Magnus, soluzione in nero

Magnus, soluzione in nero

Le grandi campiture nere nel fumetto servono, di solito, a definire volumi e ombre.

Per rifarci a una distinzione di Daniele Barbieri, potremmo grossomodo distinguere tra un  uso naturalistico del nero, che rimanda alla fotografia e al cinema (pensiamo a un cartoonist  come Alex Raymond per esempio) ed  uno espressionista del nero più legato ad una poetica grafica  “impressionista” (alla José Muñoz per intenderci).

Personalmente, c’è un altro uso del nero del fumetto cui sono affezionatissimo, quello a metà strada tra Raymond e Muñoz, il nero “plebeo”, “povero”, “semplice” e non per questo meno affascinante, di Magnus negli anni Sessanta.

Roberto Raviola, in arte Magnus, nato il 31 maggio 1939, compirebbe oggi esattamente ottant’anni, se una morte prematura non ce l’avesse portato via già nel 1996. Il Nero e il periodo cui faccio riferimento sono quelli del “quasi” esordio.

Duplex sed Magnus

Quando nel 1964, Magnus si trova a lavorare contemporaneamente su due fumetti, Kriminal e Satanik, che per formato (il pocket, con due vignettoni per pagina) e per genere (il fumetto “noir” per adulti) rimandano al capostipite Diabolik, ha il problema di sfornare tavole in quantità industriale, e in tempi ridottissimi, come lui stesso ha più volte rievocato:

Ai tempi ero come Salgari: incatenato al tavolo da disegno per far fronte a una mole di lavoro sovrumana. Le ampie campiture nere mi servivano per andar via veloce senza soffermarmi troppo nella rifinitura delle vignette. Così realizzavo spesso dei controluce, arbitrari, inesatti che però avevano una loro efficacia.

Questo nero inventato come soluzione produttiva, per velocizzare la realizzazione delle tavole, insomma diventa effetto espressivo.

Peraltro, è un effetto che nasce dall’affetto – lo ricorda sempre Daniele Barbieri – perché l’adozione di questo “nero assoluto” deriva proprio dalla passione di Magnus per Alex Raymond, che fa un ampio uso di ombreggiature espressive in una fase (intorno al 1936) nelle tavole di Flash Gordon.

La forza (e l’originalità) grafica dell’autore bolognese sta nel ribaltare l’obiettivo naturalistico di Raymond in una sintesi, tutta legata all’efficacia delle sue storie “nere”.

A partire dal costume del personaggio di Kriminal che, in origine, secondo le intenzioni dello sceneggiatore Luciano Secchi/Max Bunker  doveva essere nera, con in rilievo le ossa bianche dello scheletro,  e che Magnus ribalta. Ne viene fuori una iconografia al negativo, con le figure che balzano fuori dalle vignette affogate nell’oscurità.

Il nero di Magnus divora tutto

…Inghiotte proporzioni, distanze, prospettive. E quel che rimane in chiaro, che sia un volto o un dettaglio (un oggetto, una parte del corpo), sembra un brandello pallido strappato alle tenebre. La mancanza quasi assoluta di chiaroscuri produce anche una connotazione stilistica morale. Non c’è spazio per le mezze misure nel primitivo universo noir di Magnus (e Bunker). Ci sono solo bianco e nero e il nero prevale sempre.
Un “nero tenebroso” come l’ha definito su “Lo Spazio Bianco” Antonio Tripodi:

…una pece senza sfumature né esitazioni, incontrastato dominatore che sottolineava la cupezza d’animo dei personaggi e spesso l’enfasi nell’esibizione di una sessualità ancora torbida al sentire comune, che non poteva andare disgiunta dall’idea di male e peccato.

In seguito, Magnus riproporrà parte delle soluzioni espressive sperimentate in questa fase pionieristica, per le storie anni Settanta prima in Alan Ford e poi, soprattutto, ne Lo Sconosciuto.  Sarà lo stesso nero – ormai un marchio di stile –  e, contemporaneamente, un nero ancora più cupo, pesante come il piombo, duro come i sentimenti violenti  che raccontava la sua serie su un mercenario senza patria.