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Jonas Fink: la resistenza discreta della letteratura

21 Luglio 2018
Jonas Fink di Vittorio Giardino è un romanzo a fumetti intriso di letteratura, a partire da Kafka.

Jonas Fink

Jonas Fink di Vittorio Giardino si è, dopo vent’anni, concluso, e non potevo non parlarne in questo blog sul rapporto tra letteratura e fumetto: pur non essendo un adattamento letterario di un singolo romanzo, è un’opera totalmente intrisa di letteratura.

La particolarità dell’opera, come detto, è il grande lasso di tempo intercorso nel suo completamento, in parte forse anche legata a una sua certa scomodità ideologica: in Jonas Fink si critica il totalitarismo sovietico, con riferimento soprattutto alla Cecoslovacchia e al dominio sull’Europa dell’Est, imprigionata dalla “cortina di ferro” che la consegnava alla sfera d’influenza dell’URSS. I muri sono caduti nel 1989, naturalmente, ma è innegabile che il fulcro dell’attuale sinistra abbia ancora le sue radici nel vecchio PCI. Un nume tutelare della statura di Giorgio Napolitano, per esempio, ai tempi dell’invasione sovietica dell’Ungheria inevitabilmente appoggiò l’invasione russa che stroncò il tentativo di autonomia di Budapest con la violenza.

Jonas Fink

Avviato nel 1992 con L’infanzia, all’indomani della fine del sistema sovietico, il Jonas Fink continua con l’Adolescenza, pubblicato in Francia nel 1997, e solo oggi – 2018 – viene completato con l’età adulta del protagonista, il terzo capitolo che ci porta fino al 1990 dal 1950 da cui la storia era iniziata.

Fin dalla prefazione dell’attuale edizione completa Giardino sottolinea un parallelo tra il praghese Jonas F. e il praghese letterario per eccellenza, Josef K.. Di Franz Kafka, il totalitarismo comunista cecoslovacco narrato da Giardino ricorda soprattutto “Il processo” (1920), anche se il tono non è surreale, ma realistico, e ancor più vicino a una testimonianza come “Buio a mezzogiorno” (1940) di Arthur Koestler, citato apertamente nel testo e considerato spesso una fonte per la rielaborazione fantascientifica (ma totalmente credibile) del ben più noto 1984 di George Orwell, del 1948.

Se in Buio a mezzogiorno assistiamo alla caduta di un ipotetico dissidente nelle maglie della terribile inquisizione stalinista (come per il processato di Kafka e per il padre di Jonas, le accuse sono vaghe, fumose, indefinite – e tuttavia letali nelle conseguenze), nel Fink tale orrore spetta al padre, che sparisce dalla terza pagina in poi, mentre noi assistiamo alla angoscia della famiglia, distrutta dall’assenza del padre, svanito nel gorgo delle prigioni politiche. Come recita il sottotitolo, quella di Jonas e della madre diviene Una vita sospesa, nell’ombra del padre, nell’attesa del suo ritorno o di una impossibile giustizia. Ma se fino a qui la corrispondenza con opere letterarie è puramente tematica, analizzando la trama in controluce vediamo che la letteratura costituisce l’ossatura del percorso di Fink, in modo da un lato evidente nella trama, dall’altro a volte anche con simbolismi sottili. (Di qui in poi, inevitabilmente, si farà riferimento a elementi della trama dell’opera: consiglio prima naturalmente la sua lettura).

Jonas viene infatti escluso dal Liceo per la sua provenienza da una famiglia di dissidenti, per di più di origine ebraica (viene sottolineato, con amara ironia del fato, come la famiglia di Jonas sia l’unica della sua stirpe sfuggita all’Olocausto nazista, per cadere nelle grinfie dell’opposto totalitarismo) ma anche perché membro di una piccola borghesia colta: la “casa colma di libri” è usata spesso come indizio di ricchezza e dissidenza dai mostruosi commissari politici che decidono del destino di Jonas, perfetti esempi della “banalità del male” teorizzata da Hannah Arendt (il più archetipo è il viscido e insignificante commissario Muda, ultimo ingranaggio della macchina repressiva, che segue la famiglia Fink più da vicino). Significativo che, a lungo, sui libri del padre – legati, ci viene detto da subito, alla sua professione – si mantenga un certo segreto, e solo sul finale venga svelato come si tratti di uno psicanalista: una professione non strettamente umanistica, ma legata a filo doppio alla letteratura del Novecento e ovviamente alla mitteleuropa (e anche, certo, alla cultura ebraica, stanti le origini di Sigmund Freud). L’unico indizio, nella prima pagina, è depistante, in quanto il padre mostra una conoscenza non generalista dell’entomologia. Ma, ovviamente, il riferimento agli insetti (che ritorna nel libro) sviluppa anche una metafora di sapore, anche qui, kafkiano, dall’archetipo più noto creato dall’autore nella Metamorfosi.

I libri divengono l’elemento di salvezza e resistenza per Jonas, in una trama sottile (intrecciata, è chiaro, ad altri elementi, che rendono tale discorso un sottotesto che non inficia il realismo e non risulta così retorico): il professore dona la Vita di Galilei di Bertold Brecht (p.36), ma sottolinea che è la prima versione, quella poi ripudiata dal nume intellettuale del comunismo.

Nella prima versione era più evidente la condanna dell’inquisizione e la visione positiva della scienza; nella seconda è più marcata la responsabilità degli scienziati (nel cannocchiale fatto costruire a Galilei da Venezia per la sua applicazione bellica si riflette il capitalismo che finanzia la ricerca sul nucleare).

Il Gruppo Odradek

Il capitolo dell’adolescenza si lega al Gruppo Odradek, di nuovo una puntuale (e dichiarata, in didascalia) citazione kafkiana: una creatura immaginaria e indefinibile, così come indefinita è l’opposizione di Jonas e dei suoi amici al regime, basata sulla letteratura. Sarebbe facile farne una ragione di forza ideale, invece Giardino non dissimula la debolezza di questa opposizione letteraria.

I libri salvano Jonas, è vero, ma non del tutto, non lo trasformano miracolosamente in un eroe, gli consentono di sopravvivere, grazie alla flebilissima rete di resistenza culturale al totalitarismo. La citazione di Hasek e il suo Il buon soldato Sc’vèik sembra soprattutto un omaggio all’amico di Kafka (p.78), mentre quello de La madre di Gorkij (p.84) non è casuale, perché riflette il diverso rapporto tra la madre del romanzo russo (che diviene la madre di tutti i giovani attivisti compagni del figlio) e quella di Jonas: quando egli trova l’Odradek, inizia ad accentuarsi il solco tra loro. Lysenko, psantemente schernito a p.91, non è un romanziere ma un saggista, che nella sua opera sostenne una tesi alternativa, anticapitalista, alla genetica che si andava affermando in quel periodo (e che a Stalin non piaceva per il suo darwinismo naturale che sembrava continuare in modo ovvio col darwinismo sociale del liberismo). Una citazione che acquisisce ancora più senso nella texture del romanzo, confrontata con quella del Galilei di prima (e, più avanti, col Darwin ideologicamente deformato insegnato al Liceo degli amici di Jonas): non solo la letteratura, ma anche la scienza è oggetto di persecuzione ideologica sotto il totalitarismo.

I poeti amati dagli Odradek, ovviamente, sono spesso censurati come la Achmatova, ma Simonov invece è “legale”. Pinkel istruisce invece Jonas sui grandi classici, che egli ha tradotto: “Padri e figli” di Turgenev, caposaldo del nichilismo, “Le anime morte” di Gogol, che dice molto del cinismo della politica. Ma Jonas continua a essere legato a filo doppio a Kafka, e a letto ne legge il diario (p.106).

“La passeggiata” di Walser è di nuovo un modo per costruire (113) il contesto di Kafka, con cui Pinkel e Blodel si rivelano essere stati in contatto, e che diviene un sintomo del declino della Praga sotto il controllo comunista. Kafka è l’autore che Jonas porta alla riunione di Odradek, mentre Zdenek porta il ben più pericoloso Buio a mezzogiorno, di cui aveva accennato all’inizio, il cui ritrovamento non viene affatto sottovalutato e accelera gli eventi verso la concitata conclusione del capitolo.

La primavera di Praga
 

La terza parte, quella più recente, si colloca prevedibilmente nella illusoria “Primavera di Praga”, che costituì la definitiva conclusione sulle illusioni di un possibile “comunismo dal volto umano”. Così come è apparente il successo di Jonas, che sembra un uomo risolto ma è braccato dai suoi antichi demoni, “si è rinchiuso nel Castello”, come gli annota pacato – citando sempre Kafka – il mentore Pinkel (garbatissimo, ma sempre di sincerità impietosa verso il giovane discepolo) che stronca anche il suo tentativo letterario. Jonas Fink l’ha intitolato Senza domani, un’opera già del settecentesco Denon, non lontano da certe opere meno estreme di Sade, ma che è qui una citazione carpiata: il romanzo è infatti al centro del convegno  de La lentezza, opera di Kundera dove ritorna non solo il tema del comunismo, ma perfino un entomologo caduto in disgrazia dopo la Primavera di Praga.

E se i cospiratori dell’ancien regime comunista emergono in tutta la loro bassezza in un crescendo che dal complotto arriva all’orrore della tortura e dell’omicidio, Jonas non appare un eroe, e il suo modo di gestire le sue due storie d’amore mostra le sue insicurezze e contraddizioni.

Il libraio di Praga

Il ritorno nel 1990 è particolarmente cupo, per essere un segno di una vittoria che storicamente, comunque, vi è stata: Fuong e Tatjana hanno subito entrambe le conseguenze delle scelte di Jonas, la libreria Pinkel è divenuta una boutique, la birreria è divenuta una discoteca, e qui ha luogo l’ultimo incontro con Muda (che ne era avventore già all’inizio: la precisione del meccanismo della trama è sempre impeccabile in Giardino). Il piccolo gerarca comunista, pur sconfitto dalla storia, vince a suo modo quell’ultimo confronto, e in ogni caso sopravvive certo stancamente ma senza dover rispondere dei suoi crimini (esattamente come avvenne per i totalitarismi nazifascisti, del resto).

Detto quanto sopra per la trama, va evidenziato che a dare un forte senso di letterarietà alle opere di Giardino sta anche – e non sembri un paradosso – la perfetta competenza nella gestione del medium fumetto e del suo specifico. Il montaggio di tavola di Giardino è infatti efficace, elegante, ma volto a “sparire” nella percezione del lettore. La sua è una griglia a metà strada tra quella italiana e quella francese (benché poi il minuzioso dettaglio che lo contrassegna richieda un formato ampio), a volte di tre, a volte di quattro strisce; a volte, per via dell’intreccio tra vignette non divise per fila, sospeso tra queste due soluzioni. Un montaggio estremamente leggibile (il che non vuol dire, chiaramente, banale o semplice da realizzare: tutt’altro) che, per il lettore italo-francese di fumetto popolare risulta facilmente accessibile. La stessa chiarezza è quella che traspare dal segno, una distinta ligne claire dettagliata e minuziosa come richiede il gusto di un preciso romanzo storico. Particolarmente efficace è poi il lettering, uno dei tratti più singolari di Giardino: infatti, non si adotta il maiuscolo come avviene nella grande maggioranza dei fumetti, ma uno stampatello minuscolo che rimanda subito ad un carattere più “libresco” del testo.

Insomma, per concludere: un recente intervento online sulla critica a fumetti di Roberto Recchioni parlava della necessità di ampliare il canone fumettistico oltre ai soliti nomi ipercitati: Manara, Pratt, Crepax come trimurti del fumetto d’autore (con Magnus quale autore non sinottico, a volte), ad esempio, o Moore and Miller per il fumetto americano caro alla generazione successiva, cui Recchioni aggiungeva, a titolo d’esempio, Morrison e un suo capolavoro poco citato, We3.

Tornando invece sul canone italiano, credo che Giardino – pur già conosciuto e apprezzato – meriti davvero di essere (insieme ad altri: per me, in primis, De Luca) integrato ai nomi fondamentali di quella generazione. E probabilmente, in questo canone da costruire, il Jonas Fink potrebbe essere il suo capolavoro.

Lorenzo Barberis

Lorenzo Barberis

Nato a Mondovì nel 1976, laureato in Lettere a indirizzo artistico presso l’università di Torino (2000), insegna italiano e storia alle superiori. Scrive per Culture Club 51, la rubrica di cultura del settimanale di Mondovì L'unione monregalese. Il suo blog personale è, dal 2008, fumettismi.blogspot.com. Si occupa di arte visiva, letteratura e fumetto e del rapporto tra i tre ambiti; con Wundergammer.com (2010-2012) ha anche partecipato a un esperimento seminale di critica d’arte del videogame. Collabora al progetto CuNeoGotico (2013-2016), dove ha curato i testi del catalogo per la parte relativa al fumetto, e al progetto DKMO della casa editrice Il Girovago, per cui ha realizzato la prefazione alla parte letteraria del volume. Per il blog network de Lo Spazio Bianco cura dal 2016 il blog Come un romanzo, dedicato al rapporto tra fumetto e letteratura.

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