A ciascuno il suo (canone)

A ciascuno il suo (canone)

In un mio precedente articolo, partendo da uno spunto di Davide Costa, elaboravo qualche considerazione circa l’applicazione dell’idea di un canone per il fumetto, constatando come ci fosse una carenza di proposte in tal senso, e me ne domandavo la ragione. Ci sono state diverse risposte al post, e sulla base di queste ho elaborato alcune conclusioni provvisorie su tale questione, che pubblicherò a breve. Una risposta decisamente interessante è giunta da Simone Rastelli, in un intervento che riporto qui di seguito come “guest post” di questo blog. 

 

A ciascuno il suo (canone)
Simone Rastelli

Nel suo articolo “Un canone per il fumetto?”, Lorenzo Barberis traccia uno scenario intorno all’idea di un canone per il fumetto, ne tratteggia alcune caratteristiche e, con lo scopo di stimolare una discussione che guadagni anche da una sfumatura ludica, ne dà una proposta e raccoglie esempi alternativi da vari esperti del settore.

L’articolo di Barberis cita due accezioni tipiche del canone: supporto a un curricolo di studio e  indicazione di opere/autori considerate necessarie per comprendere l’evoluzione del fumetto o un suo settore – quindi associate a una storia – universale o settoriale del fumetto. Sono entrambi di lunga tradizione, per questo intuitive e apparentemente ragionevoli, che meritano tuttavia qualche riflessione, per farne emergere caratteristiche che altrimenti potrebbero essere considerate scontate e indiscutibili.

Le riflessioni che seguono muovono dalla considerazione che entrambe quelle accezioni tipiche sono aperte alla pluralità e riferiscono qualcosa (il curricolo, la Storia, un settore del fumetto), che dà senso alla specifica selezione proposta: la lista per il fumetto italiano è diversa da quella per il fumetto francofono e così via, sezionando eventualmente per periodi storici. L’idea centrale che intendo dettagliare è che la lista (che Barberis chiama “canone puro”) è uno dei possibili prodotti di una ricerca che intende rispondere a delle domande che hanno senso all’interno di una specifica visione del campo di indagine (se volete, di un o specifico paradigma associato al campo). In questo senso, intendo con “canone” non la lista, ma l’insieme composto dalla visione generale del campo, dalle domande di partenza, dalla ricerca (espressa in un’analisi) e dalla lista. Il senso di questa scelta è costituire come elemento fondamentale il processo complessivo di indagine (visione, questioni iniziali, ricerca, analisi e risultato) e non la famigerata lista, che in questo approccio è semplicemente un elemento di riferimento; soprattutto, valorizzare la visione generale, che è ciò che dà senso all’investigazione critica e senza la quale ogni analisi resta, per così dire, appesa a se stessa.

Canone, visione e indagine critica

Utilizzando il linguaggio dei giochi, il “concetto di canone” – espressione che da ora in poi sintetizzerò con il termine “Canone” – ha un aspetto strategico e uno tattico: nel primo, lo intendo come l’istanza concreta di una visione del fumetto; nel secondo come il supporto funzionale a un progetto di ricerca. Da questa duplice valenza emerge la caratterizzazione fondamentale del Canone: essere un discorso (nel nostro caso sul fumetto) che utilizza riferimenti a opere e autori. In questa prospettiva, quindi, riprendendo l’esempio classico citato anche da Barberis, il “canone occidentale” di Harold Bloom non è l’insieme degli autori, ma questo insieme unito al volume “Il canone occidentale” e a tutti gli studi e le opere con i quali il saggio si confronta: la visione di Bloom è quella di unitarietà della letteratura occidentale e del ruolo centrale degli autori; il progetto è quello di ricostruire le linee fondamentali della letteratura occidentale. Questo canone (minuscolo, perché siamo di fronte a un’istanza specifica di Canone) è appunto la materializzazione della visione di Bloom della letteratura occidentale come emerge dal suo progetto di ricerca. Questo esempio mostra anche la valenza euristica del Canone utilizzato come supporto funzionale a un progetto di ricerca: non un punto di partenza per un’esplorazione, ma un punto di verifica di un processo (iterativo, progressivo) di investigazione, che serve (ricordiamo: opere/autori e il discorso su di essi) per strutturare una analisi critica. Detto altrimenti: un canone è un artefatto costruito lungo un processo di indagine ed è rappresentativo dell’indagine stessa, nel senso che è ciò con cui ci confrontiamo quando ci confrontiamo con quell’indagine, ovvero con la visione da cui essa nasce o i risultati che propone.

Altro aspetto importante di questo modello di Canone è che rende un canone una strutturazione del campo di indagine: dà forma a una materia amorfa o ne modifica una struttura preesistente. Assegnare questo ruolo a un canone consente di minimizzare il rischio di due pericoli che nella visione curricolare sono sempre in agguato: il florilegio – la riduzione del campo a una lista di casi esemplari – e la sineddoche – affermare che la lista di casi individuata sia esaustiva del campo. Il florilegio porta con sé generalmente una diversione del discorso critico dalla sua natura di processo investigativo a quella di verifica di conformità del risultato (la lista) a una visione, che rischia peraltro di restare implicita e quindi non soggetta ad analisi critica. La sineddoche implica la legittimità di limitare le analisi del campo agli elementi della lista, portando di fatto a un processo autoreferenziale, poiché esclusivo di tutto il resto. Questo modello di Canone deriva ovviamente da una specifica visione dello studio come processo di esplorazione di un ambiente complesso attraverso una problematizzazione sistematica, perché considera il campo specifico e le sue interazioni con l’esterno e perché utilizza risultati parziali per valutare l’andamento del progetto di ricerca. Ecco quindi che un canone è un qualcosa che emerge nel corso dell’indagine, ed è perciò situato e in nessun senso esaustivo del campo.

In questa prospettiva, possiamo dare una rilettura della domanda con la quale Barberis chiosa i commenti sul proprio articolo (“perché in molti altri ambiti sì e nel fumetto – almeno italiano – no?”): la scarsità di canoni è sintomo della scarsità di visioni e progetti di ricerca strutturati, in favore di contributi episodici o comunque molto focalizzati.