Il cosplay è un fenomeno nato in Giappone tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta: il termine deriva dalla contrazione di costume (costume) e play (nell’accezione di interpretare, giocare).
Negli anni ’90, con la diffusione massiccia in Europa e in America di manga e anime, ha iniziato a diffondersi a livello globale e ad assumere una struttura sempre più complessa. Da hobby limitato a pochi, le fiere si sono popolate sempre di più di persone di ogni età e provenienza che si dedicano a creare e reinterpretare i loro personaggi preferiti, nei modi più disparati: in modo fedele, parodistico, sensuale, originale.
Il cosplay non si limita più ai personaggi del fumetto e dell’animazione giapponese, cosa che originariamente lo distingueva dal semplice travestimento, ma tocca ogni tipo di personaggio e non, da Batman al cubo di Rubik, dai soldatini di Toy Story alle principesse Disney. Sarebbe quindi riduttivo definirlo una semplice voglia di travestirsi e apparire, dato che a molti costumi si unisce anche una studiata interpretazione.
Il cosplay è per molti un catalizzatore sociale, capace al tempo stesso di aprire forti dibattiti, soprattutto tra chi non vede di buon occhio questa contaminazione più pop del fumetto e dell’animazione. Ma il fenomeno agisce in modo verticale, influenzando tutta l’industria culturale, agendo anche sulle vendite, sul marketing e sull’organizzazione delle fiere.
Con questa nuova rubrica, noi dello Spazio Bianco ci poniamo proprio l’obiettivo di analizzare questo complesso fenomeno attraverso chi lo vive quotidianamente, in particolare cosplayer, sia professionisti che amatoriali, organizzatori fieristici ed esperti di settore, che ci racconteranno le difficoltà, le soddisfazioni e le problematiche di questo ambiente.
Appuntamento con C for Cosplay.
