Cinema, vignette e baionette / Un'analisi

Cinema, vignette e baionette / Un’analisi

Di recente, è uscito un nuovo saggio di Massimo Bonura di notevole interesse per uno dei temi di cui si occupa questo blog, ovvero la lettura della storia tramite il fumetto e, in questo caso, il cartoon e l’animazione.  “Cinema, vignette e baionette. La propaganda politica (1930-1945) nel cinema d’animazione”, questo il titolo del saggio, è un volume di indubbia rilevanza per il rigore critico, e vede l’introduzione di docenti universitari tra cui Sergio Brancato.

La cosa interessante è che libro è acquistabile sul sito dell’editore (Palermo University Press, editore scientifico con doppia peer review), ma se ne può anche scaricare gratuitamente una copia digitale in PDF. Un’iniziativa meritoria, che consente a un più vasto pubblico l’accesso a questo studio che può interessare cultori del fumetto, come noi, ma anche insegnanti di vari ordini e gradi che intendano occuparsi del tema in connessione a tale periodo storico, e a studenti che lo approfondiscano per varie ragioni.

Ma vediamo il contenuto di queste dense e interessanti 190 pagine.

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L’introduzione di Anna Fici evidenzia l’utilità dello scavo su un periodo apparentemente lontano, quello compreso tra Prima e Seconda Guerra Mondiale considerato dall’autore, dove si codificano le moderne strategie di propaganda che hanno un forte influsso ancora sull’oggi. Ad esempio, stilemi di un graphic novel come La bête est morte! sceneggiata da Victor Dancette e Jacques Zimmermann e disegnata da Edmond FranÇois Calvo nel 1944. In essa, appaiono Hitler come lupo, Mussolini come iena, Hirohito come scimmia, mentre gli americani sono bisonti, gli inglesi cani e così via. L’autrice suggerisce un parallelo con la propaganda di Hamas, che ha realizzato un cartone animato di struttura simile: ma – pur non essendo, è chiaro, un testo riducibile alla “propaganda” – è evidente l’analogia con opere di ancor maggiore spessore quale Maus, che riprende la stessa metafora.

Sergio Brancato evidenzia le connessioni e le distanze con opere precedenti che hanno studiato il fenomeno, quali  Il disegno armato (2000) di Giame Alonge, che mostra come il cartoon divenga strumento indispensabile di propaganda per il morale delle truppe dal 1914 al 1945, oppure, in tempi più recenti,  Salvate il soldato Donald (2017) di Alessia Cecchet, sulla sola seconda guerra mondiale. Brancato evidenzia, in relazione a tali saggi – e questo ci pare un punto interessante – la difficoltà di stabilire una distanza netta tra propaganda e cartoon satirico autonomo.

Dopo un’ulteriore inquadramento di Francesca Rizzuto, che come gli altri due prefatori evidenzia oltre il resto l’utilità anche in chiave contemporanea questo studio seminale su cartoon e propaganda, Bonura inquadra il suo studio procedendo dalla fondante analisi dei media di Eco (1964), che pone i due poli di “Apocalittici” e “Integrati” in cui si muovono anche i comics nel periodo indicato. Dopo la Grande Guerra si formano infatti grandi icone di massa (lo Zio Sam) anche fumettistiche (Popeye, Topolino) che dagli anni ’30 inizieranno una applicazione propagandistica che culminerà nel nuovo grande conflitto mondiale.

L’autore compie poi una disamina densa e preziosa sulle basi necessarie alla comprensione della propaganda, coerentemente con la natura accademica del saggio, con rimandi a Marx, Freud e all’inquadramento generale, dall’Ottocento in poi, del tema della propaganda nella cultura occidentale, parallelo al formarsi dell’idea di Nazione moderna (e dei nazionalismi). Particolare rilievo ci sembra avere il rimando agli studi di Harold Dwight Lasswell (1902-1978), il teorico del modello a 5W della comunicazione, che già nel 1927 aveva studiato in modo accurato il tema nel suo saggio Propaganda Technique in the World War. Il concetto chiave ci pare essere il passaggio da una “mobilitazione degli uomini” coinvolti del conflitto a una “mobilitazione dell’opinione”, preliminare allo stesso e molto più pervasiva, non limitata ai consueti meccanismi del fronte.

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Inoltre, la forza del fumetto e dell’animazione, anche ai fini della propaganda, sta nel loro precoce riconoscimento artistico: cruciale in questo è la figura di Windsor McCay, figura chiave col suo Little Nemo (1905) e, nell’animazione, Gertie the dinosaur (1914). L’autore evidenzia poi come l’animazione nasca con una forte connessione alla propaganda: El Apóstol (1917) dell’italo argentino Quirino Cristiani, primo lungometraggio animato prodotto dall’astigiano Federico Valle (1880-1960), ha tale natura, come pure il suo successivo Peludópolis (1931), entrambe satire del presidente argentino Hipólito Yrigoyen. Opere perdute ma che mostrano in modo seminale tale connessione.

Intanto anche il cinema ha mostrato la sua potenza propagandistica, tra Griffith e Eisestein, in USA e in Russia. La Russia sovietica, in particolare, diviene un perfetto “Stato di propaganda”, come enunciato anche da Peter Kanez, nel suo saggio The birth of the Propaganda State: Soviet Methods of Mass Mobilization, 1917-1929 (1985). Una propaganda in cui ha un ruolo centrale anche il fumetto, per la sua capacità di parlare a masse semicolte.
La radio, invece (inventata come noto da Marconi nel 1901) diviene – per McLuhan – un “tamburo tribale” di particolare efficacia; mentre fin dal 1929 The Payne Fund Studies indagano la particolare efficacia del cinema sulla mente di bambini e ragazzi, inclusa l’animazione con Motion pictures and the social attitudes of children (1933). Questi studi mostrano l’efficacia degli audiovisivi a far cambiare idea sulla guerra.

La Prima Guerra Mondiale dunque era stato il momento cruciale per tale uso del cartoon animato di propaganda, di cui uno dei primi fu il Colonnello Hezra Liar (dal 1913); il saggio li raccoglie comunque tutti con dovizia di dettagli. In Italia prevale ancora l’uso del fumetto, con una rivista come “La tradotta” (1918) nota per il suo ruolo seminale nel fumetto di propaganda presso di noi.

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L’apparizione di Topolino (1928) rivoluzionò del tutto il medium del cartoon, e di conseguenza anche il suo uso propagandistico: il celebre topo venne infatti usato dalla propaganda USA, ma anche, in modo “parassitario”, da quella dell’Italia fascista: nazione in cui Mickey aveva ottenuto un grande successo. Ovviamente, l’insorgere dei totalitarismi fascista e nazista nel corso degli anni ’20 e ’30 diedero come noto un ruolo centrale all’uso della propaganda per sostenere il proprio sistema totalitario. Ciò accentuò una corsa verso un nuovo conflitto, con la parallela ripresa di una intensa propaganda nei vari fronti coinvolti: alla propaganda fascista e nazista corrisponde una contrapposta propaganda anglo-americana, che utilizza appunto spesso le celebri icone pop emerse nel frattempo. Il saggio è molto dettagliato nel ricostruire la mappatura di queste contrapposte produzioni, con un inventario prezioso da consultare per chiunque voglia scrivere di tale tema sia in modo centrale che come corollario di un’indagine storica incentrata su altri temi (ma che può avere delle tangenze con la sua rappresentazione nella propaganda). Se abbiamo cercato di dare un quadro, comunque parziale, dei presupposti teorici, su questa parte appare impossibile una sintesi, se non per minime spigolature.

Molto interessante è ad esempio la ricostruzione del cartoon propagandistico fascista dedicato al Dottor Churchkill (1941), di Pensuti, che satireggia Churchill avvicinandolo al Jekyll e Hyde di Stevenson. Pur nello scopo propagandistico, il cartoon si dimostra riuscito nell’evocazione gotica e per una certa originalità nella struttura, a partire dalla citazione del celebre mito orrorifico del doppio.

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Con una disamina minuziosa e serrata, l’autore dimostra quindi come il cinema d’animazione e il fumetto si siano dimostrati in quegli anni (e in seguito…) un medium particolarmente centrale e potente ai fini propagandistici. Appare interessante un elemento, che egli evidenzia in conclusione: “le tecniche di propaganda nell’animazione
sono state molteplici e comuni a tutti i Paesi presi in esame: stereotipizzazioni, tecniche di transfert, parole ad effetto, ridicolizzazione del nemico, dicotomie tra Noi e Loro…”. Una tecnica di propaganda che sta dietro all’ideologia, e che si forma in parallelo al formarsi del nuovo medium, per poi esplodere nella fase suddetta, giungendo alla sua maturità, con notevoli utilizzi anche in seguito.

Molto interessante, in sede di conclusione, la citazione del corto animato “Mickey Mouse in Vietnam” (1968), che decostruisce l’ideale patriottico e bellicista (viene da pensare all’uso ironico del canto dei “mouseketeers” in Kubrick, in “Full Metal Jacket”…): l’underground riusa quindi le icone disneyane – e simili – non solo per il loro valore iconico, ma anche nella consapevolezza del loro ruolo di strumenti propagandistici pronti alla bisogna.

Insomma, un saggio denso, ricchissimo di materiali, di taglio naturalmente accademico ma perfettamente leggibile pur nel rigore della ricerca. Dunque, come anticipato in apertura, e come speriamo di aver indicato per sommi capi, uno strumento prezioso per l’indagine storica e del fumetto. Sarebbe interessante, come lasciato tralucere da più punti negli interventi del saggio, uno sviluppo ulteriore di tale studio per le epoche successive, dove gli strumenti di propaganda – anche cartoonistici e fumettistici – si fanno più sfumati e molteplici, fino ad epoche molto recenti e anche alla situazione attualmente in corso.