Questa non è una recensione di "Ronfi!"

Questa non è una recensione di “Ronfi!”

Questa non è una recensione di Ronfi!,  il volume con cui la casa editrice SBAM! ha riportato meritoriamente alla ribalta qualche mese fa gli esilaranti personaggi di Adriano Carnevali,  ma avrebbe voluto e dovuto esserlo.

I Ronfi, (fanta)animali buffi e pasticcioni, in barba a Charles Darwin privi di qualsiasi capacità di adattamento all’ambiente (bosco) cui madre Natura li ha destinati, furono inventati da Adriano Carnevali nel 1981. Per oltre quindici anni, dalle pagine del “Corriere dei Piccoli”, hanno allietato con leggero, soave, umorismo generazioni di giovani lettori.


E proprio perché avevo fatto parte di quella schiera di virgulti  cresciuti a “Ronf”  (tipico intercalare della specie) e inseguimenti con il Lupo (il ricorrente antagonista delle storie, ovviamente maldestro quanto loro), mi ero proposto entusiasticamente per “Lo Spazio Bianco” di scrivere del volume.

Ma, dopo averne riletto con piacere le storie, di fronte allo schermo del PC, sono rimasto paralizzato, incapace di trovare le parole giuste… Ho buttato giù diverse tracce e spunti di analisi ma, al dunque, niente che mi soddisfacesse davvero, niente che riuscisse ad andare oltre le espressioni di rito che si è soliti adottare in questi casi:

Un gradito ritorno… Ormai un piccolo classico dell’umorismo…e bla bla bla…

Tutto trito e ritrito, tutto già detto e meglio scritto da altri. Non scopriamo certo oggi quanto Adriano Carnevali sia un maestro dell’umorismo disegnato. Un’altra sua serie, La contea di Colbrino, è ormai da tempo considerata un cult, osannata dalla critica e riconosciuta fonte d’ispirazione per tanti cartoonist.

Gli stessi Ronfi sono stati già in passato giustamente celebrati dal mondo del fumetto. Ricordo una grande mostra organizzata dall’associazione Hamelin nell’ambito del BilBolBul Festival 2012 presso la cineteca di Bologna e replicata al museo WOW Spazio Fumetto di Milano l’anno successivo. Nello stesso periodo, proprio qui su “Lo Spazio Bianco”, Sergio Rossi firmava un meraviglioso ritratto dell’autore e del suo mondo creativo:

Tutte le storie di Carnevali – al pari di quelle di Romano Scarpa, G.B Carpi, Luciano Bottaro, Guido Martina, Gino D’Antonio, G. L. e Sergio Bonelli e tanti altri grandi del fumetto che non citiamo per motivi di spazio ¬– nascono da questo atteggiamento autoriale nell’impostazione e umile nella realizzazione, perché rispettoso del lettore nella consapevolezza di intrattenerlo con intelligenza e ironia.

Ecco cos’altro si potrebbe aggiungere, senza rischiare di essere inutilmente enfatici o fiaccamente retorici? Forse, in termini espressivi, vale la pena sottolineare un aspetto sempre più evidente via via che (ri)leggiamo le storie a distanza di tanto tempo dalla loro pubblicazione originaria…

I Ronfi non invecchiano

Non invecchiano soprattutto i loro racconti, perché i meccanismi umoristici su cui si fondano, non sono legati alle mode espressive di un determinato momento. Vale in questo senso,   la  battuta di un fine scrittore e umorista come Mark Twain:

Non c’è umorismo nel giardino dell’Eden.

E il bosco dei Ronfi fa ridere,  proprio perché non è l’Eden! E’ un habitat dell’imperfezione, abitato da specie imperfette. Non si salva nessuno, i Ronfi come il Lupo, come tutti gli altri animali. C’è nella raccolta proposta da SBAM! , un episodio emblematico in cui vengono indette libere elezioni e tutti nel bosco si candidano con esiti, ovviamente, disastrosi e, ovviamente, esilaranti. La cosa interessante è che, pure nell’ambito di un tema “politico” come quello elettorale, Carnevali non adotta l’arma della satira. Non c’è quel rimando ironico, così tipico del genere satirico, a schieramenti e personaggi reali. L’umorismo dei Ronfi è più semplice a, al tempo più assoluto: i loro comportamenti bislacchi da candidati elettorali fanno sorridere, esattamente come avviene in tutte le altre storie, perché rappresentano piccole e grandi debolezze in cui tutti finiamo per riconoscerci.

Ed ecco perché, a un certo punto nei vari episodi,  Carnevali fa “guardare in camera” i suoi buffi animali. L’ammiccamento diretto al lettore/spettatore è uno di quegli oliati meccanismi comici ormai ultrasecolari, adottati dal teatro così come dal cinema e poi dal fumetto, per creare complicità con il pubblico. E’ il culmine di un patto giocoso tra autore e lettore, il senso di una reciproca legittimazione fondata sul comune divertimento. Nel caso dei Ronfi, lo sguardo in camera assume una valenza ulteriore, quella dello “specchio deformato”.

I Ronfi ci guardano

…E noi guardiamo i Ronfi.

Ci specchiamo nei loro ronfissimi difetti, specchio dei nostri umanissimi difetti. L’esistenza dei Ronfi, in fondo, ci illude come lettori: se questi improbabili roditori senza qualità riescono ogni volta a scamparla incolumi, allora c’è speranza anche per noi.

II resto sono nonsense, calambour, gag  e sequenze slapstick arricchite da cicciute onomatopee, in cui Carnevali riversa tutta la sua sapienza grafica e il suo grande amore per la migliore tradizione delle strip umoristiche statunitensi.

A questo punto del post, avrei voluto inserire qualche vignetta esemplificativa, tratta dalle diverse storie del volume… Il problema è che il mio cucciolo di 7 anni, giorni fa, incuriosito dalla copertina accattivante di Ronfi! ha requisito il libro e si è messo a leggerlo avidamente.

Dalla sua camera, arrivano ora grasse risate e mi è sembrato  anche qualche ronf…