Alex Ross

Alex Ross e i fumetti belli come quadri

Quando guardo una copertina o una tavola di Alex Ross, cartoonist tra i più celebrati del fumetto di supereroi americano, mi viene sempre in mente il vecchio adagio:

i suoi disegni sono belli come quadri

che certi lettori di fumetti tirano fuori, di tanto in tanto, per celebrare ora quell’autore, ora quell’altro.

Alex Ross

Per Alex Ross è perfetta. Perché con quel suo stile “pittorico”, che molti critici definiscono iperrealista, Ross assolve perfettamente l’atavico complesso di inferiorità che attanaglia molti miei confratelli fumettofili.

La perfezione delle sue inquadrature dipinte legittima gli aficionados nel pensare che il loro passatempo preferito possa rivaleggiare con le tele di Caravaggio o Rembrandt, anche se lo consumano seduti in metro… o in bagno.

Alex Ross

L’arte di Alex Ross

Era inevitabile che le tavole di Alex Ross finissero nei musei e nelle gallerie d’arte. Ross rassicura un certo pubblico che parlare del fumetto come arte – nona per la precisione, last but not least – sia possibile, se c’è qualcuno che sa dipingere le vignette, oltre che disegnarle.

Intendiamoci, a pensarlo non c’è nulla di male (ammesso che sessant’anni dopo Andy Warhol e Roy Lichtenstein certe fisime abbiano ancora un senso). Però crea equivoci.
Di base, che i nostri fumetti siano belli come quadri, o appassionanti come romanzi, l’unica cosa a cui non possiamo sfuggire è che sono fumetti.

Alex Ross

Ogni buon cartoonist – lo stesso Ross, statene certi – sa che una vignetta non è mai una isola, ma la tappa di un percorso grafico ed emozionale lungo cui guidare il lettore.

Fare vignette “belle come quadri” nel fumetto non basta e non rappresenta un merito assoluto. Anzi può essere considerato un limite, se fa perdere fluidità alla narrazione, se diventa un modo per illustrare le cose invece che raccontarle.
Almeno che non si compia l’operazione in maniera lucida, consapevole, strategica. Come fa Alex Ross.

Alex Ross

La macchina del tempo di Alex Ross

Il linguaggio grafico di Alex Ross è quello della grande illustrazione americana prima delle dime novels e poi dei rotocalchi, la tradizione dei Beneker, dei Leyndecker, dei Tobin, e soprattutto dell’adorato (da chi scrive e dallo stesso Ross) Norman Rockwell.

Alex Ross

Un linguaggio classico nei modi e popolare nei contenuti che ha accompagnato i sogni di una nazione dalla conquista dell’Ovest a quella della Luna con la convinzione retorica, ma profonda, che fosse possibile realizzare qualsiasi cosa.

Il pennello di Ross è una macchina del tempo,  in grado di riportarci indietro ad altre epoche. Ci dice che, se ancora oggi vogliamo “credere” alle storie di tizi strampalati con la mantellina e la mascherina, dobbiamo farlo mettendo indietro le lancette del nostro immaginario. Quando si poteva ancora guardare il cielo e sognare che quello lassù non era un uccello, non era un aereo, ma un superuomo che volava.

Alex Ross

Insomma, altro che iperrealismo, quello di Ross è in effetti (anzi in “affetti”) un forma di romanticismo illustrativo con gli occhi lucidi e il naso all’insù.

E sì, ne convengo anch’io, alcune suoi racconti disegnati sono davvero belli. Belli come quadri… Disegnati, quadri che sono parte di una storia. Belli come i fumetti belli sanno essere.

 

 

 

Alex Ross