Paperino Lavoro

Paperino e il senso del lavoro

E’  noto fin dalle prime apparizioni cartoonesche e fumettistiche del personaggio che  Paolino Paperino e  il “lavoro”  non siano in rapporti  propriamente amichevoli.

Nelle sue storie a fumetti  Carl Barks, l’Omero dell’epica papera, fa cimentare il nostro eroe con tanti mestieri diversi ed, ogni volta,  i risultanti sono tanto improbabili quanto esilaranti. “Paperino che cambia lavoro” è diventato nel tempo un vero e proprio  sottogenere della drammaturgia disegnata Disney, tanto che qualche anno fa il cartoonist “filologo” Don Rosa fece iniziare una storia celebrativa del personaggio con un’amara constatazione dello stesso Paperino, perfettamente consapevole della sua cronica condizione di precario:

Giorno nuovo, lavoro nuovo… E la possibilità di essere licenziato per l’ora di pranzo! Ragazzi, non stupitevi se tonerò a casa prima del previsto!

Paperino lavoro

Paperino e il precariato permanente

Anche nelle sue avventure animate Donald Duck – lo dicevamo prima – tenta con scarso successo di intraprendere svariate professioni (qui una lista parziale). Il più spassoso e tragico dei tentativi d’impiego è quello che lo vede protagonista in The Clock Watcher (“Una lunga giornata di lavoro”), un cortometraggio diretto da Jack King nel 1945. Paperino, addetto al confezionamento di giocattoli in un grande magazzino, sembra un aggiornamento pop dello Charlot operaio “forzato” di Modern Times (“Tempi Moderni” di Charlie Chaplin, 1936), sfogo finale compreso…

Insomma, se c’è un personaggio all’apparenza conflittuale con i significati della laica festività del Primo Maggio, quello è proprio Donald Duck, uno che ha sempre preferito alla posizione eretta del Paperus Sapiens, quella orizzontale sull’amaca del Paperus Pigrus.

Paperino lavoro

Ma c’è anche un altro modo di vedere le cose. Lo suggeriva, qualche anno fa, il semiologo Omar Calabrese in un piccolo, meraviglioso, ritratto del personaggio,  “Biografia di Paolino Paperino”, pubblicato nell’aprile del 1985 su Max  (Mensile culturale del Corriere della Sera).

Ve ne ripropongo una parte  che ci ricorda come, per paradosso, Paperino sia invece il campione del significato più profondo di quella che celebriamo con la festa dei lavoratori.

Paperino e il lavoro di Omar Calabrese

(…) Paperino non lavora. Non me ne accorsi subito. A dieci anni non c’è nessuna percezione del lavoro, se non che alla magica parola è associato il fatto che i genitori si allontanano di casa per alcune felici ore.

Ci ripensai tuttavia dopo qualche anno. E ne conclusi che Paperino aveva ragione. Non c’è proprio alcun motivo per spezzarsi la schiena da mattina a sera in modo routiniero e alienante per vivere schifosamente. Si vive schifosamente anche senza lavorare.

Dunque i casi erano due: o non lavorare come Paperino o lavorare in un modo che ne producesse le chance di libertà del mio magnifico eroe. Scelsi la seconda strada, e non me ne sono pentito.

Ma riesco a capire come mai migliaia di giovani negli anni attorno al Settantasette scelsero invece la prima, e inventarono slogan come il «rifiuto del lavoro» o preferirono il duro cammino della marginalità. Paperino aveva aperto qualche cervello con le sue illuminanti imprese di sopravvivenza all’insegna della felicità.

Paperino aveva fatto capire, magari inconsciamente, che è meglio l’indipendenza che il dominio altrui su noi stessi. Non dubito affatto che l’ideologia disneyana sia stata immensamente differente. Ma il problema sta nel risultato: spesso particolari apparentemente insignificanti possono esserci maestri fin dove neppure gli autori delle nostre letture potevano giungere a pensare.