Felix the cat

Felix, molto Graphic e poco Novel

10 Gennaio 2018
Per alcuni sembra che i linguaggi del fumetto abbiano acquistato dignità espressiva solo con l’affermazione dell’etichetta “graphic novel”, ma basta guardare qualche vecchia tavola di  Felix the cat per ricordarsi che le cose non stanno esattamente così. Felix, conosciuto dai più per via dei celeberrimi cartoni animati e per una lunga tradizione di merchandising, fu anche personaggio di una strip di successo a cavallo fra gli anni Venti e Trenta, grazie a una girandola di invenzioni  grafiche e scoppiettanti trovate narrative come  quella che trovate di seguito ad opera di Otto Messmer, che firmava la serie per conto dei Pat

Per alcuni sembra che i linguaggi del fumetto abbiano acquistato dignità espressiva solo con l’affermazione dell’etichetta “graphic novel”, ma basta guardare qualche vecchia tavola di  Felix the cat per ricordarsi che le cose non stanno esattamente così.

Felix, conosciuto dai più per via dei celeberrimi cartoni animati e per una lunga tradizione di merchandising, fu anche personaggio di una strip di successo a cavallo fra gli anni Venti e Trenta, grazie a una girandola di invenzioni  grafiche e scoppiettanti trovate narrative come  quella che trovate di seguito ad opera di Otto Messmer, che firmava la serie per conto dei Pat Sullivan studios.

La gag si basa su un nonsense visivo. Felix prima chiama aiuto (“SOS”), pronunciando la battuta all’interno del classico Balloon / nuvoletta, poi decide di cavarsela da solo, butta via le parole, e trasforma il balloon in lazo da cowboy… Un altro esempio, ancora più surreale, lo trovate di seguito. Felix sfugge all’inseguimento afferrando un paio di “6”  trasformandoli in ruote di bicicletta!

In entrambi i casi, si tratta di operazioni inventive davvero singolari perché “balloon” e “6” sono elementi visivi che il fumetto adotta, facendo leva su consolidate  convenzioni  grafiche e di significato.

Accade anche nel parlare, quando utilizziamo – ad esempio – l’espressione “gamba del tavolo”. Alla base c’è una metafora, ma ormai talmente utilizzata che è difficile distinguere dove finisca il significato letterale e inizi quello figurato. E, se provate a cercare un’altra espressione per dire la stessa cosa, vi renderete conto che – paradossalmente – non esiste un modo più esatto per indicare quella particolare parte del tavolo. I linguisti definiscono queste metafore “congelate” catacresi.

E cosa c’è, di più congelato e istituzionalizzato nei comics  della nuvoletta? Quell’elemento  grafico, così peculiare del medium,  da connotarne l’universo espressivo, da diventare ad esempio nella lingua italiano il sinonimo del medium stesso.

La rappresentazione gioca con le catacresi del fumetto, ovvero le sue convenzioni linguistiche. Nel caso del balloon , si ricorda che alla base è un tondo, nel caso del “6” che si tratta di un cerchio “attaccato” a una linea curva, spogliando i segni ogni significato culturale e riportandoli alla loro essenzialità plastica/grafica di forme geometriche.

Il passaggio successivo è articolare delle nuove soluzioni fumettistiche, basate comunque su convenzioni grafiche altrettanto consolidate. In effetti, le gag fanno sorridere il lettore perché ci mostrano il “re nudo”.  Felix strizza l’occhio in entrambe le occasioni, come a dire: “siamo in un fumetto e lo sappiamo bene tutti, voi che siete il pubblico ed io che sono il personaggio”.

Il punto è proprio questo: per stravolgere una regola grafica del fumetto, o per meglio dire, per  inventare una eccezione alla regola stessa, i comics hanno bisogno di lettori competenti e complici.  Ciò era vero negli anni Trenta, quando il fumetto le sue regole le andava ancora (in certa misura)  fissando ed è vero oggi, ad oltre un secolo  dalle prime strip apparse sui giornali.

Dentro questa linea di evoluzione, lavorano oggi cartoonist sperimentatori come Chris Ware. Autentici funamboli del pennino che forzano i confini delle vignette, scardinano i layout delle pagine, obbligano l’occhio del lettore a una continua ginnastica visiva. Eppure le più audaci invenzioni formali di oggi sarebbero impensabili se il fumetto più “popolare”, da Felix a Mickey Mouse, non tenesse in vita questo patto di complicità con i lettori ieri, oggi e… domani.

Un accordo silente ma consapevole, fondamentale per alimentare un linguaggio e per dargli la possibilità di rinnovarsi. Proprio come accade alla lingua parlata che, con buona pace dell’Accademia della Crusca e dei dizionari, riscrive ogni giorno, nell’uso quotidiano,  le sue metafore vive e il suo futuro.

Marco D'Angelo

Marco D'Angelo

(Roma, 1974) Laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi in Semiotica del Fumetto. Ha tenuto seminari sul fumetto in Italia e Svizzera e svolto attività di docenza per l’Istituto Europeo di Design e per la Scuola Internazionale di Comics.
E' stato soggettista/sceneggiatore per due serie d'animazione trasmesse dalla RAI ("Clic & Kat", "I Saurini e i viaggi del meteorite nero "). Su instagram lo trovate come @sonostorie

Commenta

Your email address will not be published.


Ultimi articoli

1658477862172.jpg fumo di china a tutta bonelli

Lo Spazio Bianco, vent’anni dopo

29 Luglio 2022
“Lo Spazio Bianco” nacque esattamente 20 anni fa, nel 2002.  Lo ricorda sull’annuario di “Fumo di China”, in edicola questo mese, il
marley

Tutti i fantasmi di Marley

23 Dicembre 2021
Due interpretazioni a fumetti di una stessa sequenza de "Il Canto di Natale "di Charles Dickens per riflettere sulle molteplici possibilità dell'emozione
2011 09 spiegelman newyorker

La misura del ricordo

11 Settembre 2021
Si può raccontare una storia tragica senza ridurla a una poltiglia di melassa retorica? Me lo domando nel giorno del ventennale dell’11 Settembre
Go toTop