Come è strano 1984 visto dal 2021

Come è strano 1984 visto dal 2021

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1984″ di Orwell è indubbiamente uno dei più grandi romanzi distopici, se non il vero modello del genere. Composto dall’autore nel 1948 (le cui cifre vengono invertite nell’anno del titolo e dell’ambientazione), poco prima della sua scomparsa, l’opera non è solo un durissimo atto d’accusa verso il totalitarismo sovietico sotto Stalin, ma una disamina delle dinamiche proprie dello stato totalitario che trascende l’ideologia apparente.

La collana Oscar Ink di Mondadori pubblica la trasposizione a fumetti dell’opera realizzata dall’autore brasiliano  Fido Nesti, qui autore completo. Nesti, nato a San Paolo in Brasile nel 1971, autodidatta, ha una esperienza trentennale di fumettista, con collaborazioni non solo a giornali brasiliani ma col New Yorker e altre prestigiose testate internazionali. Nesti ha letto il capolavoro di Orwell nel 1984 a scuola, rimanendone particolarmente colpito. Essendo di cinque anni più giovane non ho avuto la possibilità della lettura diretta a quell’età, ma ero presente quando l’anno della profezia era arrivato, e appassionato di fantascienza più ingenua ci fu un segno che mi fece conoscere l’opera per sommi capi.

1. Il 1984 dietro di noi.

 

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Lo spot Apple del 1984 (vedi qui il filmato) colpiva l’immaginario andando a riprendere elementi dal film più recente dedicato al romanzo in quello stesso anno (dopo un primo film, nel 1956, di poco successivo al romanzo e alla sua enorme fortuna), e anche – come lo stesso film – qualcosa del futuro distopico ovviamente diverso di Blade Runner (1982). Di lì a un anno ancora, “Brazil” (1985) avrebbe avuto certamente qualche debito con la ricorrenza fatidica. Ricordo che alla visione dello spot gli adulti mi spiegarono che si richiamava al romanzo orwelliano, come qualcosa che avrei potuto leggere da più grande.

Questo per dire che capisco, e da lettore condivido, l’ossessione meritoria che l’autore dichiara di aver profuso nell’opera, uno scavo nl distopico che viene condotta da Nesti con una immersione mentale totale tra 2000 e 2001 nella Oceania di Orwell.

Nel 1984 anno reale, infatti, mi sembra che la celebrazione di Orwell si accompagnasse a un certo ingenuo sollievo: ma oggi quel sollievo ci appare più illusorio. Allora, 1984 era visto da molti come il racconto di un totalitarismo comunista vittorioso che non era avvenuto. Già negli anni ’60, in cui per Orwell cade ogni dissidenza e il regime si porta a perfezione, il sistema sovietico aveva visto la distensione, Kruscev, l’abolizione del culto della personalità, proprio mentre nel mondo di Orwell il Grande Fratello ha preso il potere assoluto nei ’70, eliminando tutti gli altri dirigenti della rivoluzione, dopo una guerra mondiale avvenuta negli anni ’50: nell’opera si cita una chiesa vicino a dove, trent’anni prima, era caduta una bomba atomica, nel 1954, se il riferimento è da intendersi come preciso (ironicamente, nel nostro mondo Stalin ci lascia nel 1953: cosa sarebbe successo se ciò non fosse avvenuto?).

Negli anni ’80 il regime sovietico, che aveva appena avuto il suo Vietnam in Afghanistan, appariva un colosso dai piedi d’argilla. Lo star wars del cowboy Reagan, col suo scudo spaziale (1983) sembravano mettere in difficoltà il gigante URSS in affanno su vari fronti: e se questa debolezza poteva anche far temere reazioni inconsulte era più il “muoia Sansone con tutti i Filistei” nucleare ad essere temuto, non una quieta, fredda vittoria sul campo. Di lì a poco, l’anno seguente, sarebbe venuto Gorbacev, la disfatta nucleare di Chernobyl (1986), la glasnost e la perestrojka accelerate da quel segno di debolezza epocale e l’accordo di Rekjiavik (1987), fino al crollo del 1989.

 

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2. Il 1984 davanti a noi.

 

Ma sotterraneamente, con gli anni riemerse una sottile paura. Che 1984 potesse tornare in nuove forme. Il 2000-2001 in cui lavora Nesti non appare casuale: è la soglia vera del futuro, al di là del gioco numericamente anagrammatico di Orwell, e nel 2001 kubrickiano l’attentato delle Torri Gemelle del 9/11 dà subito la percezione di una nuova era di tensione securitaria, con la scoperta, portata da rabbiosi libri fallaci, che “eravamo da sempre in guerra con l’Estasia” mediorientale.

Non è forse un caso anche il ritorno del Big Brother, nel 2000, in una nuova formulazione apparentemente ridanciana, quella del primo reality show, che però anticipava il capitalismo della sorveglianza in cui, tramite smartphone, pc, web 2.0 e social siamo immersi tutti, con gli effetti di sottile controllo sociale di cui simo divenuti consapevoli.

 

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Questo fumetto di vent’anni fa, recente dunque ma non recentissimo, è ancora più inquietante letto oggi, dove molteplici fattori fanno percepire una sottile inquietudine di una regressione del tessuto sociale sotto molti fronti. Certo: non sono vertici comunisti a guidare la devoluzione della società, ma piuttosto all’opposto le spinte del tardo capitalismo nell’era che alcuni hanno definito (magari anche confusamente) del “turbo-liberismo”, alla ricerca di una ulteriore accelerazione del sistema di mercato.

Ed è questo che appare da questo fumetto: la mediazione di una genuina, autentica inquietudine. Per cui, naturalmente, si dovrebbero sottolineare con dovizia d’esempi gli aspetti tecnici: il segno preciso, nitido, dai contorni smussati eppure proprio per questo di una spietata durezza complessiva che passa tramite la freddezza intenzionale del colore, lo studio di espressioni estraniate con misura, senza giungere all’eccesso espressionistico. La fedeltà al volume è arricchita dall’elemento visivo: l’orrore lucido cui Orwell ci prepara è reso ancor più disturbante dall’essere visualizzato, sia pure con la giusta sobrietà che non spinge mai sensazionalisticamente sulle scene più forti di tortura, ad esempio, ma dà centralità all’orrore psicologico e sociale.

Questa notevole efficacia del fumetto fa sì però che queste considerazioni passino in secondo piano (anche se alcune ne faremo ovviamente ancora) rispetto al disturbante del leggere oggi quest’opera. Più che un’analisi tecnica in senso stretto, questo mio articolo – come mi consente la natura particolare del blog letterario-fumettistico – sarà una ricognizione nelle inquietudini che il fumetto sa così sapientemente evocare nella sua aderenza all’ur-testo.

 

3. 198V.

 

La griglia a nove vignette contribuisce al senso claustrofobico del testo, e chiaramente ci fa subito pensare a “Watchmen”, capolavoro fumettistico di Alan Moore e Dave Gibbons, che tuttavia ha temi differenti, e la sfrutta soprattutto per la riflessione sul senso dello scorrere del tempo scandito in questi tasselli tutti uguali in cui, prevalentemente, si suddivide la narrazione.

In Nesti, naturalmente, la griglia viene spesso adattata alla situazione e non mancano ad esempio delle quadruple (vedi un esempio più avanti) o delle splash page. Ma l’insistenza sul modulo a nove e chiara ed evoca il senso di prigionia che permea tutto il romanzo.

 

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Molto simile per temi, di Moore, è invece “V for Vendetta” che usa una griglia classica (di tipo “italiano”, a mattoncino) come base, ma ha evidenti rimandi a 1984, anche se per certi versi contrapposto come significato. Non tanto perché la dittatura diveniva fascista, ma perché (in modo molto più consapevole e complesso) come già nello spot Apple appariva un eroe in grado di spaccare il sistema. Un filo sottile che però, al di là del cogliere la connessione (conscia o inconscia) evidenzia l’attualità di entrambe le opere: quella di Moore, composta a ridosso del 1984 (1982-1985, per la precisione), si è radicata nell’immaginario collettivo tramite il film del 2005 sceneggiato dalle sorelle Wachowski (successivo, però, a questa opera di Nesti, che le due autrici, sceneggiatrici di fumetti prima che cinematografiche, potevano anche conoscere dato il loro penchant per i temi distopici).

 

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Il fumetto di Nesti appare invece avvicinabile, per certi versi, alle scelte cromatiche di “V for vendetta”: ma là prevalevano i toni neri di David Lloyd, alternati a tinte violacee, mentre qui prevalgono il rosso e il nero e, in generale, uno squallore più legato a un grigiore depersonalizzante che alla tenebra.

Naturalmente, il bilanciamento in Nesti di grigio e rosso dipende dalle situazioni: il rosso evoca il manifestarsi aperto della violenza e della rabbia, ma il vero orrore scaturisce forse più da questo disperante grigiore imperante in questo totalitarismo senza via di fuga.

Un tema che entrambe le opere fumettistiche estraggono da “1984” è poi l’ossessione del tema della Vittoria: Moore rovescia nel titolo il “V for Victory” di Churchill, con conseguente sviluppo nella trama (anche intendendo V come 5 romano), ma anche in Nesti il tema, che si presta bene alla ripresa grafica, è ampiamente presente.

In Nesti ad esempio si evidenziano molto il tema della V for Victory presente nell’opera originaria: il protagonista beve Victory Gin, vive nel Caseggiato della Vittoria, dovrebbe esultare per le costanti vittorie del regime e porta il nome di Winston, probabile rimando a Churchill (volutamente ironico) oltre all’anonimo cognome di Smith. Ma, ovviamente, come la Pace è Guerra, la Libertà è Schiavitù, così anche la Vittoria è Sconfitta. Il simbolismo della V viene spesso ripreso graficamente nel fumetto, ad esempio come V incandescente che trapassa i libri del passato.

Leggere 1984 a fumetto mi ha evidenziato anche alcuni sottili rapporti (e rovesciamenti) tra il romanzo di Orwell e l’opera di Moore, che non avevo colto. Il “Ti amo” di Julia, rivoluzionario nell’opera, diviene il “Ti amo” di Valerie a Evey che però non viene tradito dalla protagonista, e da qui ne deriva un diverso destino. L’amore è per Orwell come per Moore la forza che può eliminare il totalitarismo (che sa solo provare l’odio, ma non ha un vero attaccamento a persone o valori): ma in Orwell è sempre eradicabile, è in fondo un’illusione, in Moore no. Interessante, in connessione a questo, il culto della purezza che permea il Norsefire fascista di Moore, ma anche il Socing teoricamente comunista (e quindi libertario e antireligioso), che però spinge all’annullamento dell’erotismo in nome degli ideali superiori del partito. L’eradicazione (impossibile del tutto, anche nel più cupo 1984) dell’istinto erotico è posto quindi come comune fondamento del totalitarismo, a cui si sostituisce l’amore astratto e falsante per il Grande Fratello (che si declina nell’eccitazione dell’odio contro i bersagli legittimati sotto il profilo “erotico”).

 

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In Italia, una riflessione interessante sarebbe poi quella del parallelo con “La dottrina” di Bilotta e Giandomenico, che ha sempre escluso ogni rapporto con V, dichiarando di non averlo letto all’atto della composizione dell’opera. Gli influssi sarebbero quindi, appunto, direttamente da 1984, ancor più ingombrante sotto il profilo di predecessore culturale. Rimando qui per la mia disamina dell’opera.

 

4. Non usciremo vivi dal  1984.

 

Ma, come detto, l’aspetto che appare prevalente è la capacità del fumetto di mediarci in modo rinnovato un’inquietudine che non mi era scaturita nemmeno dalla rilettura del testo originario, poiché qui supportata dall’aspetto visivo (mentre, rispetto ai film, il fumetto consente quella maggior sosta riflessiva perché il flusso dell’immagine, cartacea o su schermo, può essere interrotta agevolmente a differenza del fluire del film).

“Non era sicuro fosse il 1984”, apre il volume, sottolineando fedelmente a Orwell come il testo sia ambientato in ogni tempo e nessun tempo. Seguono tutti i passi conosciuti, che vengono però esaltati dalla trasposizione visiva e dall’attualizzazione.

I due minuti d’odio verso Goldstein hanno una terribile attualità e ci viene fatto di pensare che oggi, piuttosto che gli schermi televisivi (da cui comunque dilagano tuttora) i “due minuti d’odio” si replicherebbero in molteplici occasioni tramite i social (con la falsa consolazione di bersagli apparentemente eterogenei: ma il fine, già in 1984, non è attaccare il nemico, del resto inesistente e inventato, ma suscitare l’odio in sé, funzionale al sistema di controllo).

 

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Smith “Non ricorda un giorno in cui non fossero stati in guerra”: l’eterna mobilitazione bellica è cruciale del totalitarismo, e la metafora bellica permea la società in modo pervasivo anche se (anzi, ancor più se) tale conflitto è comunque remoto, non immediatamente visibile (e Julia, acutamente, nel romanzo immaginerà possa essere fittizio, creato ad arte dal regime). Una scusante, in ogni caso, per mobilitare contro un nemico esterno da odiare, impalpabile nel quotidiano, e un nemico interno da individuare e condannare, con l’esaltazione delle piccole “Spie”, anticipazione anche delle Guardie Rosse maoiste, costantemente pronte a denunciare la presunta Quinta Colonna di Goldstein (creata ad arte invece dal regime, che ne è il vertice).

Il Bispensiero, la continua correzione della realtà, per cui il leader afferma una volta una cosa, un’altra volta l’opposto e tutto deve essere giustificato in una continua RetCon del reale, suscita molti paralleli con la scena politica moderna, dove in ogni schieramento possiamo trovare esempi di questo accelerato cinismo che prescrive l’immediata dimenticanza ai propri sostenitori, pena il passaggio a traditori. In un gioco democratico, questo passa al gioco dell’alleanza, dove l’avversario è un nemico, un traditore al servizio di potenze straniere, un mostro depravato, un nazifascista (o un pericoloso comunista, è lo stesso) fino al momento in cui serve a nuove alleanze. E quindi, anche qui, “Siamo sempre stati alleati dell’Eurasia”, a livello locale (che al Big Brother non serve più).

 

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Inquietante come questo potere assoluto di plasmare il potere, oltre il celebre 2+2=5 che rimanda alla propaganda staliniana del piano quinquiennale, viene posto come la possibilità di far divenire vere affermazioni come “Il partito dice che la terra è piatta”: nei ’90 poteva sembrare un impossibilia, un paradosso, ma oggi – pur non essendo ovviamente realizzato: ma anche nel romanzo è solo una opzione – appare possibile diffondere tale idea.

Un brivido lo suscita anche il personaggio di Ampleforth che riscrive le poesie divenute obsolete per l’ideologia del partito e che tuttavia non vanno semplicemente cancellate (“chi controlla il passato, controlla il futuro”) perché troppo note: quelle meno note sono semplicemente distrutte, mentre Shakespeare, per dire, viene riscritto e reso funzionale al nuovo pensiero.

Rafforza l’inquietudine il fatto che questa fase deve arrivare a un punto di svolta proprio in questi nostri anni, per concludersi nel 2050 che, ancora oggi, viene posto come una data-chiave di molti obiettivi. Nel manuale di Goldstein, riportato integralmente nella conclusione della storia (e non solo fumettato, per la sua densità pregnante) si dichiara:

“L’antico prestigio proteggeva certi personaggi storici dall’oblio, ma il loro lascito andava allo stesso tempo ad allinearsi con la filosofia del Socing. Perciò, era in atto la traduzione di vari scrittori, come Shakespeare, Milton, Swift, Byron, Dickens e alcuni altri: una volta terminata, gli scritti originali e il resto della letteratura del passato sarebbero finiti nell’immondezzaio. Queste traduzioni erano un’impresa lenta e difficile, ed era improbabile che si concludesse prima degli anni Dieci o Venti del ventunesimo secolo. A Proprio al fine di dare a questo fondamentale lavoro di traduzione il tempo di concludersi si era stabilito che la Novalingua entrasse pienamente in vigore solo a partire dal 2050.

E il persecutore di Smith gli rivela alla fine:

“Per il 2050 non vi sarà più un uomo in grado di capire una conversazione come questa”

Una notazione linguistica, infine, che in Orwell non è ovviamente estranea all’essenza del testo: la Neolingua appare in questa traduzione riscritta rispetto a quella storica del romanzo, in una adesione più letterale all’originale inglese, per cui Thoughtcrime diviene Pensierocrimine invece di Psicoreato, in una maggiore fedeltà possibile all’originale orwelliano.

 

5. Come imparammo a non avere paura e amare il Grande Fratello

 

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L’opera di Nesti è quindi una immersione dura e spietata nell’opera originaria: rendendola visuale con una riuscita sobrietà aderentissima al testo, la esalta richiamandocela ed evidenziandone numerosi passaggi potenti e simbolici, spingendo in modo quasi necessario a una rilettura dell’originale (o a una prima lettura per chi ancora non conosca il capolavoro orwelliano, un grande classico indispensabile del Novecento).

La morale disperante di Orwell sul totalitarismo appare in piena evidenza: “I governanti di uno Stato simile sono padroni assoluti, come non lo erano neppure i faraoni o i cesari.” chiosa il compendio di Goldstein (scritto ovviamente dal regime). Come spiega poi O’Brien, “potere è infliggere umiliazione e dolore, mente e corpo”, e il partito lo esercita, per l’unico fine di manifestare la propria invincibile forza.