Linus, il fumetto, la letteratura.

Linus

Il nuovo Linus di Igort

 

Il recente rinnovamento di Linus sotto la nuova guida di un fumettista come Igort è la notizia del momento nell’ambito fumettistico italiano, ovviamente. Il nuovo corso si ripromette di riportare la testata agli “antichi fasti” della rivista fondata nel 1965: su questo blog, che cerca di indagare il rapporto tra letteratura e fumetto, è una buona occasione per ripassare il ruolo fondamentale del Linus originale anche sotto questo profilo, cercando magari anche di immaginare quale nuovo ruolo potrà avere quello attuale in questo ambito.

Sullo “sdoganamento” del fumetto come medium di piena dignità intellettuale il Linus del 1965 fece indubbiamente molto: la rivista ospitò nel primo numero un celebre dibattito tra Oreste Del Buono, Elio Vittorini e Umberto Eco che rifletteva – cosa estremamente rara allora – sul fumetto senza preconcetti intellettuali. Si può dire che Linus ebbe un ruolo essenziale nella legittimazione del medium come espressione narrativa di pari rilievo della letteratura scritta, e non solo a livello italiano, ma pionieristico anche rispetto ad altri paesi.

Linus

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E tutto questo, indubbiamente, a partire da autori che avevano un grande rilievo sotto il profilo letterario. Oreste Del Buono (1923-2003) poi a lungo (1972-1981) direttore della rivista – fondata da Gandini – nella sua età dell’oro, era traduttore e redattore editoriale di altissimo livello, ma fu anche autore di romanzi, a partire da Racconto d’inverno (1945), come pure il seguito La parte difficile (1947), costituisce a suo modo un romanzo di stampo memorialistico sul modello di quelli del neorealismo allora imperante. Il realismo di Del Buono fu però fin da subito critico e problematico, che entra in crisi con Acqua alla gola (1953), particolare caso di “romanzo borghese” ricco d’ironia sul ceto medio in formazione postbellica, per poi portare a uno stile più sperimentale in Per pura ingratitudine (1961) e all’avvicinamento, sempre cauto, al Gruppo 63 e ai suoi sperimentalismi più radicali. L’attività di romanziere di Del Buono continuò anche durante e dopo la direzione di Linus, ma soverchiata nella fama da quella eccezionale impresa editoriale. Sulla figura di Del Buono narratore vi è comunque un esaustivo saggio di Silvia Sartorio, accessibile gratuitamente qui, che dimostra per chi ne fosse incuriosito la rilevanza di questa vocazione letteraria sottotono del padre di una certa nobile concezione del fumetto italiano.

Politecnico

Il Politecnico di Vittorini

Elio Vittorini (1908 – 1966), invece, è un nome irrinunciabile del canone letterario del secondo dopoguerra: il teorico del neorealismo con la sua rivista, il Politecnico (1945-1947), che pubblicò in Italia le strip del fumetto americano che, in seguito, giunsero in appunto tramite Linus, dove assunsero assoluta centralità (sul Politecnico assunse molto rilievo il poetico Barnaby). Proprio Oreste Del Buono era incaricato di occuparsi del fumetto sul Politecnico, con un’apertura ai comics americani propria poi anche di Linus e poco gradita all’ortodossia assoluta del PCI di quegli anni: non è eccessivo dire che i fumetti furono una parte importante della rottura tra Vittorini e Togliatti e i suoi, o perlomeno una rilevante cartina al tornasole: “Lo spirito del fumetto”, stando a Vittorini, era intrinseco all’impaginazione stessa del Politecnico. E sarà Nilde Iotti, compagna di Togliatti, ad aprire uno scontro culturale con Vittorini criticando, sulle pagine dell’ortodossia comunista di Rinascita, queste “ingenue” aperture al fumetto americano.  Qui, su Lo Spazio Bianco, è stato ricostruito il rapporto tra Vittorini e il fumetto, e qui su Minima et Moralia si trovano altre interessanti considerazioni sul ruolo del fumetto nella rivista. In ogni caso la presenza di Vittorini al dibattito è il segno di una continuità tra Linus e una parte della sinistra italiana, quella legata appunto alla grande esperienza del Neorealismo, che inizia a dialogare col fumetto fin dall’immediato dopoguerra.

Linus

Umberto Eco ricordato su Linus

Umberto Eco (1932-2016), infine, è indubbiamente l’ultima grande figura del canone letterario italiano, in attesa naturalmente di individuarne delle nuove che tuttavia, in un’era di “politeismo dei valori” (definizione, non a caso, fatta propria e argomentata da Eco, in Storia della bellezza e altrove) e quindi maggiore postmoderna dispersione, è più difficile identificare. La carriera di Eco romanziere, notevole e strutturata su sette romanzi ognuno dotato di un suo spessore e profondità (e non solo limitato, come spesso avviene, al Nome della Rosa, 1980 o al massimo al Pendolo di Foucault, 1988) è però successiva all’esperienza linusiana, dove interviene, naturalmente, come autore di Apocalittici e integrati (1964), fondante saggio di analisi dei media e dei linguaggi seguito al fondante Opera aperta. Un tentativo di sintesi di Eco semiologo (anzi, a dir meglio, fondatore della semiotica) e romanziere l’ho tentata qui; e quindi rimando per un approfondimento che tiene anche conto, in parte, delle intersezioni col fumetto. In questa fase, il giovane Eco rappresenta anche una voce vicina alla neoavanguardia del Gruppo 63, cui dava una vicinanza ricca distinguo come quella di Del Buono: il movimento che voleva superare un certo stanco neorealismo delle “Liale del ’63”, come erano definiti un po’ ingenerosamente autori come Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Giorgio Bassani e Carlo Cassola. Il fumetto godeva invece di una attenzione pur critica, ed Eco in particolare aveva impostato le basi della sua analisi moderna nella sua opera dell’anno precedente (anche qui, a livello non solo italiano), articolandola poi in modo più dettagliato nella semiotica. Proprio l’analisi del Peanuts era stato, sul volume del 1964, un primo magistrale esempio di critica del fumetto da parte di Eco, quasi anticipando il futuro successo della testata (i Peanuts erano giunti in Italia l’anno precedente, il 1963, sempre ad opera di Gandini).

Linus

Houellebecq riletto da Lorenzo Mò

Se il Linus originario non solo aveva un rapporto con la letteratura del periodo, ma è strettamente interconnesso a figure centrali del nostro canone come Eco e Vittorini, il nuovo Linus, che a questo si ispira, ha nella sua visione uno spazio anche per questo rapporto privilegiato col letterario, reso manifesto dal ruolo assegnato all’abbecedario di Michel Houellebecq, l’autore francese contemporaneo di maggior rilievo (ad eccezione forse per Daniel Pennac). Illustrato dal bravo Lorenzo Mò, a questo alfabeto corrosivo è dedicato lo spazio introduttivo, tra i fumetti originari dei Peanuts e quelli di Calvin ed Hobbes di Bill Watterson, l’erede di Schulz. Un modo per evidenziare la volontà di proseguire un dialogo “alla pari” col letterario, anche grazie alla mediazione dell’illustrazione.

Ma, a suo modo, la visione di questo nuovo Linus deve qualcosa al “canone letterario” anche nell’atteggiamento serio (ma non serioso) con cui continua ad analizzare il fumetto: molto interessante ad esempio la scelta di datare con precisione ogni fumetto, evidenziando la costruzione di un canone tramite gli autori proposti che si snoda su tutto il corso del ‘900, proponendo anche fondamentali “integrazioni” non immediatamente note al lettore di fumetti anche mediamente colto: l’artista Feininger come primo “autore” ai primi del ‘900, il concetto di Geki-ga come fumetto nipponico “impegnato” contrapposto al man-ga in un autore come Tsuge Yoshiharu negli anni ’60, una rockstar lisergica anni ’70 come Vaughn Bodé. Il tutto intersecato, appunto, ai riferimenti storici come Schulz (anni ’50) e Watterson (anni ’80), e ai numerosi autori contemporanei proposti, italiani e non. Naturalmente la strutturazione di un canone storico del fumetto non è in sé una novità assoluta (appunto Vittorini la rivendicava come innovativa del Politecnico, nel 1945, con buone ragioni), ma è indubbiamente una bella scelta – in continuità con la tradizione della rivista – in una testata che, unica, tiene in vita la tradizione delle riviste del fumetto d’autore che aveva inaugurato, oggi rinnovata e di nuovo maggiormente sotto i riflettori.