
Lo confesso: agli inizi ero tra i Nucci-scettici.
Ricordo bene come le prime storie apparse su Topolino con la firma di Marco Nucci ai testi furono accolte da un certo numero di lettori: con forte entusiasmo e una grande fiducia su quello che avrebbe potuto portare sul settimanale questo nuovo nome.
Io, invece, pur avendo apprezzato tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 Zio Paperone e il giro del mondo in 80 secondi e Le Giovani Marmotte in: un’indagine da manuale e riconoscendone sicuramente una certa freschezza, guardavo con una certa cautela alla new entry, valutando e soppesando con attenzione.
Non riuscivo, insomma, a farmi trascinare dall’entusiasmo che invece avvolse una parte del pubblico che si esprimeva online.
Topolino e la questione di Galateo segnò invece un vero e proprio allarme rosso, per me: ricordo che quella avventura mi deluse, ancor di più perché aveva un buonissimo spunto, carico di potenziale umoristico, che non veniva però sviluppato nel modo migliore nonostante la presenza della coppia Manetta-Rock Sassi. In particolare il finale affrettato e piatto mi aveva fatto storcere decisamente il naso.

C’è da dire che conoscevo già l’autore in ambito extra-Disney: avevo infatti letto i suoi articoli a corredo della collana Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi, che ristampava in eleganti cartonatini economici da edicola alcuni dei numeri più celebri e importanti dell’Indagatore dell’Incubo sceneggiati dal suo creatore.
Nucci gestiva i redazionali e curava le interviste ai disegnatori, condotte in maniera “laterale” rispetto a contributi del genere, quasi naif: un termine, questo, che mi sono trovato ad associare spesso al successivo operato dello sceneggiatore.
Tornando alle storie che hanno inaugurato la presenza di Marco Nucci su Topolino, iniziavo a pensare che forse non era così necessario interrogarsi troppo sul valore o meno del suo lavoro: era un fumettista come tanti altri, avrei goduto delle storie che mi avrebbero convinto e avrei dimenticato velocemente quelle meno interessanti per me.
Senonché, nella primavera del 2020, il direttore di Topolino Alex Bertani – ospite del mio amico Fabio in una live del The Fisbio Show – puntò i riflettori su Nucci, indicandolo come un autore in crescita e che si sarebbe rivelato centrale nell’immediato futuro di Topolino, con due progetti piuttosto corposi già affidatigli.
Da appassionato di fumetto Disney, e da persona interessata a seguire l’andamento del pocket, una dichiarazione d’intenti del genere non poteva che spingermi a continuare ad attenzionare questa nuova leva, a cui venivano già affidate lunghe saghe a pochi mesi dall’esordio.
Al contempo avevano già cominciato ad apparire le sue storie con Newton Pitagorico, ciclo leggero e simpatico di cui inizialmente non colsi il potenziale, giudicandolo con sufficienza, ma che con il passare dei mesi riuscii a inquadrare in maniera più ponderata e positiva.
Oltre al grande umorismo, con un buon uso dell’iperbole, questa serie ha dimostrato la capacità dell’autore nel ricreare da zero un personaggio più che secondario, dandogli una seconda vita e una caratterizzazione molto più sensata e funzionale di quanta non ne avesse nelle storielle estere in cui ha vissuto buona parte della sua carriera.

Allora era comunque impossibile immaginare l’importanza che l’autore avrebbe assunto già nel giro di un annetto, con una crescita non solo quantitativa che pian piano mi ha portato ad apprezzare spesso l’operato dell’autore, riconoscendone i punti di forza e notando una crescente sicurezza nei propri mezzi, pur al netto di certe caratteristiche del suo lavoro che continuo a non condividere.
In questo pezzo tento di tracciare un profilo di colui che è diventato un cardine imprescindibile dell’odierno Topolino, chiave di volta di moltissime delle iniziative portanti del giornale e “spalla” di Alex Bertani, attraverso i progetti più importanti su cui ha messo la firma e provando a individuare le principali caratteristiche della sua scrittura e della sua poetica.
Mister Vertigo

La prima storia, Topolino e le notizie di Mister Vertigo, esce sul settimanale ad agosto 2020, e rappresenta sostanzialmente il primo grande evento dell’autore, più o meno in contemporanea con Il torneo delle 100 porte, per il quale rimando al capitolo successivo.
Considerando che Nucci aveva debuttato sul settimanale solo otto mesi prima, basta fare due conti per riconoscere la velocità con cui Bertani ha dato fiducia alla nuova leva, che nel giro di pochissimo si è visto affidare un intero ciclo, la cui ambizione era peraltro quella di introdurre un nuovo avversario per Mickey che potesse diventare uno dei più temibili tra di essi.
Quell’avventura d’esordio per l’enigmatico villain aveva un primo tempo molto riuscito, capace di prendere una strada fresca mantenendo al contempo interessanti vibes alla Silvano Mezzavilla.
Il secondo tempo purtroppo andava a smorzare certi toni, ma nel complesso si trattava di una buona storia pseudo-thriller, piuttosto piacevole da leggere.


Ma tant’è: dalle parole di Bertani, il personaggio sembra aver avuto successo presso i lettori più giovani, e almeno un paio di rubriche della posta sono state interamente dedicate ai disegni dei bambini che ritraevano il cattivo dalla maschera a spirale.
Le ragioni di tale apprezzamento possono risiedere nel fascino del mistero, di cui Vertigo è portatore (anche se di grana grossa) e in trame apparentemente ingarbugliate, ma per quanto mi riguarda l’impresa è naufragata velocemente e non ha fatto altro che inabissarsi sempre di più, rappresentando il più grande flop dell’autore.
Il ciclo calcistico

Di avventure sportive la storia di Topolino è piena, in particolare in concomitanza con manifestazioni del mondo reale alle quali fare da eco: se ne ricordano molte di godibili, ma altrettante che suonavano invece forzate o piatte nel cercare di portare su carta con scarsi risultati le varie performance agonistiche.
Di base, a chi non piacesse lo sport quel tipo di racconti provocavano noia e disinteresse, quando non fastidio.
L’approccio di Marco Nucci alla materia è stato invece laterale (naif, come dicevo all’inizio), riuscendo a sfruttare tale contesto per sbizzarrirsi e creare affreschi paperi imprevedibili e riusciti.
Nel Torneo delle 100 porte, per esempio, si è concentrato molto sulle trame verticali dei singoli episodi, creando sottotrame quasi autonome in grado di focalizzarsi su personaggi come la Banda Bassotti e Gastone dandone una versione azzeccata, fedele, divertente e sprint.
Già in questa prima saga, inoltre, si intravede come il calcio non sia il centro attorno a cui la storia si dipanava, ma il mezzo con in quale esprimere le problematiche degli individui coinvolti, siano essi figure ben note nell’universo disneyano (Qui, Quo, Qua, Paperino, Paperoga) o creati per l’occasione (Achille Ribbling e suo zio), che nella performance sportiva e nelle dinamiche di gara trovavano sfogo, evoluzione e risoluzione.
Un meccanismo narrativo tipico dei manga sportivi, che Nucci riprende e adatta intelligentemente alla grammatica del fumetto Disney.

Questo articolato discorso trova compimento in Road to World Cup e Fridonia’s World Cup, i mondiali di calcio delle squadre giovanili: in ogni episodio c’è spazio per approfondire aspetti dei vari personaggi in gioco, attraverso inediti aneddoti o interessanti parentesi sul loro carattere.
Il lettore ha modo di appassionarsi ai risvolti caratteriali o ai conflitti irrisolti di Zio Paperone, di Paperino, dei nipotini, di Achille, e quando entra in scena la partita di turno questa assume i connotati della rivalsa o della chiave di volta della parabola narrativa.
I mondiali in Fridonia e il percorso per arrivarci sono anche l’occasione per realizzare puntate decisamente inusitate, come Scherzetto con fuga in mi bemolle, nelle quali lo sceneggiatore si diverte a sovvertire qualunque schema per organizzare la storia secondo andamenti imprevedibili e decisamente fantasiosi.

Infine, con episodi come Il ritorno di Mister Spazzolone e Una canzone per Dawson, viene riconfermata la volontà di legarsi a particolari eventi e personaggi della narrativa disneyana del passato: nel secondo caso ripresentando il Soapy Slick inventato da Carl Barks e utilizzato in alcune memorabili occasioni da Don Rosa (in particolare nell’ottavo capitolo della sua $aga), nel primo scomodando addirittura quanto raccontato nelle DuckTales del 1987 per quanto concerne l’occupazione in marina di Paperino.
Il ciclo calcistico ha raccolto al suo interno una sterminata serie di spunti, che lo rende molto più dell’ennesima avventura con il pallone al centro: anche perché in questo caso la sfera appare quasi sempre ai margini di vicende che hanno invece connotati molto umani.
È stato inoltre il terreno di gioco nel quale Nucci ha voluto e potuto sperimentare la sua vena comica, con risultati decisamente soddisfacenti.
Macchia Nera

Il villain dal nero mantello nel corso dei decenni è stato troppo spesso appiattito da una lunga serie di storie – americane, brasiliane e italiane – che non gli hanno reso giustizia e l’hanno trasformato in un cattivo da operetta.
Perfino il rilancio che si provò a orchestrare nel 2002 con Topolino e il mistero della “pecora bianca”, per mano di Tito Faraci, si muoveva comunque ostinatamente in quella direzione.
Servì Casty, pochi anni più tardi, per ripresentare ai lettori una versione di Macchia Nera più rispettosa dell’originale, restituendogli quella allure da dandy sinistro e da geniale mente criminale, ma l’operazione era spontanea e non ebbe altri proseliti al di fuori delle sparute volte in cui lo usò l’autore goriziano.
Il progetto che Alex Bertani ha affidato a Nucci è invece decisamente più organizzato e sistematico, mantenendo comunque Casty all’interno dell’equazione, anche se solo come disegnatore.
Una serie di avventure ambiziose per profilo e obiettivi, inaugurate da una storia che è interpretabile quasi come un lungo prologo o, fin dal titolo, come una dichiarazione di intenti: Io sono Macchia Nera.
In due tempi lo sceneggiatore si occupa quasi esclusivamente di ricostruire l’immagine sbiadita del cattivo mascherato, restituendogli un’immagine dark, i piani machiavellici e la grande capacità strategica e permettendogli di essere ancora una vera minaccia per la città e per Topolino.

Il lavoro “per sottrazione” compiuto in Topolino e l’incubo dell’isola di corallo, per esempio, è una magistrale interpretazione del personaggio nonostante Macchia Nera appaia poco e faccia ancora meno: Nucci dedica gran parte della trama a Topolino e al suo tentativo di fuggire dalla trappola in cui l’ha infilato il suo nemico, ma con un gioco a incastri decisamente raffinato questa avventura dice moltissimo del villain.
I sentimenti: da Area 15 a Gastone e Rockerduck

Una terza componente a mio avviso fondamentale nella sua poetica è quella sentimentale: con tale termine non intendo tematiche amorose ma più in generale un’attenzione particolare alle emozioni dei personaggi, alla loro sfera privata e a una visione intimistica, che cerca di andare oltre a quello che si può vedere in superficie.
Una lama a doppio taglio, perché c’è sempre il rischio di pensare che questi “sciocchi personaggi” debbano essere trattati in una certa maniera – forzarli – per renderli maturi e interessanti, e che nella normalità siano infantili e buoni solo per storielle della buonanotte.
Così ovviamente non è, e se seguite questo blog dovreste saperlo benissimo; diversi grandi fumettisti hanno saputo scrivere magnifiche sequenze in grado di evidenziare la straordinaria umanità e tridimensionalità di queste figure senza per nulla stravolgerle ma semplicemente trattandole nel modo giusto: credendo in loro.

Appare evidente con la serie Area 15, nella quale lo sceneggiatore entra dopo le prime storie firmate da Roberto Gagnor: laddove il collega si era concentrato maggiormente su dinamiche adolescenziali di base, Marco Nucci approfitta del setting e delle possibili dinamiche che questo permette per impostare alcune riflessioni per nulla scontate.
In Vent’anni dopo, per esempio, si ragiona sul tempo che passa e come possa cambiare o meno, tanto o poco, le persone nel corso degli anni: tematica assai delicata, nel fumetto Disney, ma mettendo a confronto i ragazzini protagonisti con alcuni adulti – Paperino, Paperoga, Zio Paperone e Gastone – il risultato non cozza contro le “regole temporali” dell’universo disneyano e regala una trama ricca di spunti, che non si esauriscono dopo l’ultima tavola.

La recente An origin story, infine, parla in maniera straordinariamente diretta del credere in sé stessi, dell’accettazione dei propri limiti, del saper riconoscere le proprie capacità e di come chiunque, anche l’individuo sulla carta più improbabile, possa diventare una grande persona.
Sviluppando con grande sensibilità il personaggio di Ray e al contempo offrendo una visione piuttosto peculiare e personale del dualismo Paperino/Paperinik, Nucci scrive una storia solida, appassionante e coinvolgente, dove al centro ci sono le emozioni dei personaggi messe a nudo ed elaborate con il giusto tocco.

In questi due casi non tutto fila liscio: in particolare, sul fortunato cugino di Paperino viene realizzata una specie di “operazione simpatia” che snatura il personaggio, va a minarne alcune caratteristiche-base (come l’allergia al lavoro) e gli offre addirittura una dimensione quasi cristologica per gli equilibri di Paperopoli. Insomma, anche meno 😛
In questo caso ho trovato che lo sceneggiatore si sia fatto prendere la mano e nel tentativo di dare smalto al personaggio abbia operato scelte eccessive, tanto da rendere il protagonista quasi una versione alternativa di quello che avevamo conosciuto sino ad allora.

Non è comunque un’operazione inedita: già Vito Stabile aveva iniziato a lavorare sul personaggio in questa direzione, con Zio Paperone e la stampasogni e Rockerduck e la spiaggia della rivalsa.
Quella di Nucci è però un’iniziativa maggiormente costruita a tavolino e in concerto con una direzione particolarmente attenta a progettare questo tipo di rilanci: una base che offre fondamenta più solide sulle quali costruire un discorso di questo tipo, e l’autore ne approfitta per gestire con una certa profondità il rapporto codipendente tra Paperone e Rockerduck.
Su quanto si vede nel finale in realtà se ne potrebbe discutere, come soluzione, ma nel complesso la scelta di mostrare il “pivello” ritiratosi a vita privata dopo una batosta particolarmente bruciante e la successiva risalita si rivela vincente e ben gestita.

Una trama quasi lirica, potente e coraggiosa, che sfrutta l’atmosfera delle Feste per imbastire un incubo, una visione distorta dell’armonia famigliare che va molto a fondo dei personaggi coinvolti, soffermandosi sul valore delle ricorrenze e del significato aggregativo che hanno.
Questa attenzione verso i sentimenti dei personaggi si veicola anche in un tipo di narrazione per certi versi inedito nel fumetto Disney: sono racconti fatti di silenzi, di tavole mute, di un intimismo che sulle prime può far pensare che “non succeda niente”, che poi è una delle critiche maggiori su queste storie. In realtà è il tentativo di creare racconti che puntino maggiormente sull’atmosfera, andando in controtendenza con quanto fatto fino a pochi anni fa su Topolino, dove ogni vignetta portava avanti l’azione. Nucci – e diversi altri suoi colleghi, spronati in ciò da Bertani – scelgono di ritagliarsi spazi per soffermarsi sulle emozioni provate, rallentando il ritmo e sfruttando le pagine concesse dalle due o più parti a disposizione per indugiare sul riverbero che la trama ha sui protagonisti.
Si tratta di un cambio di passo non da poco, che può senz’altro lasciare qualcuno scontento o disorientato, ma che rappresenta un tentativo di rilanciare sotto una nuova forma la narrativa disneyana.
Segnali di stile
È infine d’uopo soffermarsi, pur rapidamente, su quelli che dopo più di tre anni iniziano ad apparire come vezzi ricorrenti nella scrittura di Marco Nucci.

Era una modalità narrativa dell’epoca, che man mano nel corso dei decenni si è snellita all’insegna dello “show, don’t tell”, mantenendo le didascalie per i necessari stacchi (“Il giorno dopo…”, “E così….”) e negli ultimi dieci anni cercando di limitare anche quelle, suggerendo lo iato temporale tramite l’impostazione della griglia o la visualizzazione delle scene.
A questa progressiva sintesi Marco Nucci oppone un sincero amore per le “dida”, che usa con un approccio postmoderno simpatico e colloquiale: si rivolge direttamente al lettore, gli dà di gomito, o ribadisce in maniera volutamente ridondante concetti già espressi nei balloon.
Una formula interessante, quasi un marchio di fabbrica ormai, ma che a dirla tutta rischia di apparire un po’ fastidiosa se non è dosata con attenzione: e personalmente devo rilevare che in alcune occasioni lo sceneggiatore eccede nell’uso di questo stratagemma.
Un altro elemento ciclico è quello di non rendere la tavola con il titolo della storia quella iniziale, ma farla invece precedere da altre due-tre che introducano il tema, magari tramite un flashback ad hoc.
Una soluzione non certo inventata da Nucci, nemmeno nel solo ambito disneyano, e che nell’ultimo decennio in particolare ha visto diversi autori rompere questo tabù: ma nessuno con l’insistenza dell’autore di Castiglione dei Pepoli, che ricorre a tale espediente in molte occasioni.

A livello di argomenti, spiccano come già visto una certa attitudine alle atmosfere thriller, che riesce a inserire quasi sempre in maniera naturale all’interno del microcosmo Disney senza stonature, e un umorismo tutto suo che si percepisce soprattutto a livello verbale, nei confronti tra Paperino e Zio Paperone (e senza dover ricorrere agli estremi martiniani), nel personaggio di Paperoga e nella semplicità con cui mette in scena certe situazioni paradossali che procedono a valanga.
Per questi ultimi tipi di avventure non posso che citare, a mò di esempio, più o meno tutte le storie con Newton Pitagorico protagonista grazie all’escalation di variopinti disastri che le sue invenzioni generano e Malachia e la zampata esponenziale, fresca e genuinamente divertente.

Di certo ha un grande amore per i characters disneyani e una robusta conoscenza delle loro storie; inoltre ha dimostrato di avere le spalle larghe e la capacità di portare avanti anche sfide piuttosto delicate e “suicide” in maniera coerente, e questo a prescindere dei singoli risultati è un punto a favore.
Quel che mi piace di Nucci è che ha qualcosa da dire con questi personaggi e su questi personaggi, e nella maggior parte dei casi sembra anche saper maneggiare gli strumenti narrativi per farlo nella maniera giusta, cosa meno scontata di quanto si possa pensare.
Trovo infine che sia molto maturato nel corso di questi primi tre anni di lavoro, una crescita che mi ha portato ad apprezzare quasi tutte le storie a firma sua apparse negli ultimi mesi sul settimanale.
Luci e ombre che però, in definitiva, mi fanno essere piuttosto contento di saperlo tra i principali interpreti del giornale diretto da Alex Bertani.
