Nathan Never: 25 anni di fanta(co)scienza

Nathan Never: 25 anni di fanta(co)scienza

Nel giugno del 1991 stavo per compiere 17 anni.

L’Italia si era appena ripresa dalla sbornia mediatica della Prima guerra del Golfo. Avete presente? Saddam asserragliato nel bunker di “Bang-dad” ed Emilio Fede in quello di Cologno Monzese. Le battaglie ce le raccontava la televisione come fuochi d’artificio in una notte senza stelle.

Nathan NeverNei mesi precedenti mi ero “impegnato”, con i miei compagni di liceo, a okkupare il nostro tempo e la scuola per protestare contro l’Imperialismo amerikano… Ma, in fin dei conti, io okkupavo per Danila. Occhi azzurri e capelli biondi, pasionaria del Che e delle Marlboro Light, era lei la mia rivoluzione. Non ricambiata ovviamente.

E come sempre, quando una storia reale ti delude, trovi una storia immaginaria in cui rifugiarti. Fu allora che in edicola incontrai Nathan Never .

Nathan Never coverNathan Never, per chi non lo conoscesse, è un fumetto seriale che ha l’insolita particolarità, per uno che all’anagrafe acronima fa NN, di avere ben tre papà di scrittura: Michele Medda, Antonio Serra e Bepi Vigna.

Ogni autore ha dato al personaggio il suo cromosoma narrativo e il DNA della serie risulta un curioso miscuglio di cose diverse, dalla fantascienza televisiva di Star Trek al fumetto supereroico della Marvel, dall’avventura bonelliana classica all’hardboiled letterario, senza dimenticare manga e anime giapponesi…

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Ingredienti differenti, sapori espressivi a volte persino contrastanti, ma che i tre autori – per quanto giovani – sapevano mescolare con assoluta maestria. Il tutto condito da una vena malinconica, vera e propria cifra stilistica della serie e del personaggio.

Non so bene perché, ma a diciassette anni, anche se vivevo alla periferia Nord di Roma e non su una Stazione Orbitante tra le stelle, quel sentimento malinconico mi avvolgeva come una seconda pelle.

Forse perché, a quell’età, senti di non aver ancora un tuo posto nel mondo, o forse perché a quell’età diventi consapevole che il mondo non è un posto perfetto, che crescere vuol dire adattarsi.

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Nella loro cornice avventurosa le storie di Nathan Never, cittadino di un Futuro troppo crudele per non rimpiangere almeno un poco il Passato, mi raccontavano questa dimensione della vita.

Mi è capito di rifletterci su nelle ultime settimane (ri)leggendo molte storie di quegli anni, per contribuire all’intenso speciale (curato da Giuseppe Lamola e David Padovani) con il quale, dal 18 giugno, celebreremo su “Lo Spazio Bianco”

I 25 anni di Nathan Never

E lasciando ai corposi approfondimenti che saranno pubblicati nei prossimi giorni le considerazioni critiche del caso, non posso fare a meno di constatare che quei racconti a fumetti continuano a sembrarmi davvero belli anche a distanza di tanti anni.

Belli, certo, in modo diverso da quando li divoravo da teenager. Perché, come sempre accade nel confronto tra beniamino di carta e lettori di carne, il tempo è un giudice implacabile. E, anche se nella vita non ti sei imbattuto nel terrificante Ned Mace o nel crudele Omega, è probabile che in venticinque anni una bella dose di amarezze te la sia guadagnata anche tu così come l’agente Alfa.

Insomma, c’è chi ha avuto come maestro di esistenzialismo il filosofo Jean-Paul Sartre, mentre a me nel mio piccolo vissuto “nazional popolare” – come avrebbe detto Antonio Gramsci – è toccato in sorte  un detective dal capello bianco e l’impermeabile grigio.

Tutto sommato, penso sia andata bene.

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