Mercurio Loi

Mercurio Loi non abita più qui

Come si può presentare ai lettori un nuovo personaggio?  Sedici mesi fa, Alessandro Bilotta, nell’introdurre le avventure del suo eroe  seriale, Mercurio Loi, scelse di far passare il pubblico dalla porta principale, letteralmente: quella di casa del protagonista.

Nell’episodio Roma dei Pazzi lo scrittore romano, coadiuvato dalle matite di Matteo Mosca,  ci accompagnò sull’uscio del professor Loi. Ci fece aprire dal suo domestico e ci invitò ad accomodarci in casa.

Mercurio Loi

Sedici mesi e sedici episodi dopo, Bilotta e Mosca scelgono di “finire” lì come avevano iniziato, con un racconto destinato a chiudere  – per ora – la vita editoriale del personaggio dal titolo eloquente: La morte di Mercurio Loi.  Almeno finché non si apre l’albo e non  si arriva, con un senso di crescente déjà vu, di nuovo a casa del professore, con il (nuovo) maggiordomo che ci riapre la porta. Allora tutto diventa piacevolmente  contraddittorio rispetto al titolo dell’episodio, nei termini d’una scomparsa dell’eroe dal racconto, un’assenza del protagonista dalle vignette che, pagina dopo pagina, assume il senso di un commiato giocoso più che funebre dai lettori.

Mercurio Loi

 Con gli occhi di Mercurio Loi

C’è nel gioco della ripetizione/variazione dell’incipit la cifra stilistica   – ma direi  pure la poetica – che Bilotta ha conferito alla serie.

Il tema del doppio ritorna a più livelli (montaggio, ritmo, figurazione, comunicazione) in tutte le storie.  Non è un caso che la prima e “l’ultima” avventura del personaggio condividano un esordio pressoché identico.  In entrambe le occasioni, servono diverse vignette per rendersi conto che le parole di presentazione dei domestici – perfettamente pensate per allestire il mondo narrativo di Mercurio Loi –  non sono rivolte in primis a noi lettori ma a un personaggio dentro la  storia.

Bilotta sfrutta  con maestria la potenzialità del fumetto, così come del cinema, di sovrapporre, attraverso la cosiddetta  soggettiva,  lo sguardo del personaggio nel racconto, allo sguardo del lettore  sul racconto.  Il tacito accordo di complicità che sottende  questa soluzione espressiva è  che il lettore/spettatore – vestendo i panni  del personaggio – ne assume sì il punto di vista parziale, ma anche il ruolo narrativo. A sua volta, l’autore/narratore assegna al lettore/attore dialoghi  e gesti in linea con il mondo finzionale. Per dirla semplice:

“Facciamo che tu ora sei il Colonnello Belforte e stai entrando in casa di Mercurio Loi…”

Autori e lettori non sono mai autorizzati, nel corso  della narrazione, a mettere in discussione questo gioco delle parti. Come scrive Stephen King in On writing:

È una specie di patto con il lettore: è una storia finta, ma deve sembrare vera, il trucco è tutto qui.

Almeno che non si voglia svelare il trucco ovvero creare, in maniera consapevole, racconti dissonanti che rompono il patto di complicità tra narratore e lettore, per puro divertimento o per  riflessione intellettuale.

mercurio loiNon bisogna  certo scomodare Bertold Brecht o Woody Allen, per individuare anche nel fumetto – così come nel teatro o nel cinema – una lunga pratica di “storie/non storie” che abbattono la cosiddetta “quarta parete”, con personaggi che si rivolgono allo spettatore, riflettono sulla loro condizione narrativa, etc.

Mercurio Loi appartiene alla schiera?  Si e no verrebbe da dire. Al dunque, con una precisa scelta di costruzione narrativa,  l’architetto Bilotta la quarta parete del racconto non l’abbatte mai davvero. Si limita ad assottigliarla e  “mobilizzarla” all’interno delle vignette, secondo estro e necessità drammaturgica.

Mercurio Loi gioca in casa

Avete presente i “fusuma”, le pareti di legno e cartone mobili che contraddistinguono le tradizionali abitazioni giapponesi?  Ecco, sguardi in camera, soggettive e monologhi funzionano allo stesso modo in Mercurio Loi, spostando di continuo i limiti  della “casa narrativa” del personaggio bonelliano.  Esattamente, come per la sequenza in soggettiva  da cui siamo partiti: il domestico sembra rivolgersi direttamente a noi lettori, ci interpella dalla pagina come se fosse consapevole della nostra presenza di “guardoni autorizzati”  ma… Il paradosso dura appena una manciata di vignette, poi nell’inquadratura  entra l’interlocutore diretto (il poliziotto) e tutto rientra nella norma.

La quarta parete narrativa che sembrava sul punto di cedere, svelando la finzione, e di nuovo lì al suo posto come se nulla fosse accaduto.  Eppure  qualcosa è accaduto e lo spostamento costante del confine del racconto caratterizza, in modo particolare,  il rapporto  tra la serie e i lettori.

Mercurio Loi

Per dirla in modo narratologicamente forbito, le storie di Mercurio Loi oscillano tra diegesi e metadiegesi. Questo caracollante entrare e uscire dal racconto, trova una singolare consonanza dentro il mondo finzionale del personaggio nella ricorrente presenza della sua casa, location chiave dei sedici episodi e degli incipit che sanciscono l’inizio e la fine delle avventure del professore. Se le strade di Roma sono per il detective flâneur lo spazio dell’avventura,  dell’imprevedibile e del meraviglioso, l’adorata magione sul Tevere ne rappresenta il doppio interiore, lo spazio della riflessione e dei sentimenti.

In questo senso, il rapporto strada/casa delle storie funziona anche come interessante metafora del rapporto tra Alessandro Bilotta e il linguaggio fumettistico bonelliano delle storie. In Mercurio Loi, lo scrittore romano – coadiuvato da un manipolo di sountuosi complici grafici (da Catacchio a Ponchione, da Bacilieri a Gerasi…) – rispetta le canoniche leggi di “casa Bonelli” e, al tempo stesso, le trasforma in  fantasiose eccezioni.  Non che sia il suo primario obiettivo, ma è indubbio che Bilotta dimostri come la cosiddetta “gabbia bonelliana” sia una prigione espressiva solo per quegli autori che non sanno amarla e che, al contrario, ci siano innumerevoli, produttivi, modi di evadere dai clichè seriali.

All’autore di Mercurio Loi non interessa tanto abbattere pareti, quanto invece abitare con intelligenza e creatività  la casa del fumetto popolare.

Mercurio Loi

Tant’è che domandarsi se  il personaggio sia davvero scomparso nel mondo narrativo di questo sedicesimo episodio non ha molto senso. Basterà ricordare che Bilotta l’aveva già fatto morire in uno dei molteplici “finali a bivi” del sesto episodio ( A passeggio per Roma), vero e proprio manifesto poetico della serie.

In fondo, che sia morto o meno nel racconto, ad albo richiuso Mercurio resta vivo, vivissimo, indelebile nella memoria di chi ha seguito questa  grande avventura seriale. Talmente grande (e importante) in un tempo piccolo come quello del fumetto italiano di oggi, da faticare a credere che questa possa essere davvero la fine del personaggio .

Più facile pensare (sperare?) che Mercurio Loi alla fine abbia, semplicemente, traslocato dalla dimora sul Tevere a un nuovo domicilio per ora ignoto e  che,  presto o tardi, Alessandro Bilotta ci accompagnerà di nuovo sull’uscio di casa del professore.

Mercurio Loi