Colonialismo a fumetti sul Corrierino: Bilbolbul e gli altri.

Colonialismo a fumetti sul Corrierino: Bilbolbul e gli altri.

La copertina del libro

“Le storie nere del Corriere dei Piccoli”, sottotitolo “Il colonialismo italiano del primo ‘900, a fumetti”, è un interessante saggio curato da Laura Scarpa che va a indagare un tema solitamente piuttosto sottaciuto, ma decisamente importante per la comprensione storica del periodo. Usualmente, infatti, si tende a indagare il rapporto tra razzismo e fumetto con maggior riferimento all’età fascista: ma questo saggio di ComicOut mostra bene come le radici italiane del fenomeno siano più profonde.

Dopo un interessante quadro introduttivo dell’archeologa del vicino Oriente Alessandra Lazzari, che presenta una efficace sintesi del tema del rapporto del colonialismo a fumetti che viene indagato nel corpo del testo (molto interessante appare anche il progetto della studiosa di una ricognizione della “Percezione dell’esotico” nel fumetto italiano), appare l’intervento di Gianfranco Manfredi, sceneggiatore bonelliano che, con Volto Nascosto, ha scritto un fumetto storico che va a indagare in modo problematico il colonialismo italiano. In generale, la Bonelli (che ha un ruolo indubbiamente centrale nel secondo ‘900 del fumetto italiano) rappresenta un cambio di passo: pur non escludendo singole cadute di stile, globalmente nei suoi fumetti “l’altro” appare rappresentato in chiave antirazzistica, a partire da Tex (1948) e Zagor (1961) nettamente dalla parte dei nativi americani all’interno di un immaginario western solitamente più problematico al riguardo.

In qualche modo, la questione è seminale: quello che viene considerato il primo fumetto italiano, infatti, del 1908, è il Bilbolbul di Attilio Mussino, cui oggi è anche dedicato il celebre festival omonimo: e il protagonista è infatti un ragazzino nero che prende per letterali tutte le metafore che sente, inverandole nella pagina del fumetto. In questo caso, come esamina autorevolmente Matteo Stefanelli nel saggio a sua firma che si occupa della questione, prevale l’aspetto della performance fumettistica sulla rappresentazione etnologica, mettendo al centro la meraviglia che scaturisce dal technicolor fumettistico.

Colonialismo a fumetti

In qualche modo, questo protagonismo di Bilbolbul è un’eccezione nel panorama dei primi comics, dove il fulcro era il ragazzino bianco e i personaggi di colore svolgevano un ruolo accessorio, tendenzialmente caricaturale, come esamina il saggio di Alessio Trabacchini (tra le altre cose organizzatore di Bilbolbul). Una figurazione del diverso parallela con quanto avveniva, teatralmente, nei minstrel show, da cui proviene la pratica del blackface oggi particolarmente stigmatizzata (nel volume, un capitolo apposito è destinato a questo specifico tema nel fumetto). La stilizzazione blackface influisce anche su icone fumettistiche potentissime come Felix the Cat e lo stesso Mickey Mouse, oltre a influenzare il Golliwogg, un celebre pupazzo dell’epoca che ritorna ne “L’odiato burattino” di Antonio Rubino, dove tale bambolotto perseguita il padroncino che cerca in ogni modo di sbarazzarsene (potrebbe essere suggestivo immaginare una proiezione del senso di colpa inconscio…).

Colonialismo a fumetti

In questo contesto, la posizione degli autori del Corriere dei Piccoli si muove in modo non sempre limpido tra un esotismo più generico e il colonialismo che permea l’Italia degli anni ’10. Nel Bonaventura di Sergio Tofano il “nero cannibale” appare come antagonista generico, luogo comune esotistico fuso nella elegante stilizzazione dell’autore. Attilio Mussino invece è l’autore che più si presta a – blande e misurate, nello stile signorile del Corriere – tavole fumettistiche ambientate nell’impresa coloniale, e ad essa favorevoli. Lo stesso Bilbolbul viene analizzato in questo saggio come più complesso e problematico, con l’identificazione di quattro diverse fasi del personaggio e la sua evoluzione in parallelo al cambiamento della società, dal 1908 al 1933.

Fabio Gadducci  e Sergio Lama (autori tra il resto del fondamentale Eccetto Topolino, sul fumetto in era fascista)esplorano il tema della guerra Italo-Turca, che dà nuovo impulso al colonialismo italiano nel 1911-1912 e vede l’apparizione di storie esplicitamente colonialiste, come il Nello e il Gian Saetta di Mussino.

Roberto Bianchi esamina come, con l’avvio della Grande Guerra, l’accentuarsi dell’interventismo del Corrierino è seguito in una seconda fase, dopo Caporetto (1917), dalla nascita di giornali di trincea come La Tradotta e La Ghirba, dove il fumetto svolge un ruolo importante anche per il semianalfabetismo di molti soldati, che rende necessario un approccio più visuale alla propaganda. Rubino, in particolare, si distingue per storie dove la demonizzazione del nemico austriaco passa per il ricorso a un parallelo coi “selvaggi” africani antropofagi.

Il volume documenta poi come, su queste basi, una figurazione stereotipa dell’Africa e dei suoi abitanti passi poi nei fumetti fascisti, in modo connesso soprattutto alla ripresa del colonialismo da parte del Regime con la sua espansione in Corno d’Africa. Il Duce resta sempre sullo sfondo, per non contaminarne l’immagine accuratamente costruita con la caricatura, ma appaiono rimandi a “Faccetta nera” e frequenti inserimenti di giovanissimi balilla impegnati in eroicomiche imprese coloniali.

Chiude la raccolta una postazione di Iciaba Scego che sostiene una posizione, ci pare, simmetrica a quella di Stefanelli in apertura del volume. La Scego riprende una polemica del 2014 contro il Festival Bilbolbul, e parte dalla considerazione del carattere, a suo avviso, subliminalmente razzista del “primo fumetto italiano”, nella figurazione stereotipata dell’africano sia nel fisico, sia nell’atteggiamento ingenuo e sprovveduto. In particolare, si sottolinea la contraddizione tra la natura progressista del Festival (quello più dichiaratamente “autoriale”, in effetti) e l’accettazione acritica di un personaggio proveniente da una mentalità influenzata dal colonialismo.

Un’appendice finale tocca un tema a suo modo collegato, ovvero la rappresentazione pervasiva di un’immagine stereotipata degli africani nella pubblicità dell’epoca, spesso in connessione a prodotti di provenienza coloniale. Un fenomeno “a latere” rispetto al fumetto, ma che ne sfrutta sicuramente la comune componente del cartoon, e spesso anche l’adozione di una forma fumettistica.

Insomma, un saggio di indubbio interesse, con un ricco apparato visivo (vedi anche qui per altri esempi), che contribuisce a leggere con un taglio critico un periodo seminale del fumetto italiano nel suo sorgere nel primo Novecento. L’accessibilità del volume, unito al rigore critico, ci pare possa renderlo ideale per un’adozione in una biblioteca scolastica, come mezzo per indagare anche sotto il profilo visivo il fenomeno storico del colonialismo, come è sicuramente sempre più necessario fare. Soprattutto per la storia novecentesca, pienamente immersa in una contemporanea civiltà dell’immagine, di cui i fumetti sono parte fondante.