Bentornati su Lo Spazio Disney!
Il mese traumatico per eccellenza sta ormai volgendo a conclusione e bene o male credo che molti di voi siano tornati appieno alla propria routine e scesi a patti col fatto che le vacanze estive sono a questo punto solo un ricordo. L’obiettivo sono ora le ferie natalizie, come si suol dire ????
O, per noi appassionati di fumetti, prima ancora Lucca Comics, che ormai incombe a circa un mese di distanza dalla pubblicazione di questo pezzo: sciolgo subito le riserve per dire che quest’anno salterò l’allegra kermesse toscana. Dopo il giorno singolo del 2022 e la versione extended pressoché completa del 2023, stavolta resto in panchina e mi prendo un anno sabbatico, risparmiando money ed evitando quello che è comunque un tritacarne che necessiterebbe di ferie successive per riprendersi ???? un bellissimo tritacarne, beninteso, una fatica ben ripagata dal contesto, dall’atmosfera e dalle persone che si incontrano. Ma per il 2024 balzo.
Ora però restiamo ancora un po’ ancorati su settembre, un mese incerto per il suo essere in bilico tra estate e inizio autunno… anche Topolino paga lo scotto di tale limbo sfornando 4 numeri nel complesso ben poco ispirati, albi che stentano a proporre storie realmente valide e interessanti e che in sostanza ho trovato decisamente sottotono.
Settembre 2024: le storie da Topolino

Sì tenta di dare una svolta tematica al concept, rendendo Minni e la sua amica-collega della Purple Boutique due insegnanti in una scuola di moda e inserendo nuovi personaggi, tra cui un losco arrivista, ma il tutto non viene amalgamato nel modo migliore e soprattutto non è reso interessante. La trama stenta a decollare, i presupposti sono deboli e la classe non viene sufficientemente approfondita per potersi sintonizzare sui ragazzi.
Dal secondo blocco c’è qualche pallido segnale di ripresa, complici alcune azzeccate citazioni proprio a Siamo serie!, ma non basta a salvare un progetto claudicante; la componente “thriller” legata alla truffa di cui le protagoniste rischiano di cadere vittime cresce man mano e contribuisce anch’essa a rendere vagamente più interessante il plot, ma a dirla tutta la risoluzione si conforma in maniera piuttosto prevedibile, e alla fine mi sento di dire che l’unico pregio risiede nella spontaneità con cui viene descritta la protagonista, molto naturale, moderna e centrale senza bisogno del proprio compagno, anzi senza mai nemmeno nominarlo.

Elemento fondamentale in una storia su stilisti e affini, la disegnatrice fa cambiare vestito a Minni in moltissime occasioni, sempre adeguato ai differenti contesti in cui si trova, rendendola fresca e pimpante come non mai. Intrigante è pure il character design dei nuovi personaggi, dotati di una certa varietà animale, così come risultano efficaci le ambientazioni.
Anche la gabbia funziona molto bene, senza rotture eccessive della struttura ma rifuggendo comunque la consueta scansione “rigida” per creare soluzioni notevoli: tre vignette strette su una riga, bordi inclinati, ampio uso di doppie, elementi del disegno che intervengono nella griglia (paraventi, pellicole, tempeste di sabbia).
Uno dei risultati migliori raggiunti finora dall’artista, che denota il lungo studio dietro la parte visiva della sceneggiatura. Mi compiaccio.

Ai testi troviamo stavolta Secchi, mentre per i disegni restiamo “in famiglia” rispetto alla volta precedente, visto che è di scena il mitico Pastro, marito di Giada Perissinotto.
La scelta in questo caso è quella di riportare in maniera molto lineare e letterale la storia di origini del supereroe di Asgard cucendola sopra al buon Donald Duck, scoprendo che in fondo si adattava piuttosto bene ai canoni e alle esigenze disneyane, con qualche semplice accortezza. Rispetto a quanto raccontato da Barbieri per Donald/Logan, questa scelta da parte di Secchi permette di avere una narrazione più solida e comprensibile anche dai lettori meno avvezzi ai fumetti della Casa delle Idee, una storia più autonoma e capace di funzionare a tutti gli effetti.
Certo, dovendo comprimere nelle solite 24 tavolette una origin-story e la parte d’azione, in qualche modo il senso di compressione di avverte anche stavolta, ma il risultato complessivo è sicuramente più godibile “a tutto tondo”.
Lo spunto iniziale inoltre è particolarmente felice nel suo tratteggiare il rapporto tra Paperino e i nipotini; nella parte finale, invece, il protagonista affronta i paperi alieni di pietra con una epicità che non può non ricordare quella di matrice pikappica: sotto questo aspetto un ruolo fondamentale è ricoperto dal disegnatore, che ovviamente pesca a piene mani da quell’immaginario che ha contribuito a fondare, fondendolo con ispirazioni e omaggi all’estetica Marvel, Jack Kirby in primis.
Il risultato è sontuoso: tavole ricche di elementi, idee, effetti visivi e vignette dove il dinamismo la fa da padrone. Paperino viene fatto recitare efficacemente nella sua incarnazione classica e rimane assolutamente credibile anche quando si trasforma in Thor, dove spacca tantissimo!

Perché dico ciò? Perché, mentre nel fumetto i fantasmi del titolo si rivelavano ben altro che spettri, nel cartone animato il più bel trio della narrativa popolare (Topolino, Paperino e Pippo) se la dovette vedere con vere e proprie apparizioni fantasmatiche, cosa che accade anche stavolta.
Barbieri sceglie in ogni caso un approccio rispettoso dell’illustre precedente a cui si ispira, creando solo un labile collegamento con le trame del 1936-1937 e recuperando sostanzialmente l’agenzia che i tre protagonisti avevano messo in piedi all’epoca: scelta intelligente perché rende questa nuova avventura piuttosto indipendente da quel caposaldo, che viene ripreso solo per il setting e lo spunto di partenza.
Questo restart non mi ha però colpito granché: a fronte di un inizio ben giocato grazie all’idea del vecchio telefono nella soffitta di Pippo che torna a suonare, la trama si adagia ben presto su un canovaccio fin troppo canonico e che per questo motivo riserva ben poche sorprese nel suo sviluppo. I rapporti della famiglia proprietaria della villa in cui finiscono i protagonisti sono da cliché di questo tipo di storie, e anche l’identità di chi ha assunto i tre acchiappafantasmi è facilmente intuibile.
Quello che funziona sono però i rapporti tra Topolino, Paperino e Pippo: Barbieri ha già avuto modo di farli interagire nelle avventure che ha scritto per Wizards of Mickey, ma è al di fuori di universi alternativi che si può misurare appieno la capacità di un autore di muovere veramente bene i tre personaggi assieme, e devo dire che lo sceneggiatore ha superato il test riuscendo ad amalgamarne bene le personalità e a valorizzarle singolarmente dividendo a un certo punto il terzetto all’interno della casa infestata, sfruttando uno stratagemma classico proprio dei cortometraggi animati corali.

I disegni di Vian sono invece un ulteriore elemento di criticità dell’opera: vero che il suo tratto gotico, conturbante e sporco ben si presta ad atmosfere di questo tipo – non a caso l’artista ha lavorato molto sulle pagine di X-Mickey – ma in questo caso specifico il suo stile ha appesantito troppo i toni della vicenda, rendendo istintivamente più ostico l’approccio a un racconto che già di per sé non appare così “liscio”.
Certe pose dei protagonisti, alcune espressioni strane se non proprio fuori luogo rispetto al contesto, un character design claudicante per i comprimari, l’inchiostrazione e la colorazione troppo calcate, le ombre con l’effetto sfumato mi hanno complicato un po’ la fruizione della storia: solo nei passaggi in cui Topolino, Paperino e Pippo appaiono come i loro stessi del passato la mano di Vian sembra farsi più felice ed equilibrata, trovando quella sobrietà e quella chiarezza espositiva che per il resto latita.

Cavazzano ai disegni contribuisce molto a quell’atmosfera di cui dicevo poc’anzi, grazie alle ambientazioni del tetro castello, del bosco sinistro e anche solo della Paperopoli ostaggio di un temporale coi fiocchi, disegnate forse con meno evocatività degli scorci visti ne Il miliardo o nella storia de L’ora del terrore con il giovane Paperone nel Klondike ma in maniera capace di comunicare l’ansia e il panico.
Permane però la china discendente per quanto riguarda la raffigurazione dei personaggi, principali e non, che si ravvisa ancora una volta soprattutto nei becchi ma anche nelle espressioni.

Insomma, niente di che, però non l’ho sgradita: e in tale contesto la matita sobria, sicura e lineare di De Lorenzi è particolarmente adatta a raffigurare una storia di questo tipo.
Gambadilegno e la gelosia canaglia, di Giovanni Eccher e Giorgio Cavazzano (n. 3589), rappresenta l’esordio dello sceneggiatore bonelliano nel mondo Disney. Lo fa con una trama senza pretese, equilibrata… forse poco interessante? Il mio giudizio è sospeso, in questo caso, non riesco bene a capire se e quanto l’abbia gradita. Carino lo spunto della gelosia di Pietro nei confronti di un complice che sembrerebbe fare il filo a Trudy, anche ben sviluppato nel finale, ma in fondo non mi sono mai sentito realmente coinvolto nella vicenda.
Purtroppo anche Cavazzano ci mette del suo per confondermi le idee: se il protagonista in questo caso non ha perso molto dello smalto che il maestro sapeva infondergli in passato, Topolino e Minni sono difficili da associare alla matita di Re Giorgio e anche solo da processare.

Zio Paperone e l’arcano artigiano, di Alessandro Sisti e Luca Usai (n. 3589), è una storia solida, scritta con mestiere da un buon Sisti, ambientata a Venezia tra magia e elogio degli artigiani e delle loro botteghe storiche.
C’è Zio Paperone, c’è Amelia, c’è un colpo di scena non proprio inaspettato ma ben giocato e c’è un Usai in grande spolvero ai disegni, che colpisce con una iniziale spread page vertiginosa veramente da applausi.

Il tema del calciomercato è perfetto da parodizzare e infatti non è la prima volta per Topolino: lo sceneggiatore lo articola mettendo in campo due accentratori di disastri come i due cugini paperi, nella duplice veste di procacciatori e di reporter, sulle tracce di un fenomeno calcistico che Paperone vuole assicurarsi. Ho apprezzato le gag a ripetizione, la sconsideratezza di Paperoga e la presenza del giocatore timidone che ha modo di portare sul finale una buona morale, non stucchevole.
Nota speciale per il titolo della rivista che legge l’ex fidanzata del campione: “Gente di un certo livello”, citazione diretta a un elemento degli storici sketch di Fabio De Luigi nei panni di Guastardo durante Mai Dire Gol della Gialappa’s Band.
Perina fa come sempre un ottimo lavoro, i suoi paperi sono fantastici per vitalità e recitazione.

Stavolta l’idea funziona, grazie alla riflessione sul rapporto di Paperone con la fortuna. Si rischiava di andare a scomodare la Numero 1, invece si è preferito concentrarsi su qualcosa di inedito e di questo non posso che essere lieto. Siamo nel periodo in cui il protagonista era tornato a Glasgow per aiutare i suoi con i debiti del castello di famiglia: trovatosi senza più un soldo per tornare sui suoi passi alla ricerca della ricchezza, si industria in attività dolciarie mostrando di che pasta è fatto.
La punta di diamante dell’opera, comunque, risiede nei disegni di un Maccarini esagerato, che oltre a matite e chine cura anche interamente la colorazione, gestendo quindi in toto l’estetica della storia e dandole veramente una marcia in più. Il tratto morbido ed estroso dell’artista si fa ancora più soave nei lunghi flashback, aiutato da una tavolozza dall’effetto acquerellato azzeccatissima. Il contesto scozzese rivive in maniera quasi fiabesca grazie a uno stile carinissimo, quasi puccioso, valorizzato anche da una buona regia e una bella gestione della griglia.
L’unico vero neo è l’aspetto del giovane Paperone: in questa fase della sua vita non è più un ragazzino ma un giovane uomo, per stessa ammissione dello Zione attuale quando inizia a rievocare la vicenda, ma Maccarini lo ritrae come un pulcino tutto testa, rifacendosi molto a quello disegnato da Fabrizio Petrossi nella graphic novel Glènat Il drago di Glasgow, quello sì però ancora bambino. Insomma, un bellissimo paperottolo, ma che non corrisponde affatto all’aspetto che il personaggio dovrebbe avere all’epoca dei fatti. Peccato, perché per il resto si tratta di un lavoro che merita solo encomi e senza una grinza.

Ancora una volta Leoni supporta egregiamente il dinamismo della sceneggiatura con il giusto piglio, dimostrando versatilità e di cavarsela egregiamente anche con Newton.

Per quanto riguarda i disegni di De Lorenzi, si veda quanto ho scritto per la storia a bivi di Paperino.
La grande mitologia papera – Paperon Athinios e i doni degli dei, di Luca Barbieri e Nico Picone (n. 3591), si pone sulla scia discretamente positiva delle altre storie di questa serie internazionale sui miti dell’antica Grecia: sicuramente non la mia preferita di quelle pubblicate sinora, ma vanta un buon uso di questo Paperone “alternativo” e descrive in modo efficace il rapporto tra gli dei e gli uomini.
Picone brilla leggermente meno rispetto ai colleghi che l’hanno preceduto su questo progetto, ma comunque offre una prova molto buona e fresca, aiutato come sempre dall’ottima colorazione.

Come nelle brevi precedenti, il ritmo è fortemente debitore di quelli dei cartoon, con un Paperino fieramente tronfio, con un’idea troppo alta delle proprie capacità e la tendenza a strafare combinando guai. È un uso del personaggio adorabile e coerente con i suoi esordi, ed è un peccato che in Italia siano attualmente pochissimi i fumettisti in grado di riportare su carta quelle dinamiche, in special modo nelle conseguenze che queste hanno nei rapporti tra il protagonista e gli altri paperi, in particolare i nipotini.
Anche in questo caso il risultato è delizioso, e permette al disegnatore di imbastire diverse scene ad effetto. Lieto infine che la pagina di presentazione sfrutti l’occasione per pubblicizzare Almanacco Topolino, che ha bisogno di essere rilanciato quanto più possibile.
Bene, direi che per questo mese è tutto.
Alla prossima!