Andrea Pazienza

Una cultura senza Pazienza

In questi giorni fanno trent’anni. Trent’anni senza Andrea Pazienza.

Lo ricorda , tra i tanti, il critico d’arte Luca Beatrice sulle pagine de “Il Giornale”. Leggo sempre con divertito stupore gli articoli del professor Beatrice dedicati ai comics, perché spesso mi fanno scoprire qualcosa di nuovo sui linguaggi del fumetto cui tante energie intellettuali umilmente dedico anch’io nel mio piccolissimo, come molti altri qui su “Lo Spazio Bianco”.

Andrea Pazienza

Per esempio, oggi grazie al suo articolo ho scoperto che Andrea Pazienza in virtù della sua genialità, del suo immenso talento, può addirittura essere definito “artista”, anche se

il fumetto è un linguaggio popolare declinato alle esigenze della storia mentre l’arte, la pittura su tutte, vola libera.

Capito? L’arte e la pittura volano libere… Il fumetto no. E’ narrativo, è popolare. Il fumetto non vola… Al massimo – volendo completare il ragionamento di Beatrice – possiamo ipotizzare che il fumetto cammini o, forse a livello evoluzionistico, che ancora si limiti a strisciare.

E che regalo, fa quindi il critico Beatrice all’autore Pazienza, riconoscendogli la patente d’artista nonostante Andrea partisse appunto da questa condizione “bassa” di cantastorie popolare, di “fumettaro”, di imbratta carta da edicola!

L’affermazione deve suonare talmente forte dal punto di vista “culturale” allo stesso critico d’arte che, nel finale dell’articolo, Beatrice torna sulla cosa e precisa:

Che rabbia però questa fine così tragica, così a lungo cercata. Perché Paz avrebbe potuto dare ancora tanto e diventare, definitivamente, un artista.

…Quindi, in sostanza, secondo il critico d’arte Pazienza era sulla strada per diventare “artista”, ma forse non arrivò mai ad essere “artista” al 100 %. Chissà quanti anni ancora d’attività gli ci sarebbero voluti per emanciparsi dai fumetti e finalmente assurgere all’Olimpo dei Picasso e dei Rembrandt!

Andrea Pazienza

Che poi viene da chiedersi se ad Andrea Pazienza, di essere definito artista da questo punto di vista importasse alcunché. Come che sia, ora che è arrivato Luca Beatrice a riconoscere l’artisticità del suo percorso espressivo, siamo tutti più tranquilli. D’altronde, ricordo qualche anno fa un altro articolo illuminante dello stesso autore quando grazie a lui scoprì che Art Spiegelman con Maus

è riuscito a cambiare il destino di un genere letterario, il fumetto, togliendolo dalle paludi delle cosiddette pratiche basse e innalzandolo alla dignità di letteratura.

Tradotto: prima di Maus i comics erano solo “pratiche basse”, dopo sono diventati abbastanza “dignitosi” da essere apparentati alla (nobile) letteratura e alla cultura “Alta”. Pensate, da Winsor McCay a Will Eisner, da Hugo Pratt a Alberto Breccia, cent’anni e passa di storie, personaggi, immaginario prodotti da un medium che ha emozionato milioni di persone in tutto il mondo, liquidati così.

Andrea Pazienza

Naturalmente, unendo insieme i puntini del sofisticato ragionamento sul Fumetto di Beatrice, si evince che Pazienza poteva nel 1988 aspirare allo status “d’artista”, semplicemente perché Spiegelman aveva pubblicato Maus due anni prima, altrimenti per quanto belli Zanardi, Pentothal, Pompeo sarebbero rimasti comunque “pratiche basse”…

Io non sono uno studioso d’arte e non so se Andrea Pazienza possa essere definito un artista. So, e ne ho conferma ogni volta che rileggo le sue tavole disegnate, che Andrea Pazienza è stato un immenso autore di Fumetti. “Fumetto”: ecco la parola chiave. I suoi racconti hanno una precisa identità semiotica, tecnologica e socioculturale che attiene i linguaggi dei comics. Non pittura o (sub-para-infra-supercalifragilestiche)letteratura ma Fumetto, comunque lo vogliate definire.

E leggendo articoli come quello di Luca Beatrice, mi rendo conto che, forse, una certa “C”ultura italiana l’autore di Fumetti Andrea Pazienza non se lo meritava allora e –temo – non se lo meriti ancora oggi.