Sono entrato in quello sgangherato, malandato negozio di fiori di New York, tra la Quinta e la Sesta Strada, tanti anni fa. E, in fondo, non ne sono più uscito.
Poco importa che quel negozio non esista più (non nella sua forma originaria), nemmeno nelle storie di Alan Ford. D’altronde non è mai esistito davvero, o meglio appartiene — come tutte le cose migliori del fumetto italiano — a un altrove re-immaginato, sospeso tra Brooklyn e Porta Romana, tra la Via Emilia e il West, per dirla col poeta.

Ora Max Bunker, di anni 86, ha scelto di posare la penna. Lo ha scritto lui stesso nell’editoriale del suo numero finale, con quella voce editoriale, burbera e scostante, che i lettori del «semper voster» conoscono bene («mi sono un po’ stancato»).
Un commiato storico per un fumetto storico che merita un bilancio non nostalgico, ma critico. Eccole, dunque: cinque cose preziose, cinque lezioni di letteratura disegnata che ho imparato frequentando quel tragicomico negozio di fiori e il suo vulcanico proprietario meneghino.
1. «Vorrei ma non posso» o dell’eroe senza qualità
C’è un momento in cui un fumetto smette di essere “solo” un prodotto di consumo e diventa parte dell’immaginario stratificato di un intero paese. Per Alan Ford, quel momento fu l’estate del 1971, con il numero 26 — quello con Superciuk — quando l’Editoriale Corno, già pronta a chiudere l’esperimento seriale dello sceneggiatore Luciano Secchi e del disegnatore Roberto Raviola, alias Max Bunker & Magnus, arrivò imprevedibilmente a venderne oltre 100.000 copie.

Superciuk, il super-villain sbevazzone che ruba ai poveri per dare ai ricchi, diventa la definitiva sublimazione dell’impalcatura seriale che Bunker & Magnus avevano allestito negli episodi precedenti.
La parodia di genere (in questo caso il fumetto supereroistico Marvel, appena importato proprio da Bunker e dalla Corno in Italia) incontra la critica sociale. Incontra e si scontra: perché quello che gli autori mettono in scena è un cortocircuito tra il “sense of wonder” che la mitologia popolare statunitense porta alle giovani generazioni e la concreta, a tratti brutale, attualità del nostro Paese.

Alan Ford, grafico mancato che finisce a fare lo scalcagnato agente per un ancora più improbabile servizio segreto (il gruppo TNT), è un perdente strutturale. È un eroe del non esserlo, un precario ante litteram che rimane intrappolato nell’avventura per inerzia, più che per convinzione.
Vale per Alan e vale per gli altri malandati membri del Gruppo TNT, e perfino per i loro avversari. Non sono capaci. Sopravvivono per caso, episodio dopo episodio. E il caso diventa la forma più onesta di avventura che i personaggi possono permettersi.
Questo “rifiuto” dell’arco narrativo di trasformazione dei personaggi si innesta , per contrasto, nel contesto serissimo della spy story, del mystery, del thriller con esiti esilaranti. Potremmo applicare alle storie di Alan Ford la struttura delle avventure di James Bond e accorgerci di quanto tutto torni, ma alla rovescia.
Alan Ford funziona perché la tensione non si risolve mai: c’è sempre un prossimo numero, un prossimo fallimento, una prossima umiliazione tollerata con dignità involontaria, in quella che diventa una picaresca poetica del “vorrei ma non posso”.

2. «Sciura mia, che aventura!»: la lingua re-inventata
Le storie di Alan Ford sono piene di sorprendenti variazioni linguistiche, un sistema espressivo irripetibile di dialettismi milanesi, latinismi improvvisati, neologismi surreali, insulti elevati a forma d’arte.
Se il grande Dario Fo ha fabbricato il suo meraviglioso “Grammelot” in teatro, si può dire che Max Bunker abbia codificato un curioso “Bunkerlot” del fumetto popolare.

Questi fuochi d’artificio linguistici, seminati nelle didascalie così come nei dialoghi, scoppiano sulla pagina disegnata, innervandone il ritmo grottesco, reso plasticamente dalle variazioni grafiche di Magnus, che li arricchisce con gli “sguardi in macchina” e gli inside joke.
L’innovazione bunkeriana sta anche nell’abolizione della ridondanza con ellissi narrative che chiedono al lettore di completare il senso.

In questo sistema, il meccanismo del controcanto diventa decisivo. Bunker orchestra una macchina comica polifonica: da una parte il flusso verbale, roboante e menzognero; dall’altra la verità scenica delle immagini di Magnus e dei suoi epigoni grafici.
Nelle celebri “Storie del Numero Uno”, il meccanismo è parodico e quasi musicale: il vecchio capo si autoritrae come eroe titanico, mentre le vignette lo tradiscono senza pietà, mostrandolo meschino e avido. È in questo attrito che nasce il surreale.

3. Una risata ci salverà (o almeno ci proverà)
Alan Ford nasce nell’Italia del 1969: un anno dopo il Sessantotto, con un paese in subbuglio, scosso dalla contestazione, tradito dall’utopia, e destinato di lì a poco a vivere la ferocia della strategia della tensione e del terrorismo.
Le grandi campiture nere e le silhouette nelle vignette di Magnus, espediente nato per velocizzare la mostruosa produzione industriale dell’artista (oltre ad Alan Ford, in quel periodo realizzava sempre con Bunker anche le storie nere di Kriminal e Satanik), finiscono per restituire un non detto visivo, un cupo, persistente spirito del tempo.

Nel picaresco universo di Alan Ford si sta dalla parte dei buoni, ma senza certezze assolute, perché per l’autore Max Bunker, così come per il cittadino Luciano Secchi, non esiste una vera parte dei buoni. Il Gruppo TNT lavora per un “sistema” che nemmeno ne riconosce il valore, contro avversari che sono specchi deformanti del sistema stesso.
Questa equidistanza cinica riporta la morale bunkeriana nella tradizione del “Qualunquismo”. Poco importa, analizzando l’opera, se scegliamo di aderire o meno a alla visione cinica dell’autore. Resta il fatto che essa sorregge in modo coerente l’impianto comico della serie: uno sberleffo sistematico al potere che, a ogni ideologia, contrappone una irrefrenabile, sguaiata, risata.

Non stupisce, in questo senso, la straordinaria diffusione di Alan Ford nella Jugoslavia degli anni Settanta: in un contesto di regime abituato a leggere tra le righe, il grottesco bunkeriano ha parlato senza dire.
E forse, una certa crisi e stanchezza narrativa della serie sono iniziate proprio nel momento in cui questa impalcatura comica e satirica non ha più saputo confrontarsi con le mutate dinamiche del potere.

4. Il tempo passa, ma non spassa
Alan Ford vanta una continuity robusta e stratificata, tra le più ricche e originali del fumetto seriale italiano. Personaggi che spariscono, ritorni inattesi, cambi di scenario, matrimoni, funerali, dissoluzioni e ricomposizioni.

Per trovare qualcosa di simile — lasciando da parte l’universo dei manga — bisogna attraversare l’oceano e guardare ai comic book americani di supereroi, per esempio alla tessitura decennale di trame e sotto trame di Chris Claremont sugli X-Men. Con una differenza decisiva: al contrario degli apparati collettivi delle major statunitensi, in Alan Ford un unico autore controlla tutto.
Bunker decide chi va e chi viene, chi vive e chi muore, con un’arbitrarietà che ricorda Alexandre Dumas o Honoré de Balzac. Alan Ford si apparenta così al grande feuilleton ottocentesco.
D’altronde, non si tratta di una progressione lineare: nessuno impara davvero, nessuno si salva. È un affastellamento per accumulo e ripetizione, tensioni che si sgonfiano in bolle di sapone narrativo, una continuity entropica da soap opera.
Il tempo accumula eventi, ma non produce mai un senso ultimo. È la continuity del disincanto: tutto cambia perché nulla cambi davvero.

5. Alan Ford non esiste senza «Bunker & Magnus»
Non mi riferisco a questioni editoriali o di proprietà intellettuale, che esulano da questo tipo di lettura critica.
Parlo in senso espressivo. Il chiaroscuro espressionista, le deformazioni caricaturali, le inquadrature cinematografiche costituiscono il cuore del ritmo fumettistico di Alan Ford, laddove la cinica scrittura bunkeriana si è integrata nell’immaginifico storytelling visivo di Magnus.
È questa osmosi — non la somma di due contributi separati, ma la loro fusione — che rende memorabile Alan Ford.

Dopo l’uscita dalla serie nel 1975 e la successiva esperienza de Lo Sconosciuto, Magnus rielabora quella grammatica visiva in chiave più realistica. Resta comunque la lezione narrativa maturata anche nel confronto con le sceneggiature di Bunker per Alan Ford: il gusto per l’ellissi e per il non detto.
Così è stato anche per Alan Ford, a ben vedere. Dopo l’uscita di Magnus, l’impianto grafico della serie resta sostanzialmente ancorato alla grammatica visiva definita nella fase iniziale. Dal bravissimo Paolo Piffarerio al rigoroso Dario Perucca, la linea mantiene una forte continuità stilistica con Magnus.
Questo ancoraggio ribadisce quanto quell’impianto espressivo, così originale, non fosse sostituibile né rinegoziabile nel rapporto della serie con il pubblico.

Riconoscerlo non toglie merito a Bunker o a Magnus, ma illumina una dinamica complessa e mai risolta nella grande stagione del fumetto popolare. Sarebbe difficile, per limitarsi a pochi esempi, pensare ai Fantastici Quattro di Stan Lee senza Jack Kirby, ad Alack Sinner di Carlos Sampayo senza José Muñoz, o a Ken Parker di Giancarlo Berardi senza Ivo Milazzo.
Conclusioni (?): «Ritorno alle origini»
Il numero 681 di Alan Ford — il primo scritto da Riccardo Secchi, figlio di Max/Luciano e sceneggiatore ormai di lungo corso a sua volta — uscirà il 23 maggio 2026.
Possiamo ipotizzare che lì dove, in oltre 50 anni, hanno fallito Superciuk, Gommaflex, Grande Cesare, il barone Wurdalak, Baby Kate e tanti altri, riusciranno, prima o poi, la moria delle edicole e il mancato ricambio generazionale dei lettori?
Forse sì. Il discorso ci porterebbe lontano e, fortunatamente, non è questa la sede per farlo. Sta di fatto che il prossimo episodio si intitola Ritorno alle origini: un titolo, a mio avviso, comunque azzeccato. Perché in Alan Ford, come in tutte le mitologie del fumetto popolare, le origini non sono mai solo un punto di partenza. Sono un luogo da cui non si smette mai di tornare, con o senza negozio di fiori.

Bibliografia
Lo ripeto sempre: post e articoli online non sono saggi, ma se siete arrivati sin qui (!), mi corre l’obbligo di segnalare che oltre alle personali frequentazioni del negozio di fiori, le riflessioni fatte prendono spunto da diverse letture. Prime fra tutte le interviste rilasciate da Max Bunker e Magnus negli anni, le introduzioni di Max Bunker alle diverse ristampe della serie, e poi dalle seguenti fonti saggistiche e critiche.
Daniele Barbieri, I linguaggi del fumetto, Edizioni Bompiani
Daniele Barbieri, “Bunker e Magnus: un fiume di creatività”, introduzione al volume Alan Ford, Edizioni Mondadori
Moreno Burattini, Max Bunker. Una vita da numero uno, Edizioni Cut Up
Luigi Codazzi, note editoriali al volume Alan Ford, Edizioni BUR
Goffredo Fofi, “Alan Ford: L’ultimo resistente” in Magnus. Pirata dell’immaginario, Edizioni Hamelin
Aleksandra Ivić, “Alan Ford e la Casa dei fiori di Tito”, in https://www.balcanicaucaso.org/cp_article/alan-ford-e-la-casa-dei-fiori-di-tito/
Luca Raffaelli, Tratti & ritratti. I grandi personaggi del fumetto da Alan Ford a Zagor, Edizioni Minimum Fax
Davide Steccanella, La filosofia di Diabolik e Alan Ford, Edizioni Mimesis
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