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Il Canto di Natale di Spider-Man ovvero un nuovo Universo

Dal 1962 ad oggi l’hanno ringiovanito, invecchiato, sposato, rimpiazzato, ucciso ma anche no, eppure Spider-Man è ancora lì, più vivo che mai nel nuovo film d’animazione.

Scrooge, Ebenezer Scrooge. Per assurdo è il primo nome che mi viene in mente, uscendo dal cinema dopo aver visto Spider-Man: Un nuovo universo, splendido film d’animazione, prodotto da Sony e Marvel ed arrivato nelle sale il 25 dicembre.

Forse è solo la coincidenza natalizia del calendario a farmi collegare l’avaro letterario di Charles Dickens, protagonista de Il canto di Natale, al supereroe di Stan Lee e Steve Ditko. Ma, in fondo, certe connessioni che saltano fuori dalla testa in modo fortuito e casuale, a volte si rivelano estremamente produttive.

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Così, a pensarci bene, questo primo film d’animazione dedicato al nostro adorato arrampicamuri supereroico, ha molto in comune con il racconto natalizio di Dickens. Lì era il vecchio, avaro, Scrooge, a ripensare la sua vita miserrima e disperata grazie alla visita di tre spiriti natalizi tra passato, presente e futuro. Qui è il nostro Peter Parker, alias Spider-Man, a dover ripensare la sua esistenza e fare bilanci, grazie ad altri Spider-Men di mondi paralleli, in particolare, quando entra in scena il giovane Miles Morales, vero protagonista della storia…

Senza troppi spoiler, diciamo che laddove nel racconto ottocentesco di Dickens, la facevano da padrone pseudo fantasmi e magia, nella pellicola d’animazione trionfano portali dimensionali, multi-versi e altri stilemi fantascientifici e supereroici che permettono ai registi Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman di darci una versione “revisionista” e attuale del mito dell’arrampicamuri. Un modo divertente di rileggere i quasi sessant’anni di vita editoriale del personaggio, e le molteplici riscritture psicologiche, figurative, grafiche cui nel tempo l’eroe è andato incontro, passando di mano in mano a tanti autori diversi.

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Ad ogni mondo il suo Spider-Man

Esattamente come per lo Scrooge di Dickens che, attraverso i tre spiriti del Natale, apriva differenti sliding doors sulle sue possibilità di vita, Miles  Morales e Peter Parker attraverso il multi-verso riflettono sulle loro scelte, quelle già fatte e quelle ancora da compiere.

Un’idea che prende spunto da un topos della fantascienza letteraria, dove il genere cosiddetto “ucronico” ha una tradizione consolidata, ma che nelle storie dei super tizi in calzamaglia assume da sempre una valenza narrativa e produttiva colossale. Ad esempio, la DC Comics ha sfruttato per decenni il parco dei suoi personaggi vecchi e nuovi, nelle varie versioni, componendo uno sfaccettato multi-verso. Le storie postulavano l’esistenza di tante Terre alternative alla nostra, con leggi di funzionamento ogni volta differenti. In un caso i buoni erano i cattivi e viceversa. In un altro, gli eroi avevano altri poteri e altre storie. Superman magari non era arrivato sulla Terra oppure i genitori di Bruce Wayne non erano morti. La stessa cosa ha fatto la Marvel nell’ambito di progetti come “2099”, “1622” o “Ultimate”, magari poi abiurati nel momento che diventavano troppo ingombranti rispetto alle versioni tradizionali dei personaggi.

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Ogni tanto, la proliferazione smodata degli strati di questi “millefoglie” narrativi ha messo in crisi i pasticcieri stessi delle case editrici, facendo emergere l’esigenza di semplificare architetture diventate tanto barocche da risultare ingestibili. Basterà citare in casa DC, la saga Crisis on infine earths passata alla storia del fumetto come una delle più complesse operazioni di riscrittura narrativa, mai orchestrata in un contesto seriale. Ma queste – se permettete lo dico da vecchio nerd – sono quisquiglie … Nerd.

Ciò che davvero funziona della metafora dei mondi paralleli è la domanda di fondo che attiva nella nostra testa: E se la nostra esistenza non fosse un unico? Se accanto a noi, separati da una ragnatela sottile – anche se non siamo Spider-Man – di tempi e spazi, sotto una cortina invisibile di rimpianti e speranze, ci fossero degli “altri noi” impegnati in vite parallele, magari molto simili, magari molto diverse?

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E così che questo film d’animazione oltre a celebrare felicemente un personaggio come l’Uomo Ragno, ancora perfettamente funzionale nonostante i quasi sessant’anni di vita editoriale, ci spinge a riconsiderare le cose da prospettive inconsuete, ad accogliere il cambiamento come una condizione imprescindibile dell’esistenza.

Esattamente come impara Miles Morales, cui – innocuo spoiler – all’inizio della storia viene affidato da un insegnante di scrivere un saggio scolastico sulle proprie aspettative per il futuro. Il saggio si chiama “Grandi speranze”, Great Expectations come il celebre romanzo con due finali diversi ideati dal suo creatore, lo scrittore Charles Dickens. Si Charles Dickens, quello del Canto di Natale e di Ebenezer Scrooge…