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Quella che segue non è una recensione: è un breve racconto scritto immediatamente dopo la lettura di un fumetto, di cui non vi anticipo il titolo. È nato nel giro di un paio d’ore notturne, sia per la volontà di omaggiare un autore dallo straordinario talento, sia per soddisfare l’esigenza di mettere per iscritto suggestioni e pensieri suscitati da questa coinvolgente lettura.[/box]
Schiena dritta, mani lungo i fianchi, pugni stretti.
Cammina deciso, come gli hanno insegnato a fare, come gli hanno detto che è giusto fare.
Il suo vero problema è la testa: non riesce a tenerla alta, il mento cade in basso, gli occhi si fissano ai piedi. Grossi e pelosi piedi, troppo grossi per il suo metro e sessanta scarso d’altezza. «Perché sono venuto scalzo?», si chiede, e un istante dopo dimentica di essersi posto la domanda. Passo. Il linoleum consunto e macchiato gli si attacca alla pelle. Passo. Il piede si solleva con un rumore plasticoso, si porta dietro polvere, germi, chissà che altro. Quel posto lo usavano per i tossici. Quel tipo di tossici a cui i maglioni stanno sempre larghi; di quelli che si ritrovano in un luogo anonimo per dirsi l’un l’altro che le cose stanno migliorando e che ce la faranno; di quelli che si mantengono il braccio sinistro mentre parlano, quello con i buchi, che non vedono l’ora di traforare ancora una volta non appena avranno finito di raccontarsi cazzate. Ora i tossici non ci sono più, c’è una nuova piaga. Dicono che si sta diffondendo rapidamente, più del previsto, e che quando colpisce ti butta a terra come si deve, come un gancio di Liston nei coglioni.
Cammina lungo il corrido spoglio e solitario, finché non arriva a una porticina.
“Centro tossicodipendenti anon”.
Un uomo con la tuta blu sta rimuovendo la scritta nera incollata sul vetro della metà superiore della porta. Entra. Sette persone su altrettante sedie in un cerchio incompleto.
L’ottava sedia, vuota, aspetta lui. Si siede: il cerchio è completo. Aspetta che qualcuno prenda la parola, ma nessuno apre bocca. Anche loro hanno lo stesso problema con la testa: sette teste calate in basso, sette paia di occhi inchiodati su altrettante paia di piedi. Tutti scalzi: nessuno è arrivato lì senza sanguinare. Guarda i propri piedi: perde sangue, il pavimento è cosparso di orme cremisi, un macabro twister in cui la freccia non può che fermarsi sul fottuto rosso. Nessuno parla.
Si alza.
«Ciao, mi chiamo…» le parole lottano tra loro per uscire, finiscono per strozzarlo. Si schiarisce la voce con un colpo di tosse e riprende: «Mi chiamo Dario, ho appena finito di leggerlo» dice per iniziare, e si chiede se le altre voci che nidificano dentro di lui se ne staranno buone o lo fotteranno strada facendo.
«Ciao, Dario» rispondono in coro con le loro voci monocordi, piatte e nere.
Si chiede da quanto tempo siano lì: la loro pelle è ingiallita, sottile come una buccia, ha cominciato a germogliare. Le loro teste deformate, sempre più simili a tuberi. La loro trasformazione è già a buon punto, pare sia uno degli effetti della lettura. Non sa da dove iniziare. Dalla sua bocca esce la prima parola che gli passa per la testa: «Merda.».
L’ha pensata molte volte mentre leggeva.
«Quanta merda si può ingoiare?»
Non riceve risposte. Ci è abituato, va avanti.
«Quanta ne abbiamo ingoiata senza rendercene conto? Volete sapere cos’è una stronzata? Quella cosa che si dice dei fulmini a ciel sereno. L’ho detta anche io, un migliaio di volte credo. Ma la verità è che prima del fulmine l’aria cambia odore, il cielo colore, l’elettricità è palpabile. Ignoriamo i segnali, saltiamo dalla sedia quando il fulmine arriva e ci diciamo “Cazzo, che fulmine a ciel sereno!” La stessa cosa per quel libro che ci ha portati tutti fin qua. Sapevamo già di quella merda. Voglio dire, cazzo, c’erano tutti i segnali: Justin Bieber, i vegani, i mi piace su facebook e altra roba del genere. Siamo tutti un po’ come quel tipo in quel film francese che cade dal balcone e piano dopo piano continua a ripetersi “fin qui tutto bene”, fino a quando non si schianta. Passiamo le nostre giornate a inseguire l’adulazione di chi ci circonda, a tentare di racchiudere la nostra vita e di mostrare il lato migliore di noi in una foto da spiaccicare sulle bacheche altrui o in centottanta caratteri. Ce ne stiamo seduti qui con il capo chino, l’aria sommessa, e diamo la colpa al libro. Ci mettiamo in cerchio come un’allegra famigliola a un pic-nic domenicale e diciamo che è stato quel bastardo con quel nome impronunciabile a rovinarci la festa. Ma la merda era già qui, dentro di noi, e quel libro ce lo siamo cercati.»
Non posare l’ascia, Eugene, no non posarla. Non fare attenzione, facci sentire la stronza come urla, faccela sentire.

Le vele di Teseo erano bianche. Il nero era negli occhi e nell’animo di quel bipolare schizzospastico di Egeo.

You wired me awake
And hit me with a hand of broken nails
You tied my lead and pulled my chain
To watch my blood begin to boil
But I’m gonna break
I’m gonna break my
I’m gonna break my rusty cage and run
«No, non è uno di quei fumetti per i quali basta dire “che bello”, no! Non deve generarti piacere, deve darti rabbia, odio, autorepulsione, disagio. È un’opera patologica, che ti deve far male e della quale devi comunque continuare a desidererare di cibarti all’infinito. Siamo tutti delle fottutissime teste di patata. È inutile che ve ne state seduti lì in cerca di consolazione, non ne avete il diritto. Non avete il diritto di guarire. Non c’è cura.»
Alza lo sguardo, non c’è più nessuno. Le sedie sono vuote, forse lo sono sempre state. Esce fuori dalla stanza. Non c’è più l’uomo con la tuta blu.
La scritta è sostituita. “Centro recupero lettori Paranoiae.”
Ripercorre a ritroso il percorso di sangue che ha lasciato quando è arrivato. Nessuno arriva lì senza sanguinare.
25/11/15 ore 02:46



