In appena 15 tavole, soltanto 50 vignette, Francesco Pelosi alla penna e Giampaolo Soldati alle matite, firmano sul numero 3680 di “Topolino” una storia piccola, piccola che se ne porta tante, grandi, dentro:
Il Paperotto che leggeva Rider Duck
Capita spesso che amici o semplici conoscenti, riconoscendomi una certa competenza e una smodata passione, mi chiedano consigli su fumetti da leggere. E mentre il mio ego mi porta a sfoggiare, come fosse la ruota del pavone, consigli da scaffale tagliati su misura, quel minimo senso della misura che ancora ho, mi spinge a mettere le mani avanti.
Non esiste il fumetto bello per tutti, non esiste la storia giusta per chiunque. Il piacere che ricaviamo dalla lettura dipende dal momento in cui ci imbattiamo in quel racconto: come incontra le nostre aspettative, stimola i nostri desideri, conforta le nostre paure. Vale per i fumetti, il cinema, la letteratura, la musica, qualsiasi cosa.
Ovviamente non sto dicendo che la qualità non esista, ma che la qualità non basta a conquistarci. E, infatti, ci sono opere perfette o quasi che, tuttavia, ci lasciano indifferenti, anche se magari usciamo a percepirne il valore artistico, storico, morale, etc. Al contrario, capita che emerite “ciofeche” ci entrino un giorno nel cuore e poco importa che siano dozzinali, kitsch, o astruse. Per qualche misterioso motivo, finiscono per risuonarci dentro per giorni, settimane, a volte persino anni.
Vi chiederete che cosa ha a che fare tutto questo con la storia in questione. Beh, il punto è che io non so se Il Paperotto che leggeva Rider Duck vi innescherà le stesse emozioni che ha innescato in me.

Credo che sia una bella storia, fatta bene, scritta con gusto e disegnata con garbo. Ma credo che quello che ho provato non sia decifrabile solo in questi termini. O per meglio dire, come ci ha spiegato prima e meglio di tutti Umberto Eco, le qualità espressive di un testo per funzionare hanno bisogno di un lettore che le possa attivare.
Sì certo, “attivare” vuol dire, ad esempio, cogliere gli easter egg seminati nelle vignette, le strizzate d’occhio al pubblico competente per una storia che quelli forbiti definirebbero “meta”, per il suo parlare del destino del fumetto popolare attraverso un fumetto popolare.
Eppure, se ci fermassimo a quel livello non coglieremmo la dimensione profonda su cui si gioca il racconto di Pelosi e Soldati, che ha a che vedere con il “metta-linguaggio”, in un senso più poetico e meno retorico.
Nella peregrinazione che la collezione degli albi della mitica serie Rider Duck (l’eroe a fumetti seriale, un tempo amato e oggi dimenticato) fa nella storia, dall’iniziale possesso di Paperino Paperotto fino ai giorni nostri, Pelosi e Soldati producono una riflessione intima sulle ragioni del piacere che il fumetto seriale (ivi compreso “Topolino”) ha rappresentato per generazioni di lettori.

La storia, semplice e lineare, mette in scena la circolazione di una merce (“il giornaletto”) all’interno diversi contesti, con diverse modalità di consumo (alcune assolutamente inaspettate ed esilaranti), affastellando pagina dopo pagina, vignetta dopo vignetta, molteplici livelli di lettura.
Come da sempre riescono a fare le storie disneyane meglio riuscite: tengono insieme pubblici e istanze diverse attraverso mitologie e archetipi. Ed è un piccolo miracolo che questa cosa riesca ancora ad avvenire, in un mondo sempre più parcellizzato in bolle e forme brevi.
E così si arriva alla penultima tavola, dove troviamo uno sguardo speciale.
Un personaggio che contempla qualcosa (la sua Madeleine, la sua Rosebud per dirla coi giganti). Non vi dico chi è, non vi dico cosa guarda. Vi dico solo che quando l’ho vista, mi ci sono specchiato dentro. E forse per Pelosi e Soldati, mentre la realizzavano, deve essere stata la stessa cosa.
D’altronde lo scriveva il filosofo Walter Benjamin già nel 1931, per il collezionista il possesso rappresenta:
il più profondo rapporto che si possa avere con gli oggetti: non in quanto essi prendono vita dentro di lui, ma in quanto è lui stesso ad abitare dentro di loro (Discorso sul collezionismo)
Quello sguardo mette in scena il legame intimo tra lettore e fumetto seriale.
Dai comics ai manga, generazioni e sensibilità anche lontane nel tempo e nello spazio sono accomunate, sorprendentemente, dallo stesso bisogno di stringere tra le mani qualcosa di tangibile (“albo”, “giornaletto”, “rivista”) attraverso cui si concretizza l’asse di desiderio profondo tra lettore e serie, episodio dopo episodio, anno dopo anno.
Esattamente come l’Arca dell’Alleanza di cui si metteva alla ricerca Indiana Jones: l’albo è il dispositivo di connessione verso la dimensione della fantasia, dell’altrove. Resta un oggetto inerte senza un lettore che l’aiuti a funzionare.
Oggi questo accade sempre meno. Le edicole chiudono, i lettori diminuiscono, gli addetti ai lavoratori litigano tra di loro, non si capisce bene a che scopo. E, certo, il consumo di fumetto seriale, ha sempre più il sapore di un passatempo nostalgico, elitario, e sempre meno contemporaneo. In fondo siamo noi aficionados, i “predatori del fumetto perduto”, che apriamo un albo cercando di ritrovare, tra una vignetta e l’altra, lo stesso senso di meraviglia che ci faceva battere il cuore da ragazzini.
Pelosi e Soldati, con questa storia di fumetti e memoria, ci ricordano che quel tesoro è ancora lì, intatto, malgrado tutto, a portata di pagina.
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