Bentornati su Lo Spazio Disney!
“Luglio, col bene che ti voglio…”, diceva la canzone di Riccardo Del Turco… ma proprio per niente! ????
Una volta, forse, quando ero in anni scolari e puntualmente ero in vacanza al mare; adesso è un mese bollente nel quale lavoro per tutte le settimane e arrivo a sera sfranto.
Aggiungiamo che anche a livello puramente personale non è stato un mese serenissimo ed ecco che il gioco è fatto.
Sul fronte del nostro settimanale preferito, comunque, ci si assesta su una bonaccia non certo negativa ma nemmeno entusiasmante, un po’ sulla falsariga di quanto accadde dodici mesi fa, forse con giusto un paio di punte.
Venite, venite, vi mostro cosa ne penso ????
Luglio 2024: le storie da Topolino

Lo sceneggiatore trova la chiave giusta per riproporre le atmosfere del libro di viaggio per antonomasia: sottolineare l’elemento avventuroso che ne permea ogni pagina e che ha guidato nella realtà storica Marco, suo padre e suo zio alla corte di Kublai Khan.
Non poteva essere che Zio Paperone il miglior interprete di tale messaggio, per cui Nucci costruisce un’avvincente caccia al tesoro paperonesca che cita esplicitamente Marco Polo e la sua vicenda, utilizzandoli come spunti per la ricerca sulla base di vecchi messaggi e indizi.
Ho letto alcune critiche al riguardo, sul Papersera e altrove, perché secondo alcuni si tratterebbe dell’ennesima caccia al tesoro per tappe, mentre per altri l’idea del Club dei Milionari non regge per come viene descritta. Non le condivido: innanzitutto parlare di ennesima caccia al tesoro quando tale filone è drammaticamente a secco da diversi anni mi pare quantomeno ingeneroso, per cui non capisco come possa risultare noioso o abusato. Per quanto riguarda le modalità con cui è costruita, be’, direi che sono quelle classiche, tra le più codificate, e in tal senso potrei anche comprendere l’osservazione di cui sopra, ma è mia convinzione che se scritto bene sia un meccanismo sempre fresco e funzionale. Per mio gusto le cacce al tesoro a indizi, che portano i personaggi a girare da una parte all’altra del globo, sono fantastiche e trovo che Nucci ne abbia imbastita una niente male.

Come non mi hanno disturbato le contraddizioni con la timeline donrosiana, della quale mi sono accorto che mi interessa sempre meno: pur apprezzando sempre alla follia il lavoro di Don Rosa, accetto serenamente che gli autori siano liberi di ricreare e variare elementi del passato dello Zione, senza per forza doversi attenere a un’unica versione limitandosi a lavorare all’interno dei paletti temporali fissati dal fumettista del Kentucky. Sono entrambi modi accettabili di lavorare.
È un po’ più grave invece l’imprecisione storica su Istanbul, che in una caccia al tesoro di questo tipo stona non poco, anche perché a livello di nome si era pure fatta la distinzione corretta qualche pagina prima. Ma tant’è.
Tornando alla storia, me la sono goduta alla grande, mi sono divertito e sono stato coinvolto dall’impresa del giovane Paperone, ancora milionario, appena arrivato a Paperopoli e che ha ancora fresche sulle spalle le avventure di gioventù che lo hanno forgiato. Gagliardo, dinamico, volitivo, simpatico, il personaggio ne esce in grande spolvero e c’è un grande bisogno di storie che riescano a valorizzarlo in questa maniera.
Anche il Paperino adolescente che lo accompagna funziona, un’ottima spalla che peraltro continua la micro-continuity del giovane Donald in marina: ben gestito inoltre il rapporto tra lui e lo Zione.

L’estetica in ogni caso, anche se a tratti straniante, si sposa bene con la vicenda e promuovo quindi la storia nel suo complesso.

Al di là di ciò, si tratta di un racconto intenso che mi è molto piaciuto: scandaglia in maniera interessante i nipotini come ragazzi comuni, che hanno nuovi interessi nel loro tempo libero e che di conseguenza tendono a volersi staccare da quelli in cui hanno investito tempo finora. Coinvolgere in tale processo anche il Gran Mogol è un altro bello spunto, perché compie lo stesso ragionamento ma traslandolo in un’altra stagione della vita, quando ci sente stanchi e non più in grado di fare quello che ha caratterizzato la propria vita.
I destini del Mogol e dei tre generali appaiono quindi legati a doppio filo, elemento narrativo interessante che mostra un attaccamento che va oltre il legame scoutistico e diventa affetto amicale.

Ottimo Libero Ermetti ai disegni: l’artista si conferma come uno dei più bravi a raffigurare le realtà dei ragazzini paperopolesi, come già dimostrato in alcuni episodi di Area 15.
Alle prese con le GM sfoggia il suo tratto guizzante per rappresentare scorci naturalistici efficaci ed immersivi, ma anche per simulare il tratto di altri grandi disegnatori quando si trova a replicare storiche raffigurazioni delle Giovani Marmotte sottoforma di foto-ricordo.

Era da tempo che un’avventura di Fantomius non mi piaceva così, e forse il merito è anche nell’imprevista “fusione” con il contesto di Paperbridge, mostrando la versione adulta e attuale dei compagni di college di Lord Quackett che avevamo conosciuto nelle due stagioni di quella serie sul passato del personaggio.
Qualche faciloneria nello svolgimento la si trova, tipo il motivo per cui il quadro di Beth sia sostituito proprio da uno che ritrae Paperone, o un paio di passaggi nell’indagine all’inizio del secondo tempo e il collegamento con la precedente avventura di mesi fa, ma le atmosfere noir sono convincenti e così il team-up tra Fantomius e il vecchio amico Tom.
Complimenti poi per l’intensità dell’ultima tavola, dove anche il disegno riesce a elevarsi per trasmettere tutte le delicate sensazioni in gioco. A livello estetico, risultano d’effetto anche le scene sotto la pioggia.
Topolino e l’isola che non c’è: cap. 5 – La resa dei conti, di Giorgio Salati e Giampaolo Soldati (n. 3580), chiude la lunga storia di Salati della quale ho già avuto modo di parlare il mese scorso.
Non ho molto da aggiungere: il finale sostanzialmente tira le fila della trama e riconferma le impressioni generalmente positive che avevo già riscontrato.
Nota a margine di merito per le ultime tavole, nelle quali lo sceneggiatore inquadra bene l’animo di Topolino: un uomo comune che non disdegna la tranquillità, anzi, ma che spesso si trova suo malgrado in situazioni avventurose e d’azione dalle quali, per indole, non si sottrae. Ma una volta tornato, sa riassaporare la quiete della vita domestica.
Complimenti rinnovati anche a Soldati, che pur mantenendo il suo solito stile sa offrire diverse soluzioni esteticamente coinvolgenti.

Così non è stato: nonostante l’impostazione inizialmente un po’ ingessata che tenta di replicare su carta il format divulgativo degli Angela, la sceneggiatura riesce velocemente a smarcarsi dalle pastoie di un approccio rischioso raccontando di fatto una storia in costume con riferimenti storici reali, all’interno della cornice del programma televisivo di Pico che fa quasi da sottotrama parallela per quanto concerne le vicissitudini tecniche di realizzazione.
Avevo timori anche per i disegni di Vian, il cui tratto barocco avrebbe potuto parimenti appesantire la lettura, ma devo dire che l’artista ha saputo invece contenere il proprio estro mettendosi al servizio della sceneggiatura e offrendo una bella prova, tanto per i personaggi quanto per gli abiti e le ambientazioni, in particolare quelle universitarie, limitato solo da una certa rigidezza e asetticità del segno.

Mi spiace perché virtualmente il concept poteva essere portato avanti ancora a lungo, ma sotto un altro aspetto è anche bene staccare prima di raschiare il fondo del barile e accartocciarsi su sé stessi.
Il finale prosegue sui binari ormai consolidati: stavolta il lavoro interinale è quello di commesso in una fiera dell’elettronica, e lo sceneggiatore ha buon gioco nel satireggiare sull’utenza media di questo tipo di eventi, così come sui ritmi di lavoro richiesti sotto pressione. Alla gag ricorrente della macchina del tempo di Archimede poi fa splendidamente eco Faccini che disegna spesso in background alcuni visitatori dal passato.
La scenetta finale è invece un pochino debole ma regala quel senso di chiusura del cerchio che compatta il ciclo e che, insieme ai presupposti spiegati a inizio del primo episodio, rendono il tutto più unitario di quanto potesse apparire inizialmente, rendendo il progetto papabile per una raccoltina, magari di quelle economiche brossurate formato pocket… chissà!

Ho trovato lo sviluppo ben scritto, lo sceneggiatore mi ha trasmesso l’impressione di credere nella sua idea e quindi di portarla avanti con convinzione, immergendo anche me. Certo, bisogna scendere a patti con una concezione meno canonica (o potrei dire stereotipata?) del rapporto tra i due miliardari, che sono fieramente opposti senza possibilità di scampo o zone grigie. D’Antona li ritrae certamente così ma si diverte a metterli in una situazione che li obbliga a condividere gli spazi di lavoro e sfrutta bene le possibilità che tale condizione offre. L’evoluzione finale potrebbe far storcere il naso ai “puristi” di cui sopra, ma narrativamente è coerente con le premesse e gli sviluppi mostrati e secondo me la trama ha reso un buon servizio a entrambi. Mi è sembrata realistica ma simpatica, ecco.
Molto brava anche La Torre, con un tratto fresco e guizzante che ha contribuito molto alla gradevolezza della lettura, una delle sue prove migliori per quanto mi riguarda: il suo modo di rappresentare l’ufficio del co-working è davvero efficace.
Topolino e il weekend a bivi, di Marco Bosco e Cristian Canfailla (n. 3581), mi ha un po’ deluso e annoiato. Ok, ok, sicuramente parte del motivo è la mia scarsa passione per le storie a bivi, ma a prescindere da ciò ho trovato le svolte impostate da Bosco poco appassionanti, un po’ vuote e banali, in sostanza non sono stato coinvolto dalla vicenda. Capisco anche che l’argomento – Topolino, Pippo e Orazio in un weekend fuori porta – potesse avere poche possibilità di presentare chissà quali plot twist, ma in ogni caso mi aspettavo di più dalle scelte e dalle loro conseguenze, per quanto un paio di sorrisi abbia saputo strapparmeli.
Canfailla è sempre più “devitiano degli anni Ottanta”, un effetto tanto piacevole quanto straniante: l’artista è comunque ancora alla ricerca di una propria direzione, secondo me, cosa che rilevo da certi exploit nelle espressioni di Topolino – debitori anche di certe soluzioni gottfredsoniane – interessanti ma sicuramente perfettibili, visto che possono risultare un po’ esagerate.

Topolino in giallo – La tappa di Philbury, di Marco Bosco e Roberto Vian (n. 3582), segna il tradizionale appuntamento col giallo estivo di Bosco: non è tra i migliori del lotto, ad essere onesti, per via di una soluzione che non mi ha soddisfatto granché. Peccato perché per il resto la trama funzionava, il setting bucolico e l’idea degli “esploratori urbani” che vogliono riscoprire e valorizzare i vecchi edifici del loro contesto sono spunti molto forti e praticamente inediti rispetto al solito canovaccio mistery, ma la matassa si sbroglia in maniera un po’ deludente.
Torna per la seconda volta in un mese Vian alle matite: anche in questo caso il giudizio sul suo lavoro è positivo, forse anche più che nella storia di Madame Paperie: questo in particolare perché ho sempre trovato l’artista più a suo agio con il mondo dei Topi che con quello dei Paperi, impressione che trova nuovamente conferma.

Ora ci si riprova e devo dire che lo sceneggiatore ha saputo ritrovare un minimo la quadra del suo ciclo: pur non essendo nulla di eccezionale, si reggono in piedi molto meglio de L’incredibile segreto del 2022 e si fanno leggere volentieri.
La prima, che tenta di staccarsi un po’ dalla struttura tipica dei romanzi pippeschi, ha dalla sua un buon ritmo, la giusta chiave misteriosa che spinge il lettore ad andare avanti con curiosità e una certa apprezzabile comicità sottile. Peccato per il finale che smorza un po’ l’effetto complessivo, ma in fondo è anche una conseguenza dell’impostazione.
La seconda riprende il consueto plot che vede Pippo valente eroe protagonista e Topolino assistente pasticcione: funziona, forse un pizzico meno perché il tentativo di riportare quella atmosfera oggi vacilla a confronto con il glorioso passato, però intrattiene nella giusta maniera.
Usai e Mazzarello alle matite non spiccano particolarmente, soprattutto il secondo: in nessuno dei due casi si può parlare di brutti disegni, ma ci attestiamo su una media un po’ anonima.

Nucci fa centro: ci porta infatti una vicenda divertente nella sua spirale di stramberia, che gira tutta attorno ai numerosissimi (e inutili, nonché assurdi) corsi che il personaggio ha seguito nel corso degli anni e che costituiscono una delle sue caratteristiche, in una specie di catena dotata di una sua imprevedibile logica.
Questo fino a svelare il primo corso e il motivo per cui Paperoga lo affrontò, fattore che nell’ultima tavola permette un risvolto di sensibilità che ho trovato ben giocato e non fastidioso.
Buono Maccarini, che a tratti sembra aver impostato il proprio stile su una linea volutamente “schizzata” in linea col protagonista della storia.

Rispetto ad altre follie facciniane, questa appare forse un po’ troppo “appesa” e senza costrutto, soprattutto nel beffardo finale, ma nonostante ciò ha avuto diversi siparietti spassosi, in particolare nei dialoghi con Paperino e Zio Paperone; risalta poi l’abilità nel disegno di Faccini, che caratterizza perfettamente sia il protagonista che i suoi cloni.
Menziona particolare per l’illusionista, tutt’altro che rassicurante nelle espressioni ma anche nei pochi dialoghi che gli sono riservati.

Bene, direi che per questo mese è tutto.
Alla prossima!