Bentornati su Lo Spazio Disney!
L’autunno è ormai entrato prepotentemente nelle nostre giornate, col suo carico di pioggia fastidiosa e insistente che, a ben vedere, è stata un po’ una costante della maggior parte di questo 2024, almeno dallo scorso aprile.
E, pur da fan del tempo uggioso e piovoso, devo dire che inizio ad avvertire pure io un po’ di stanchezza sul tema ^^’
In ogni caso, il clima è stato perfettamente “in topic” con la stagione, peccato che abbia esagerato portando il suo carico di disastri, alluvioni e disagi tra la popolazione di alcune regioni del nostro Bel Paese… e non solo, visto che ora che sembra averci dato un po’ di tregua si è scatenato con inusitata violenza in Spagna ????
Alle spalle ci lasciamo anche Lucca Comics, conclusa ieri e alla quale, come noto, quest’anno non ho partecipato: per fortuna, rispetto a all’edizione 2023, stavolta non ci sono stati disastri nelle zone della Toscana limitrofe alla capitale del fumetto… la zona attorno a Pisa ha avuto il suo carico di maltempo estremo un mesetto prima e così gli avventori della fiera hanno goduto di cinque giorni di bel tempo soleggiato.

Gli stessi due numeri a cavallo della fiera non hanno avuto grandi frecce al proprio arco e il confronto con lo scorso anno – in cui venivano proposte una lunga avventura pikappica, un episodio delle Tops Stories, l’avvio della nuova avventura ambientata nella saga della Spada di Ghiaccio e della seconda sortita in Ducktopia – è impietoso. L’unico exploit degno di questo nome è la prima parte di 500 piedi, il nuovo kolossal di Bruno Enna e Davide Cesarello, che però si svolgerà soprattutto nelle prossime settimane (e difatti non ne parlerò in questo post).
È forse il primo anno dell’era Panini che la testata ammiraglia arriva sotto Lucca con così poco di appetitoso sulle sue pagine, situazione già riscontrata negli ultimi mesi: cosa sta succedendo?
Ma vediamo nel dettaglio.
Ottobre 2024: le storie da Topolino

Peccato che tale sbandieramento non trovi riscontro con il risultato finale: è vero che si tratta solo del primo episodio di una miniserie di cinque, ma è anche vero che a fronte di una pubblicazione non continuativa delle puntate è quanto mai importante che i singoli tasselli siano riusciti e compiuti. Questo esordio lo è in senso strettamente letterale, vale a dire che racconta una trama che parte da un punto A e arriva a un punto B risolvendo una situazione ben specifica e lasciando avvolti nei misteri temi che verranno giustamente esplorati prossimamente; il problema è che gli unici elementi davvero intriganti messi in campo sono proprio quelli “in divenire”, mentre il “caso della settimana” è di una piattezza disarmante per come si risolve, lasciandomi quindi con l’amaro in bocca per quanto offerto.
Rimango curioso di vedere cosa succederà in futuro in questo circo così misterioso e vagamente inquietante e agli artisti che lo popolano, ma non posso evitare qualche timore dettato dai pregiudizi se penso che come storie lunghe lo sceneggiatore ha finora realizzato solo Scacco matto a Topolino, che onestamente preferirei dimenticare.

La magnificenza esplode nelle pagine flashback, che diventano quasi pittoriche e si astraggono rispetto al resto, dando una visione sognante di quanto raffigurato e nelle quali anche la colorazione di Irene Fornari gioca una parte fondamentale.
Ottimo anche l’uso della gabbia così come l’attenzione per gli abiti e le ambientazioni bucoliche del paese in cui approda il carrozzone.

Pensavo che in seguito a tale evento Artibani – ideatore di queste trasposizioni – non sarebbe più tornato sulla serie, ma evidentemente sbagliavo: il direttore, nell’annunciare questa nuova storia, anticipa addirittura che altre ne arriveranno, e in fondo non ne sono dispiaciuto perché si è sempre trattato di prodotti che andavano dal buonissimo all’ottimo.
Il ferro di Orlando si attesta su tale media, dato che lo sceneggiatore riesce a recuperare il tono e i tipi di moventi tipici dei romanzi di Camilleri, ma a mio gusto siamo forse un gradino sotto rispetto alle precedenti avventure, che mi avevano coinvolto di più.
Ritrovo comunque la convincente caratterizzazione di Topalbano e una sceneggiatura pulita che fila, mentre rilevo un uso un po’ piatto di Topolino e un affollamento ormai ingombrante di agenti, considerando la presenza di Manetta, Rock Sassi e Irk, oltre allo stesso commissario di Vigatta in trasferta momentanea.
Ahimè, i disegni di Soldati non aiutano a entrare nella storia, perché pur dotati di solido mestiere non riescono a far risplendere le tavole come invece accaduto in precedenza con Cavazzano e Mottura.

Guardando direttamente a classici del genere in salsa disneyana – Mezzavilla, il Faraci degli anni Novanta -, Testi crea un intreccio debitore delle migliori detective-stories e scrive un Topolino perfettamente in parte, ben gestito e molto naturale, per nulla saputello e anzi piuttosto spontaneo.
Non solo, crea un nuovo personaggio – l’investigatore privato Leo Baskerville – che attinge a piene mani alle classiche figure di questo tipo di narrativa ma lo fa senza sembrare un more of the same o una citazione forzata, bensì integrandolo in maniera naturale con il contesto topolinese.
Forse galvanizzato da testi così ispirati, anche Mazzarello tira fuori il suo meglio e presenta tavole piuttosto apprezzabili, dotate di uno stile che pur non eccellendo riesce ad essere migliore di tante storie da lui illustrate.
Peraltro intravedo ormai nelle storie con Topolino che è chiamato a disegnare un “segnale di stile” ricorrente e che apprezzo: gli abiti del suo Mickey. Il protagonista appare sempre con una camiciola verde aperta, a mostrare sotto una maglietta azzurra, e con scarpe più elaborate rispetto alle classiche tonde e gialle, un look insomma più contemporaneo e accattivante che rende il personaggio meno ingessato rispetto al solito approccio visivo ormai vetusto.

PK aveva bisogno, dopo l’altalenante stagione sul Fuoriserie – per la quale vi rimando al lungo e articolato pezzo che ho scritto per il sito del Papersera – e dopo il ritorno sul “Topo” dell’anno scorso, di una riconferma all’interno di un nuovo ciclo, qualcosa di qualitativamente all’altezza e che suggerisse l’idea di un progetto sul medio periodo.
Rinascita, per quanto mi riguarda, era un promettentissimo entry point: una lunga avventura di settanta pagine scritta da un Faraci in stato di grazia, capace di restituirci un eroe grintoso, che si trova suo malgrado incastrato in una missione spaziale ma che fa la sua parte senza dimenticare la propria ironia a fare da contraltare alle difficoltà in cui si trova coinvolto. Non dico che lo sceneggiatore avesse ritrovato la scrittura dei tempi di PKNA, ma senza dubbio per me era stato in grado di recuperare alcuni modi di scrivere di quel periodo e li aveva coniugati sapientemente con il suo stile del 2023, peraltro supportato da uno dei migliori disegnatori pikappici di sempre.
C’erano tutti i presupposti perché si aprisse un nuovo filone – certo, l’ennesimo degli ultimi anni, ma con una voce diversa dal duopolio Artibani-Sisti, recuperando un altro importante veterano dell’epoca – capace di rilanciare il personaggio verso nuove direzioni… eppure, dopo un anno di attesa, tutto quello che ci viene offerto è una storia di una quarantina scarsa di pagine, che se da un lato ha il merito di continuare il racconto direttamente da dove era terminata la scorsa avventura, dall’altro lo fa in maniera confusa, iper-compressa e ben poco soddisfacente.
Non è neanche una questione di filler, come dicono in molti: non ho niente contro i filler, anzi personalmente penso che una serie di avventure autoconclusive sia la migliore declinazione possibile, allo stato attuale, per il progetto. Il problema risiede piuttosto in quello che la storia in questione vuole raccontare, che non è ben chiaro: Pikappa e il suo nuovo alleato Kilborg atterrano su un misterioso pianeta nel quale il comprimario sembra essere stato un eroe tempo addietro, e subito si trovano a fronteggiare una ciurma piratesca spaziale che vuole conquistare questo mondo.

Non è neanche l’elemento peggiore del quadro: gli avversari sono infatti tanto generici quanto ridicoli, nel loro essere alieni… vestiti come pirati terrestri del Settecento! E come se non bastasse Faraci li caratterizza come cattivi consapevoli di esserlo e di essere ingabbiati nel loro ruolo, assegnato da “alte sfere” (l’universo? il destino? l’autore?)
La trovata metanarrativa, tipicamente faraciana, in altri contesti poteva essere apprezzabile ma qui risulta un po’ sprecata, poco contestualizzata e senza nemmeno lo spazio necessario per essere ben sviluppata.
Infine, lo sceneggiatore tenta di inserire nella storia una presunta profondità che però, compressa in alcune didascalie di pensiero nell’arco di due pagine, si risolve più che altro nella retorica spicciola del “siamo tutti eroi nell’affrontare la nostra quotidianità”, incollata malamente su una scena in cui suona stonata.

E poi i disegni, ovviamente: a onor del vero, ho trovato il buon Pastro un po’ meno convincente della sua media e della precedente avventura pikappica, ma l’insieme resta sempre un bel vedere.
Diciamo che non mi ha entusiasmato il character design dei pirati né degli abitanti del pianeta, in alcune vignette l’aspetto di Paperinik risulta non sempre ottimale, specialmente nel becco e ogni tanto mi sono sembrate strane le proporzioni dello scudo extransformer; ma in fondo sono dettagli, perché le scene d’azione sono gestite bene come sempre, la griglia è splendidamente al servizio del racconto e il ritmo sincopato si avverte molto bene nella scansione delle vignette e soprattutto nella regia.
Sui colori di Irene Fornari sospendo il giudizio: non se l’è certo cavata male, ma mi sembra che manchi qualcosa nell’approccio alla palette pikappica, forse un maggior equilibrio tra ombre ed effetti. Ma la strada cromatica intrapresa è quella giusta 😉
È il sentiero narrativo, quello che invece mi sembra essersi smarrito… il futuro è tutto da scrivere, e certamente ritroveremo Kilborg nel prossimo sbocco di questa run, alla luce del finale. Incrocio le dita.

Questo sia detto nel bene e nel male: per dire, non ho nulla contro lo “uaueggiare”, neologismo buffissimo che penso possa funzionare benissimo con i lettori più giovani, e trovo anche che il racconto di viaggio sia ben gestito. I tormentoni, però, forse a una certa hanno l’effetto di stancare un po’…
Ad ogni modo si tratta di una storia degna di aprire l’albo su cui si trova, proprio per l’afflato itinerante da caccia al tesoro di cui si ammanta e anche grazie alla “strana coppia” che la affronta, capace di offrire un’interessante variazione sul tema rispetto al solito Zio Paperone.
Sicuramente il suo collegamento “educational” non pesa minimamente, anzi Nucci è abile nell’imbastire una trama perfettamente autonoma da qualunque spunto di redazione, e in tal modo particolarmente godibile.
È senz’altro aiutato dal suo disegnatore-feticcio, quell’Intini che qui si sbizzarrisce con il suo tratto naif veramente eccezionale e capace di reinterpretare il protagonista in maniera rispettosa del modello ma con quel tocco piacevolmente estroso che lo rende maggiormente cartoon, giocando su una fisicità più tracagnotta e su espressioni volutamente esagerate.
Uno stile libero, capace di distinguersi e che secondo me non viene mai abbastanza celebrato tra gli artisti più significativi dell’attuale panorama disneyano ma che, in futuro, secondo me potrebbe essere accostato a un Faccini o addirittura a un Bottaro per l’approccio prettamente umoristico e plastico ai personaggi e alle ambientazioni.

In realtà purtroppo mi è piuttosto parso che si girasse a vuoto in almeno un paio di passaggi, con una conclusione che arriva troppo presto e buttando quasi in burletta quanto preparato nel corso della storia.
Il senso di vuoto è accentuato dai disegni di Vian, che in questa sua fase artistica lavora fortemente di sottrazione lasciando ampi spazi nelle vignette, rinunciando ai dettagli di sfondo, anche grazie a un tratto particolarmente netto e sottile. Tratto che incide anche sull’aspetto dei Paperi, Donald in testa, che appaiono qui in una versione quasi underground o abbozzata, per certi versi respingente; valga il discorso fatto un mese fa per Il ritorno degli acchiappafantasmi, per cui lo stile dovrebbe effettivamente accompagnare degnamente le nuance di horror ma che nel complesso non risulta così efficace o apprezzabile, almeno per quanto mi riguarda.

Bosco mette insieme le versioni giovani di Paperone e Pico de Paperis per narrare di un simpatico episodio del passato in cui il protagonista risalta degnamente e che scorre molto bene, anche per quanto riguarda i disegni puliti di Palazzi; lo sceneggiatore piemontese si attesta su questa buona media anche in Amelia e la soluzione intelligente, di Marco Bosco e Giampaolo Soldati (n. 3594), nella quale l’elemento scientifico – supportato dai consulenti che garantiscono il marchio Comics&Science – si amalgama bene con la trama, parlando di un tema caldo come l’intelligenza artificiale e applicandolo alla magia, chiamando coerentemente in causa oltre alla fattucchiera che ammalia anche la strega esperta Roberta.

In entrambe queste due storie del ciclo Soldati se la cava bene, sfoggiando il suo solito stile senza particolari guizzi (che le storie in questione in fondo non richiedevano) ma con il merito di offrire un disegno chiaro e sicuro; rimane un tratto che non mi appaga particolarmente.

Ahimè, anche Capovilla non brilla: ne avevo un buon ricordo per le diverse storie con Newton e per il lodevole lavoro sull’episodio “natalizio” di Cornelius, ma ora mi sembra di intravedere una leggera involuzione nel tratto che va a banalizzare l’aspetto dei personaggi. Spero si tratti di una defaillance momentanea, magari dovuta a scadenze strette, e che questa fase venga presto superata.


Malgeri ai disegni fa un buon lavoro, anche se rispetto alle sue ultimissime prove e a precedenti storie con Topolino & Co., qui mi è sembrato meno ispirato: forse il problema era dato solo dai costumi particolari e dagli accorgimenti che andavano a modificare anche il viso e l’aspetto generale dei personaggi (i baffi, ad esempio), su cui l’artista non ha saputo prendere del tutto le misure per rendermeli riusciti, ma in ogni caso non mi ha convinto del tutto.

Ad ogni modo il tratto dell’artista è sempre piacevole e, pur non raggiungendo per ovvi motivi la raffinatezza sfoderata per Sandopaper, rappresenta il perfetto equilibrio tra sobrietà e dinamismo, connubio sontuosamente disneyano.
La trama… poco da dire al riguardo. Come spesso accade in casa Egmont, si tratta di uno spunto pretestuoso per imbastire un’avventura certamente movimentata ma poco giustificata e nemmeno molto interessante.


Peccato per i disegni di Pisapia, che continuo ad apprezzare poco per quanto riguarda la metà topolinese del cielo disneyano: anche se l’assenza di “topidi” rende meno problematica la situazione, anche i canidi come Manetta, Rock Sassi e Basettoni non spiccano, risultando in alcune vignette un po’ ingessati.

La prima, in particolare, mi ha fatto ridere di gusto nel suo tenere il piede tra la realtà e la fantasia del Paperotto: come già detto per le due precedenti, l’idea della serie mi pare lieve al punto giusto per fare breccia nel mio cuore da sognatore e questo episodio in particolare risulta spassoso e paradossale quanto basta, complici i disegni di Lomurno che appaiono aver “capito” veramente il mood.
Il nuovo capitolo dei “film muti su carta” con Bum Bum protagonista si muove sulla falsariga di quanto già visto in passato, anche se forse stavolta, oltre allo sfoggio artistico, Mastantuono è riuscito a impreziosire il tutto con una trovata abbastanza folle da farmi sorridere al fianco del buon Ghigno: il doppio senso della lastra è giocato nel modo giusto e funziona alla grande nell’ultima vignetta.
La breve pippesca firmata da Faraci, infine, si gioca tutta sull’umorismo verbale dell’autore e sullo sfottò ai vari dispositivi a comando vocale stile Alexa: un paio di battute funzionano, ma nel complesso passa abbastanza sottotraccia.
Bene, direi che per questo mese è tutto.
Alla prossima!