Bentornati su Lo Spazio Disney!
Ci siamo lasciati alle spalle un luglio piuttosto impegnativo: caldo allucinante e improponibile per buona parte del mese che rendeva difficile lavorare e fare… be’, pressoché qualunque cosa! Per poi vedere sul nord Italia (fortunatamente non esattamente dove sono io) eventi atmosferici estremi come trombe d’aria, tempesta e grandinate pazzesche. Il tutto mentre altrove, in Grecia e in Sicilia, imperversano incendi spaventosi.
Non c’è che dire, l’estate si conferma carica di soddisfazioni! Se tanto mi dà tanto, dovrò temere il giro di boa di agosto, a questo punto ^^’’
È con un certo carico di apprensione, pertanto, che mi accingo alla consueta disamina mensile su quanto offerto dal nostro settimanale preferito: un luglio piuttosto insapore, a dirla tutta, a cui forse manca qualche pezzo da novanta che solitamente catalizzava l’attenzione. Non ci sono disastri all’orizzonte, ma mare piatto sì.
C’è da dire che la stagione estiva si presta però a un rilassamento anche nel “tiro” delle proposte: la maggior quantità di storie semplici e autoconclusive, rispetto a quanto ci ha abituato la gestione di Alex Bertani, oltre ad essere perfettamente nel DNA di Topolino è anche adatta alla stagione vacanziera per eccellenza e con la loro spensieratezza contribuiscono alla leggerezza insita nel periodo.
Luglio 2023: le storie da Topolino

Nel complesso il problema si trova sostanzialmente nel ritmo: avere ben tre episodi di preparazione alla competizione e riservare la corsa solo all’ultima puntata rende il racconto un po’ sbilanciato, e forse avrebbe giovato far iniziare la gara almeno nella terza parte, ma tant’è: il risultato è comunque soddisfacente e dimostra come Claudio stia pian piano prendendo le misure sul versante della scrittura.
Su quello dei disegni ovviamente non ha nulla da imparare, invece: per la conclusione si scatena e il suo tratto dinamico si rivela perfetto per rappresentare su carta le automobili che sfrecciano sul circuito restituendo più che bene l’idea di velocità su pista.

Stavolta l’ispirazione iniziale viene da un classicone come Boat Builders del 1938: la fantasia di Francesco Artibani e Alessandro Sisti tramuta la barca in un’astronave, che il mitico Trio deve costruire per fuggire da una base spaziale su cui sta per abbattersi un enorme meteorite. C’è un solo problema: i tre sono semplici giardinieri! Le gag, mutuate dal corto e riadattate al contesto, puntellano il ritmo della storia e l’azzeccato inserimento di Minni arricchisce il tutto, per un’avventura scanzonata e briosa.
Sciarrone, al pari dei colleghi che hanno disegnato le precedenti storie del ciclo, gioca a superarsi, a sperimentare e a trovare un succulento equilibrio tra il design vintage dei personaggi e gli abiti e il contesto fantascientifici. Straniante sulle prime, ma a posteriori assai interessante, la trovata di “staccare” le figure dagli sfondi (con tanto di ombra bianca proiettata sui fondali), quasi come se fossero dei ritagli appoggiati sopra, una soluzione atipica ma che esteticamente risulta vincente, ricordando alla lontana la tecnica d’animazione della stop-motion.

Nella fattispecie, Topolino si unisce a una tribù di nomadi mongoli nel momento in cui devono viaggiare alla volta di una radura riparata in vista dell’inverno: tra natura non sempre ospitale, problematiche di vario tipo, un conflitto padre-figlio e il rapporto tra questo popolo e le aquile, la vicenda si snoda con naturalezza e si esce dalla lettura con una certa rilassatezza di fondo che non mi è affatto dispiaciuta.

Roberto Vian ai disegni mantiene la cifra stilistica che ormai abbiamo imparato a conoscere: ci sono alcune pagine che mi hanno fatto rimanere a bocca aperta – la splash page con l’aquila che si alza in volo e il cavallo di Topolino che si imbizzarrisce, ma anche le varie scene di volo di questi fieri uccelli – e altre che mi hanno lasciato perplesso. Al di là del suo Mickey Mouse, a volte eccessivamente semplice nel design ma che a me non dispiace, non mi convince l’aspetto dei personaggi secondari (con l’eccezione della figlia del capo tribù, molto caratteristica) così come continua a straniarmi l’uso eccessivo della puntinatura per dare ombre, contorni e profondità alle scene. Il lavoro sui panorami è però riuscito e, visto il tono della storia, è sicuramente un risultato importante.

Lo spunto era talmente forte da reclamare uno sviluppo autonomo ed è così che ci troviamo nel caro vecchio Klondike della giovinezza di Paperone, quando secondo l’autore il protagonista avrebbe avviato anche i prodromi della sua carriera nell’editoria.
A dirla tutta questa collocazione temporale per i primi passi del Papersera risulta a conti fatti un po’ forzata e fuori luogo: se ci si poteva passare sopra nel momento in cui veniva usato come tema per una singola avventura del ciclo, peraltro molto ben scritta, ora che viene utilizzato come base per un’intera nuova serie la cosa stride un po’ con quello che possiamo desumere da quanto sappiamo del passato di Paperone. E non è solo questione di essere eccessivamente donrosiani, ma la semplice constatazione del fatto che della lunga vita del personaggi ci si ritrovi sempre a raccontare il periodo del Klondike anche quando si tratta un argomento che potrebbe esulare da quel frangente.

Un falegname è decisamente più centrata e, benché lasci Paperone ai margini nei panni di osservatore e scrittore di una vicenda altrui, dimostra tutte le potenzialità del progetto: c’è molto cuore in questo racconto, un tema molto più maturo e meno banale di quanto potrebbe apparire sulle prime e un approccio molto valido, anche al tema del giornalismo in senso ampio.
Un cercatore d’oro pure segue quel sentiero, ritrovando la centralità attiva dello Zione: si parla del suo fiuto per l’oro, delle sue valutazioni nel momento in cui deve fare investimenti e del suo rapporto con la fiducia verso il prossimo. I passaggi, verso il finale, in cui il cercatore sfortunato si abbatte e spacca tutto sono narrativamente intensi e colpiscono il lettore.
Dal punto di vista del disegno il tratto di Mastantuono si conferma plastico e sintetico in maniera apprezzabile, aiutato dalle chine di Sandro Zemolin e da una colorazione ben giocata.

L’episodio è forse quello meno riuscito dei quattro totali pubblicati sinora, ma non per questo poco avvincente. I sue professori brillano per la loro assenza e così la scena è tutta per i Mickey e Goofy: i due devono prima vedersela con le difficoltà di manovrare la macchina del tempo, anche per via delle recenti modifiche introdotte da Marlin, e poi con la caccia ai dispersi nel tempo. Incontrati due dei pirati che li avevano rapiti, ne seguono delle buone e robuste scene action ed è molto interessante il risvolto dello “sfarfallio” di Pippo, effetto collaterale dei troppi tentativi ravvicinati di cronoviaggio. La lettura scorre però fin troppo velocemente e indolore, quasi come se fosse un episodio di passaggio: plaudo comunque anche stavolta al modo con cui Artibani ha presentato l’argomento storico – in questo caso le terme – senza essere pedante ma integrandolo perfettamente nella narrazione e ai disegni di Perina, con un tratto come sempre morbido, convincente e sicuro, veramente piacevole.

Come noto, l’idea iniziale venne a Carl Barks con la creazione di Mr. Jones, robusto attaccabrighe che ha messo in scena diversi scontri con il beccuto dirimpettaio, dagli esiti sempre più iperbolici e disastrosi.
Anni dopo Rodolfo Cimino avrebbe messo in campo una versione alternativa di tale prototipo, battezzato Anacleto Mitraglia e ritratto da Giovan Battista Carpi in maniera decisamente differente da Jones: alto, magro e dotato di baffetti e bombetta.
Per anni gli autori disneyani hanno utilizzato indifferentemente l’uno o l’altro, a seconda della propria preferenza, fino a che proprio Stabile in un episodio della sua serie I corti di Paperino non ebbe l’idea di chiarire il concetto: semplicemente Jones abiterebbe nella casa a destra di quella di Paperino, mentre Anacleto in quella a sinistra.
Soluzione sagace sotto certi aspetti, ma che in realtà sembra un po’ too much anche per l’ancestrale sfortuna di Donald Duck: l’attuale retcon, che sulle prime mi aveva fatto montare un certo disappunto proprio per la contraddizione interna alla stessa produzione dell’autore, offre invece una trovata più approfondita e meno forzata, sfruttando la professione – resa canonica già da qualche decennio – di Jones come ammiraglio di marina, attività che lo costringerebbe lontano dalla città per diversi mesi. Perché quindi non affittare la propria dimora ad Anacleto quando lui è via per lavoro? Spiegazione che giustificherebbe anche perché nelle storie italiane si vedeva prevalentemente il Mitraglia dall’altra parte dello steccato, rispetto a Jones.
Ci sta, e anche la piega che prende questa trama specifica si regge sulle sue gambe, pur non essendo nulla di particolarmente originale. Ma con queste carte in mano, onestamente, c’era ben poco di più che si potesse fare.
Molto buono il lavoro di Surroz ai disegni, con un tratto in continua evoluzione che guarda da vicino allo stile di Andrea Freccero e di Libero Ermetti.

Tutto si gioca sulle brumose atmosfere della periferia inglese e sulla sottile inquietudine che serpeggia lungo la narrazione: in questo aiuta il tratto di Barbaro, particolare e soffuso al punto giusto per il tipo di racconto. L’artista a mio modesto avviso se la cava meglio con i Paperi, e in effetti trovo che i suoi Topolino e Pippo risultino poco curati nell’aspetto, ma per quanto riguarda comprimari e ambientazioni il risultato è soddisfacente.

Ci si lamenta spesso che il Tito Faraci di fine anni Novanta in Disney non c’è più da molto tempo, dimenticando però che quel Faraci non era solo quello dei noir o delle lunghe avventure ambiziose, ma anche quello di brevi fulminanti in cui metteva alla berlina i Bassotti, Paperoga o… Ciccio! Il pingue aiutante di Nonna Papera fu il protagonista di una delle primissime prove fumettistiche dello sceneggiatore e volerlo riutilizzare ora in una trama volutamente semplice ma foriera di gag e imprevisti presi chiaramente dalle regole della pantomima rende a mio parere un buon servizio a un personaggio problematico da usare in modo sensato da protagonista.
Insomma, mi ha intrattenuto e divertito, strappandomi un paio di genuini sorrisi, e trovo che la matita di Franzò sia riuscita ad accompagnare degnamente questa impostazione 🙂

Palazzi presenta il suo stile solido e rodato che ben si presta a un’avventura di questo genere.

Ricordo infatti distintamente almeno un paio di avventure di Salvagnini su questa falsariga scelte per aprire il numero di Topolino nel quale apparivano, in zona anni Novanta.
Al di là di queste considerazioni, trovo che lo sceneggiatore sia riuscito a mantenere quella vena di follia che ben si presta a una vicenda che vede Paperoga muovere i fili: le sue velleità di attore si scontrano con l’indifferenza ostentata di Paperino così come dei comprimari dai tratti forse ancora più assurdi di quelli del papero col pon-pon.
Un’escalation di imprevisti e non-sense che non fa mai calare il ritmo dell’azione e tiene desta l’attenzione del lettore, fino all’esilarante finale. Una storia “come una volta”, insomma, per ricordare che c’era del buono da recuperare anche in quel tipo di semplicità, al di là dei progetti roboanti e delle saghe infinite e ambiziose.
Bravo Tosolini, che col suo stile vagamente “anarchico” e “scapigliato” rende benissimo su carta l’andamento della trama.
Salvagnini firma anche Pippo e la gita in bici (disegni di Graziano Barbaro, n. 3531), più breve e invero meno riuscita, per quanto le stramberie di Pippo in relazione alle sue biciclette strappino qualche tiepido sorriso.

Il disastro è dietro l’angolo, ovviamente, e seppur sia prevedibile la temporanea alleanza dei due rivali per risolvere i danni e aiutare Elvira, il tutto viene raccontato nella giusta prospettiva.
Insomma, promossa! E anche in questo caso Palazzi si dimostra la matita giusta per il tenore della narrazione.

Bene, credo di aver detto tutto.
Grazie come sempre a chi mi ha letto, e alla prossima!
BONUS TRACK
Come già ebbi modo di dire su queste pagine, da qualche tempo sono tornato a collaborare saltuariamente con gli amici del Papersera, scrivendo qualche recensione per il loro sito.
Vi riporto di seguito quanto uscito recentemente da quelle parti:
Recensione I Grandi Classici Disney #89 su Papersera
Ciao!
Il mese di luglio si è concluso, con alti e bassi.
Anch’io vivo in Lombardia, ma per fortuna dove vivo io non ho avuto particolari “disastri” atmosferici e anche il caldo atroce si è limitato a 4 o 5 giorni di anticiclone africano, anche se c’è da dire che io non sono per niente calorosa. Sono stata abbastanza bene, insomma, anche se chiaramente mi dispiace per i posti in cui invece l’estate ha portato funesti disastri.
Pensando a cose un po’ più allegre, il Topo del mese di luglio è stato abbastanza buono, nel complesso la lettura è risultata gradevole.
“Fast Track Mickey” si conclude in grande con disegni superlativi! L’unica pecca, come hai detto tu, è il finale un po’ affrettato con Topolino e Colin che si liberano frettolosamente dei cattivi, ma nel complesso una buona storia! Spero che Sciarrone in futuro decida di cimentarsi in storie con un genere per me più piacevole.
Bella anche “Once upon a mouse…in the future: Costruttori spaziali”, disegni originale e belli e trama divertente! Non ho visto il corrispondente corto ma spero di riuscire prossimamente a recuperarli tutti!
Il nuovo capitolo di “Topolino giramondo” è stata una piacevole sorpresa. La trama scorre e, pur non essendo il migliore episodio di “Topolino giramondo”, è una bella storia. Originale l’idea di inserire come unici ostacoli quelli naturali e culturali. I disegni di Vian sono belli ma mi paiono un po’ abbozzati nei paesaggi, avrei preferito panorami naturali più ricchi di particolari (anche senza sconfinare per forza nel quasi maniacale come fa Don Rosa nelle ambientazioni della Valle dell’Agonia Bianca, pur essendo uno stile che a me piace molto).
“Blue Peaks Valley” è un ciclo molto interessante, in particolare mi è piaciuta la narrazione di temi maturi e difficili nell’episodio del figlio del falegname. L’unica pecca è proprio l’ambientazione: il Klondike ormai è sfruttatissimo nelle narrazioni su Paperone e proprio non saprei come collocare nella corsa all’oro questa parentesi giornalistica.
“Topolino e la via della storia” è una storia a episodi molto interessante, e questa “puntata” non fa eccezione. Bella l’idea di trattare ogni volta un diverso elemento della storia/cultura romana, nonché quella di far “sparire” contemporaneamente Zapotec e Marlin nel tempo. A memoria non ricordo altre storie con un tema simile. Artibani continua a non deludere affatto.
“Il vicino (s)preferito” è stata una sorpresa. Non mi ero mai posta il problema di come piazzare canonicamente i due vicini, ma la soluzione trovata è accettabile e sensata. Era bella anche la trovata di piazzare uno a destra e l’altro a sinistra, anche se non avrebbe spiegato perché ne vediamo sempre e solo uno alla volta. Ma credimi, una volta che abiti in un condominio come il mio, essere circondato da scocciatori non ti sembra troppo neppure per l’ancestrale sfortuna di Paperino!????
Bella la nuova storia di Lord Hatequack, il tema è inquietante al punto giusto e le atmosfere sono ben costruite.
Carina “Il commissariato a 5 stelle”, intrattiene e diverte nella lettura.
“Il principe del cosmo” è, come dici tu, una storia quasi d’altri tempi. La comicità è di uno stile ormai raro a trovarsi, e mi fa piacere rivederlo ogni tanto sul Topo.
“Una fattoria per due” è carina, con il pregio di caratterizzare bene Nonna Papera.
Divertente “La crociera tra cugini”, riprende il tema di certe “cuginate” e vacanze in famiglia viste nel corso degli anni.
Grazie per i link alle tue recensioni, le leggerò con piacere!
A presto 🙂