
Come forse avrete notato, ultimamente il blog è un po’ più “spoglio” di articoli; in particolare, rispetto alle promesse, non sono più comparse recensioni dei singoli prodotti extra-Topolino che acquisto, e che avrebbero dovuto sostituire i pezzi generali sul panorama mensile delle testate disneyane da edicola e fumetteria.
In parte ciò è dovuto a un forte ritardo accumulato nelle mie letture in questi ultimi due mesi, e che ho appena iniziato a recuperare (motivo per cui la presente recensione esce solo adesso, a un mese e mezzo dall’uscita del relativo albo), ma in parte anche al fatto che ho dirottato un paio di scritti sul sito del Papersera, dopo aver ricevuto un gentile quanto gradito invito da parte del buon Fisbione a tornare a scrivere anche per quella realtà, potendo essenzialmente coprire qualche “zona scoperta”.
È così che una mia disamina sui numeri di aprile de I Classici Disney e de I Grandi Classici Disney hanno visto la luce sullo storico portale disneyano piuttosto che in questi lidi: non temete, in fondo a questo articolo ve li linkerò per favorire i completisti della bramitudine 😛
E lo stesso farò con i futuri contributi che redigerò per il Papersera, a partire dai più imminenti: le recensioni dei Grandi Classici di maggio e di giugno (come più volte anticipato, gli ultimi che comprerò) e del Classico di questo mese dedicato al Detective Donald di Vito Stabile e Carlo Limido.

In questo caso il tema è duplice ma convergente: il medioevo e il concetto di mito, due aspetti che in qualche modo si possono richiamare nella misura in cui quel periodo storico è stato foriero di leggende e racconti fantastici.
Le due storie italiane tratte dall’Almanacco Topolino primigenio affrontano il medioevo da due punti di vista differenti: quello più aderente alla storicità di Messer Paperone e il serpentone di Abramo-Giampaolo Barosso/Massimo De Vita e quello più fantasioso di Topolino e la principessa in pericolo di Anne-Marie Dester/Sergio Asteriti.
La prima è quella che mi ha convinto di più: complice l’armonico tratto del giovane De Vita, la storia dei fratelli Barosso scorre in maniera assai piacevole, prevedibile in alcuni punti della sceneggiatura e un po’ pedante nella trasposizione dei caratteri dei personaggi nella loro versione medievale, ma tutti i pezzi sono al posto giusto e il risultato è piuttosto buono.
Ho trovato invece la seconda meno ispirata, fin troppo debitrice di certa narrativa e con alcuni passaggi che sembrano girare a vuoto. Punto a favore sono i disegni di Asteriti, il cui stile si sposa benissimo con l’atmosfera favolistica della trama e che all’alba degli anni Ottanta era forse al suo meglio.


In particolare le due con Topolino al centro: conturbante è per esempio Topolino e il mistero da incubo, nella quale Mickey è condizionato a compiere furti e altre azioni illecite nottetempo, vivendole come se fossero dei brutti sogni. Il protagonista appare così in difficoltà e vulnerabile, condizione che troppo spesso gli è stata negata, e si empatizza meglio con lui nel momento del riscatto. Ottimo lavoro di Noel Van Horn, quindi, che per l’occasione rispolvera un terzetto di antagonisti creato nelle strisce anni Trenta di Floyd Gottfredson, e che anche ai disegni dimostra un talento cristallino grazie a un tratto tondeggiante e plastico che emerge in particolare su Topolino e Manetta. Magistrale è poi la quadrupla della penultima tavola.
Successivamente troviamo Topolino e un corvo per amico, un inedito di Daan Jippes del 1972 incredibilmente divertente grazie alla capacità di gag-man dell’autore, che tanto nell’andamento della storia quanto nell’approccio grafico mette benissimo su carta la sua esperienza di animatore.

Anche lo stile grafico fortemente underground degli inizi sembra pian piano trovare una quadra e una maggior integrazione con la linea disneyana, senza snaturarsi ma contaminando le due scuole con esiti degni di osservazione.
C’è spazio infine per I tre porcellini e la sfida all’ultimo soffio di Daan Jippes e Ulrich Schroder, che funge da celebrazione per i novant’anni dalla prima apparizione di questi personaggi in salsa Disney all’interno della celeberrima Silly Symphony, sulla quale però c’è da dire ben poco trattandosi in buona sostanza di una gag allungata.

Intendiamoci, materiale del genere non è certo memorabile o rilevante, ma è significativo all’interno di un panorama di studio e conoscenza a 360° della materia disneyana – tant’è vero che in quest’ottica spicca più l’introduzione del buon Davide che le storie! Non solo, queste storielline americane servono anche a tirare il fiato e a offrire semplici sorrisi con chicche inconsuete per altre pubblicazioni, coprendo un ruolo quindi strategico all’interno del sommario.
Quello che in pratica non fanno più I Grandi Classici Disney… quindi, per quanto non compri l’Almanacco per le brevi degli animaletti del bosco, sono lieto di trovarle nel menù.

Molto fanno anche i disegni di Vicar, la cui mimesi con la matita dell’Uomo dei Paperi è sempre stata palese ma che in questo caso diventa forse ancora più aderente, forse condizionata dall’operazione complessiva messa in atto nel 2001.
Sarò onesto, sulle prima bollavo questo numero come un po’ più debole rispetto ai precedenti, ma a una seconda lettura e a una riflessione a posteriori ha mostrato di avere comunque diverse frecce al proprio arco, riconfermando la forza dell’impostazione che Davide Del Gusto sta dando alla testata, capace di rendere rimarchevole anche un albo sulle prime meno appetibile.