni tipo di catastrofe immaginabile. E da questo deriva l’elemento action della narrazione: il protagonista ha un aspetto vagamente ispirato al Jack Bauer di “24” (2001-2010), serie spionistica allora sulla cresta dell’onda, e come in “24” il tema conduttore è quello del terrorismo, la grande paranoia degli anni 2000 tutt’altro che scemata oggi (ma, in qualche modo, divenuta un elemento del panorama).

Il riferimento a “24” funziona anche in un secondo senso: la sperimentalità narrativa. Nel caso di “24”, come noto, è la rappresentazione degli eventi in tempo reale, con la rappresentazione di ventiquattr’ore cruciali. Nel caso di Murphy, invece, abbiamo un uso piuttosto radicale dell’inizio in medias res e dell’alternarsi di flashback e flashforward.

Si comincia con una alternanza molto netta nei primi due numeri, che introducono rispettivamente protagonista e antagonista; il terzo vede un “effetto cornice”: a fine storia si narra tutto il ritorno al passato e poi si torna al presente (una modalità più classica). L’ultimo capitolo rinuncia a tale tecnica per una narrazione lineare: la conclusione dell’arco narrativo è indubbiamente l’ambito in cui sarebbe stato più complesso da applicare, ma avrebbe mantenuto la coerenza stilistica del gioco di bravura, evidente soprattutto nelle prime due storie.

Il gioco dei flashback fa pensare naturalmente alla prima stagione di un’altra serie degli anni 2000, “Lost”, dove tale tecnica era centrale, segmentando l’episodio in due: prima il presente del personaggio sull’isola, poi il suo passato che spiegava alcuni elementi del suo comportamento. L’uso di uno stile intrecciato da parte di Recchioni rende nei primi due numeri il gioco d’incastro più complesso (va notato che l’autore sceglierà poi il meccanismo del flashback “semplice” per la prima stagione della sua serie bonelliana, “Orfani”). Questo aspetto dell’opera è molto marcato, con l’adozione di una tavola a fondo nero per le sequenze del passato, che lo rende vistoso perfino guardando la costola dell’albo.

“Lost” si ricollega anche al tema centrale di David Murphy, quello delle cospirazioni (che, tra l’altro, torna anche in “Orfani”…): ma in Murphy la questione è affrontata molto più di petto, e se quel 911 è il numero delle emergenze nei telefoni americani, come arcinoto, è evidente che tra le righe si strizzi l’occhio anche al 9-11, l’attentato alle Torri Gemelle che ha inaugurato e segnato la storia del terzo millennio, almeno finora.

Il primo episodio inizia infatti con un dirottamento aereo terroristico, e si chiuderà col crollo di una torre-grattacielo: ma, soprattutto, fin da questo numero si intuisce che i servizi segreti “deviati” americani sono dietro a tutto quanto. Murphy è un vigile del fuoco: gli eroi dell’11 settembre, che hanno sacrificato le loro vite per salvare le vittime dell’attentato.


E a questo si conduce la principale citazione “alta” della serie, quella (ipercritica) di Milton Friedman (1912-2006), da poco scomparso all’epoca della pubblicazione dell’opera (ma con un espediente Recchioni lo rende personaggio della stessa). L’economista aveva avviato la produzione saggistica  più specialistica già negli anni ’50, ma una sorta di manifesto teorico del liberismo americano moderno è “Capitalism and freedom” (1962), in cui si collegano inestricabilmente sistema capitalistico e libertà.  Anche all’interno di questo sistema, Friedman rappresenta la “destra economica”: egli infatti è contrario alla politica inflazionistica, e quindi alle misure keynesiane (di John Maynard Keynes) che erano state usate, ad esempio, nella crisi del 1929.

Nobel dell’economia nel 1976, le sue teorie economiche influenzeranno in modo determinante Reagan e Tatcher, i due pilastri del capitalismo angloamericano degli anni ’80 (e anche loro fanno un cameo nell’opera): il saggio ideologico di quegli anni è “Free to choose”, in collaborazione con la moglie, dove torna sul tema.

Curioso notare che, se il Nobel a Friedman è del 1976, le leggi di Murphy escano nel 1977. Non è probabilmente casuale per Recchioni aver voluto associare, nella sua feroce satira del capitalismo contemporaneo, il suo massimo teorico e la critica bonaria delle grandi organizzazioni aziendali, molto vicine temporalmente.

Molto significativo appare il fatto che il figlio, David Friedman, abbia evoluto il suo pensiero in modo ancora più radicale, giungendo all’anarco-capitalismo, per il quale lo stato deve disciogliersi in favore del puro libero mercato (tale tesi, naturalmente sgradita al “deep state” e al senso comune dell’elettorato di centrodestra, ne ha causato la meno stretta connessione con i frontman del liberismo globale rispetto al padre).

L’opera in cui tutto questo è evidente è “The machinery of freedom” (1973); ma ai fini del nostro racconto appare interessante che il protagonista prenda il nome di David. Murphy – che lo combatte – è in qualche modo “il figlio di Friedman”, ovvero si muove in un sistema totalmente plasmato dall’interpretazione del suo antagonista.

Come detto, Recchioni è qui fortemente critico contro la visione friedmaniana: per la sua decostruzione, riprende il saggio della grande polemista del liberismo anni 2000, Naomi Klein. L’autrice di No Logo, che aveva ispirato il movimento No Global (poi affondato sotto le ceneri dell’11 settembre…), nel 2007 aveva composto “The Shock Doctrine”. In esso esplora il concetto di “Shock Economy”, per cui il turbo-capitalismo, nella sua attuale fase di accelerazione, è ghiotto di disastri che consentono una radicale distruzione di sistemi precedenti.

Il tutto, ovviamente, all’alba di una crisi, quella della Lehman Brothers, che avrebbe trascinato con se tutto il mercato drogato dei subprime, portando alla grande crisi sistemica globale i cui effetti perdurano tuttora. La risposta, come si era intuito fin da subito, non sarebbe stata Keynesiana. Recchioni collega i due temi e i due anni chiave, mostrando le connessioni tra 2001 e 2008: se la shock economy è linfa vitale per il capitalismo, questo potrebbe limitarsi a non cogliere le occasioni, ma produrle.

Analizzando in primis le fonti letterarie dell’opera (che, come evidenziato, si basa su una saggistica piuttosto ampia e articolata) ho trascurato inevitabilmente il disegno. Va quindi sottolineato come le cover di Gabriele Dell’Otto dell’edizione originaria, con la loro maestosità pittorica, sono fondamentali a evocare fin da subito al lettore l’iconicità di Murphy come grande eroe d’azione americano, che viene poi decostruita all’interno anche grazie al segno di Matteo Cremona, che è notevole nel seguire Recchioni su tutti i complessi livelli di narrazione. A un primo livello, l’azione frenetica, che viene resa con un segno e un montaggio di tavola molto moderni, frequenti splash pages, anche doppie e sempre smarginate, un taglio prevalentemente “orizzontale” della tavola, dal gusto cinematografico, ma con frequenti variazioni a imprimere un ritmo frenetico anche sotto il profilo visuale. A un secondo livello, la capacità umoristica nello studio dell’espressione dei personaggi (pur restando nei canoni del realismo bonelliano) permette di conferire alla storia il valore paradossale e sarcastico che vuole avere. Infine, fondamentale è la capacità di vivacizzare, con montaggio ed espressività dei personaggi, le numerose sequenze di spiegazione, collegate al livello “economico” di cui si è parlato in questo articolo: rese meno pesanti dall’alternarsi costante del ritmo, ma comunque spesso ampie e non di facile lettura per il pubblico generico.

In conclusione, letto a posteriori, in David Murphy colpisce la capacità di Recchioni di intuire molto del mondo che si sarebbe profilato: non tanto per chissà quale profezia miracolistica, ovviamente, ma per la capacità di annusare per tempo un mood che all’epoca non era così facile da cogliere: apparentemente la risposta è di sfiducia nell’iperliberismo, con due mandati (poi deludenti) di Obama su vaghe infatuazioni keynesiane. Poi, ISIS, attentati in Europa, Brexit, Trump segnano un ritorno allo “spirito del 2001” che sta spiegando tutt’ora le sue conseguenze. Da qui, questo nuovo capitolo della saga, che inizia davanti al famigerato muro col Messico, con un formato e una narrazione pienamente da comic book americano, dove probabilmente si pensa di lanciare questa nuova stagione, disegnata da Pierluigi Minotti.

Del resto, David Murphy è propriamente anche un super-eroe: in una specie di “Last Action Hero” senza parte metanarrativa esplicita, il protagonista ha il dono di non poter essere facilmente distrutto dai mille pericoli in cui si trova immerso, la classica invulnerabilità del protagonista davanti agli Stormtroopers e altre minacce più serie. Ma il vero potere, di cui si accenna solo nella prima stagione, è la sua capacità di stimolare nelle persone atteggiamenti anti-egoistici, spingendoli alla cooperazione al di là del loro stretto interesse materiale: l’eresia suprema per il capitalismo friedmaniano.